«Mnemoteca»: una visita alla mostra del Premio Vasto d’arte contemporanea 2017. Un percorso sulla difesa dei beni culturali e gli art. 176-177 della legge 4 agosto 2017, n. 124

di Luigi Murolo

 

 

Non si tratta di una visita guidata alla mostra (compito affidato dall’organizzazione alle competenza della critica d’arte Daniela Madonna, una delle due curatrici dell’esposizione e del catalogo). Ma la caratterizzazione di un percorso in essa rinvenibile. Sono suggestioni di lettura che si trasformano in discorsi. Di un discorso, in particolare, che ha il suo riferimento nella memoria. O ancor meglio,  del modo in cui l’arte contemporanea legge il suo passato. Tanto dal punto di vista archeologico, quanto del moderno.

Del resto, una delle opere esposte nella mostra proveniente dalla collezione “Premio Vasto” custodita nel cosiddetto caveau della Pinacoteca civica ha per titolo Mnemoteca (“Teca della memoria”, che è anche il titolo di una collana di studi promossa dallo stesso Premio Vasto). Ed è proprio da questa tela che si vuole muovere, a partire dal presupposto che tutte le teche della memoria d’arte contemporanea pubbliche sono a rischio sulla base Legge 4 agosto 2017, n. 124  (con i famigerati artt. 176-177 che modificano in negativo l’art. 68 del Codice dei beni culturali 2004 a favore dei grandi mercanti d’arte). Se si pensa che già nel 2014 il Mumi (acronimo di Museo Michetti) di Francavilla aveva alienato in asta pubblica 33 opere (senza considerare altre 77 vendute successivamente, stando alla denunzia di quest’anno di una consigliera dell’attuale maggioranza) – e ciò prima della approvazione della presente legge – si può ben capire quale rischio corrano oggi le Gallerie d’arte contemporanea (ivi comprese quelle della Pinacoteca Civica di Vasto). Che cosa significa tutto questo? Presto detto. Non per oggi, ma per evitare che un domani tutto ciò possa essere alienato per riparare a possibili debiti di bilancio, non sarebbe male che l’attuale Consiglio Comunale impegnasse l’Amministrazione a varare un Protocollo ad hoc sull’inalienabilità di tali beni (da questo punto di vista, si tratta di dare forma compiuta a quanto previsto dall’art. 3 [§e-l] e dall’art. 4 §e dello Statuto Comunale).

Ecco allora il tema di fondo di questa visita. Un percorso sulla difesa dei beni culturali della contemporaneità. Le iniziative delle comunità locali contro l’alienabilità dello stesso patrimonio comunale. Un tema su cui i soci della Sezione di Italia Nostra del Vastese si sono impegnati firmando la petizione al Presidente della Repubblica per evitare la sottoscrizione del Ddl che ha promulgato questa Legge.

 

 

Visita della sezione di Italia Nostra del Vastese

50° Premio Vasto. Collezionando nel tempo

Giovedì 5 ottobre 2017, Scuderie d’Avalos – Palazzo Aragona, h. 18,30

 

 

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Guido Biase, Mnemoteca 60, 1970

 

«EI FU». SUL PALAZZO SIRENA DI FRANCAVILLA. LETTERA ALL’AMICO ANTONIO PAOLUCCI

di Luigi Murolo

 

 

Caro Tonino,

 

l’abbattimento di Palazzo Sirena ha tutte le caratteristiche del «parricidio» nella fattispecie del metaforico – vale a dire, l’eliminazione fisica di un «qualcosa» pertinente al genius loci dell’«abitare» voluta da un membro della comunità –. E che non ha nulla da dividere con l’antico «omicidio» del precedente edificio perpetrato dai tedeschi in fuga. In quel caso si trattava di soggetti estranei alla «comunità». Che nulla avevano da spartire con la storia del luogo. Che nessun sentimento avvertivano per la qualità dell’edificio. Avevano un solo interesse. Per di più, funzionale: ritardare – anche per un solo momento – l’avanzata degli alleati. Con una logica non dissimile da quella espressa dagli alleati – estranei alla storia dei luoghi – che non hanno esitato a compiere un delitto molto più grave: quale? Presto detto: il bombardamento a tappeto dell’abbazia di Montecassino, rea di essere posizionata sulla linea Gustav. Anche in quel caso si è trattato di omicidio. Per una ragione: gli autori erano estranei alla storia di quel luogo universale, della comunità locale che vi abitava.

E poi, non è forse vero che in Italia c’è stata una levata di scudi generalizzata contro la folle proposta ideologica di abbattere gli edifici «marchiati» da simboli fascisti? Pur se accomunati dal medesimo «stigma», tutti (o quasi) si sono rifiutati di compiere il «parricidio». Perché si sono rifiutati? Molto semplice. Perché belli o brutti che fossero, buoni o cattivi, nessuno si è sentito di abbattere testimonianze che, nel bene o nel male, erano tracce eloquenti della storia italiana – o, se si vuole, della «comunità» (sempre che esista ancora) o identità italiana –. Dunque, nessun «parricidio». E nemmeno «omicidio», se è vero che nessuno straniero ha attentato al permanere delle architetture del Ventennio.

Ma torniamo a Francavilla. I tedeschi hanno fatto brillare un edificio vecchio di 55 anni (1888-1943); i francavillesi di 66 anni (1951-2017). L’ultimo più vetusto rispetto all’altro. Un fatto interessante sul rispetto della memoria. Che vuol dire: perché rispettarla solo nei cimiteri? Che dici, caro Tonino! Non sarebbe il caso di demolire tutte le sepolture visibili della città dei morti (rendere l’area libera da quegli inutili edifici – per di più non ingombranti come il Palazzo Sirena –, ma vecchi di 66 anni e oltre, che intristiscono l’allegria [uso la parola in senso ungarettiano] del luogo)? Non sarebbe meglio costruire immense necropoli sotterranee dove tumulare migliaia di cadaveri scarnificati? E aggiungo: non sarebbe bello rendere godibile ai cittadini la superficie deturpata dalle tombe!

Da questo punto di vista si realizzerebbe l’etimologia di ciò che in italiano costituisce la parola «immune» opposta al valore semantico originario di «comune» e di «municipio». «Comune» – di là dalla sua accezione amministrativa importata dai napoleonidi nel Regno di Napoli (1806) – rinvia al latino «cum-munis» con il significato di “avere obbligo” nei confronti di un “bene della comunità” (si faccia attenzione: non “bene comune” ma “bene della comunità”) . Quasi a dire un bene storico, rappresentativo di un’epoca. «Municipio», al contrario, rimanda al latino «munis-capĕre» che implica l’“assumere un obbligo” nei confronti di un “bene della comunità” «In-munis» – cioè «immune»  – “non avere obbligo”. Tutto questo vuol dire: il sindaco “aveva obbligo”, “assumeva obbligo” o non ne aveva nei confronti del Palazzo Sirena, bene della comunità? In quest’ultimo caso vuol dire che era immune dalla comunità? Ma è proprio vero che un sindaco è “immune” dalla città la cui maggioranza lo ha eletto?  Che ha assunto un vaccino nei confronti di un comune o di un municipio – che dir si voglia – di cui è il primo cittadino? In un comune ogni cittadino è comune degli altri comuni (cittadini). Per quanto si voglia, non esistono soggetti immuni. A meno di voler sostenere che la città è «immunizzata» o in via di «immunizzazione». Stando così le cose, qual è il valore etimologico di «sindaco»? Molto semplice. Il tardo latino syndĭcu(m) deriva dal greco sýndikos con il significato di “patrocinatore”. Del soggetto, cioè, deputato a sostenere o appoggiare una questione della comunità, a difenderla in giudizio, a controllare. Ma non è immune. Come non è immune il Consiglio Comunale.

Sono solo i comuni congregati (cittadini) in pactum societatis a poter assumere una decisione immune (un tempo si chiamava “sovrana”. Sss! Ma non diciamolo forte! C’è il rischio di essere tacciati di “sovranismo”!). L’unica decisione in qualche modo a essa riconducibile è quella pronunciata dalla consultazione referendaria (che ha solo valore consultivo). Che lo si voglia o meno, è l’unica voce possente in grado di dicare (così i latini stabilivano il consacrare) la communium voluntas. Quello stesso ius communis contra legem  cui oggi si appellano i catalani per rivendicare la propria indipendenza dalla Spagna.

Vedi, caro Tonino, per il fu Palazzo Sirena occorreva accettare il rischio referendario. Perfino il rischio di non farsi capire. Ne sarebbe comunque valsa la pena. Nella peggiore delle ipotesi si sarebbe ottenuto il «vuoto». Che è quello di cui oggi siamo testimoni oculari.

Un’ultima considerazione. Ho parlato in precedenza di «bene della comunità». Un tema che mi piace affrontare partendo da una straordinaria pagina di Martin Heidegger che risponde a una domanda: «In che modo il costruire rientra nell’abitare?» (in Saggi e discorsi, a c. di G. Vattimo, Milano, Mursia, 1985, pp. 96-108).

 

«All’abitare, così sembra, perveniamo solo attraverso il costruire. Quest’ultimo, il costruire, ha quello, cioè l’abitare, come suo fine. Tuttavia non tutte le abitazioni. Un ponte e un aeroporto, uno stadio e una centrale elettrica sono costruzioni, ma non abitazioni […]. Questa sfera oltrepassa l’ambito di queste abitazioni, e d’altro lato non è limitata alle abitazioni. […] Queste costruzioni albergano l’uomo. Egli le abita, e tuttavia non abita in esse, se per abitare in un posto si intende avervi il proprio alloggio. […] Le costruzioni che non sono abitazioni rimangono pur sempre anch’esse determinate in riferimento all’abitare, nella misura in cui sono al servizio dell’abitare dell’uomo […] Abitare e costruire stanno tra loro nella relazione del fine al mezzo. […] L’antica parola altotedesca per bauen, costruire, è buan, e significa abitare. […] Il significato autentico del verbo bauen, e cioè “abitare”, è andato perduto. […] Costruire significa originariamente abitare. Là dove la parola abitare parla ancora in modo originario, essa dice anche fin dove arriva l’essenza dell’abitare. Bauen (costruire), buan, bhu, beo sono infatti la stessa parola che il nostro bin (sono) nelle sue varie forme: ich bin (io sono), du bist (tu sei), la forma imperativa bis, sii. Che significa allora: ich bin, io sono? L’antica parola bauen, a cui si ricollega il bin, risponde: “ich bin”, “du bist” vuol dire: io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi siamo uomini sulla terra, è il Buan, l’abitare.

 

Questo, dunque, il senso del «bene della comunità» come il Palazzo Sirena. Esso rappresenta (anzi, rappresentava) il senso stesso dell’abitare, dell’essere, del costruire. Ci siamo trovati di fronte a uno dei tanti sindaci che ama vivere nel «vuoto»  e non nel «pieno» del costruito che è il modo di essere degli uomini sulla terra. Ma vedi, amico mio, ciò che spiace più di tutto è il fatto di non aver congregato i comuni per costruire il referendum. E se non il risultato sperato, almeno una forte opposizione culturale (non parlo di opposizione sociale). Una presenza, amico mio. Una presenza.

Per il resto, dobbiamo tutti imparare a vivere ancora una volta l’insensatezza dell’assenza.

 

Stammi bene, caro Tonino. Un affettuoso saluto dal tuo

 

Luigi Murolo

I CATTOLICI E LO STATO ITALIANO. IL 1922 E QUEL «MANUALETTO» DEVOZIONALE DI DON ROMEO RUCCI

di Luigi Murolo

 

 

Ringrazio l’amico Remo Petrocelli per avermi segnalato l’esistenza di questo libretto devozionale pubblicato nel 1922 dall’allora parroco di S. Pietro R. R. (vale a dire, Romeo Rucci. Nome siglato, in quanto il sacerdote non si reputa autore, ma ordinatore e curatore dei materiali di fede e pietà religiosa in esso raccolti). Il «manualetto» – come viene definito – sembrerebbe rinviare al solo uso cultuale relativo all’inaugurazione della Cappella del Sacro Cuore (12 marzo 1922) voluta e realizzata dal canonico. Ho usato il condizionale per una ragione. Dietro questa scelta si coglie la forte natura ideologica che tale devozione assume in ambito cattolico (non dimentichiamo che, l’anno precedente [1921], padre Agostino Gemelli fonda a Milano la stessa Università cattolica intitolata al Sacro Cuore). E cioè la sottomissione dello stato alla chiesa che il pontefice Leone XIII aveva rivendicato con la lettera enciclica Annum sacrum del 25 maggio 1899:

 

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Il frontespizio del “Manualetto”

 

[…] Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamemte dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla chiesa (anche se errori dottrina[…] La sua autorità infatti li li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. […] Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l’umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con lui la stessa natura, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: “Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal 2,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: “Tu sei mio Figlio”. Per il fatto stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: “Ti darò in possesso le genti”. Simili a queste sono le parole dell’apostolo Paolo: “L’ha costituito erede di tutte le cose”(Eb 1,2). […] Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno […].

La consacrazione dell’umanità al “Sacro Cuore” rivendica il pieno potere temporale (e in tutte le sue implicazioni geopolitiche) della Chiesa sul mondo. Quella temporalità che l’ingresso dei bersaglieri a Roma il 20 settembre 1870 aveva spezzato e che vedeva la stessa Legge delle guarentigie (13 maggio 1871) fermamente respinta da Pio IX. Non solo. Ma il “Sacro Cuore” di Leone XIII veniva a concretizzare in forma religiosa e devozionale ciò che la Ubi nos di Pio IX (15 maggio 1871) aveva confermato sul piano dei rapporti politico-statuali. E cioè, che il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale.
Di grande interesse storico, dunque, il «manualetto» per anime pie curato da don Romeo Rucci. Si presenta come la testimonianza più eloquente del modo in cui, sul versante locale, i parroci si sforzino di educare i laici alla pratica della confessionalità attiva. Della chiesa che si fa stato e che occupa i gangli della stessa cultura con l’istituzione di una propria università (la Cattolica, per l’appunto) destinata alla formazione del laicato. Di quel «qualcosa», cioè, che, di lì a poco (11 febbraio 1929), tra pedagogia e azione, sarebbe riuscito a produrre quei Patti lateranensi restauratori della temporalità ecclesiastica. Del resto, non era stato forse Benedetto XV – pontefice tra il 1914 e il 1922 – a abrogare nel 1919 il non expedit e a favorire la nascita del Partito popolare?
Non vi sono dubbi. Il “Sacro Cuore” di don Romeo era pienamente inscritto in questa tradizione.

I cattolici e lo Stato italiano. Il 1922 e quel «Manualetto» devozionale di don Romeo Rucci

di Luigi Murolo

 

Ringrazio l’amico Remo Petrocelli per avermi segnalato l’esistenza di questo libretto devozionale pubblicato nel 1922 dall’allora parroco di S. Pietro R. R. (vale a dire, Romeo Rucci. Nome siglato, in quanto il sacerdote non si reputa autore, ma ordinatore e curatore  dei materiali di fede e pietà religiosa in esso raccolti).  Il «manualetto» – come viene definito – sembrerebbe rinviare al solo uso cultuale relativo all’inaugurazione della Cappella del Sacro Cuore (12 marzo 1922) voluta e realizzata dal canonico. Ho usato il condizionale per una ragione. Dietro questa scelta si coglie la forte natura ideologica che tale devozione assume in ambito cattolico (non dimentichiamo che, l’anno precedente [1921], padre Agostino Gemelli fonda a Milano la stessa Università cattolica intitolata al Sacro Cuore). E cioè la sottomissione dello stato alla chiesa che il pontefice Leone XIII aveva rivendicato con la lettera enciclica Annum sacrum del 25 maggio 1899:

 

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Il frontespizio del Manualetto redatto dal sac.  R(omeo) R(ucci)

 

[…] Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. […] Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l’umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con lui la stessa natura, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: “Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal 2,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: “Tu sei mio Figlio”. Per il fatto stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: “Ti darò in possesso le genti”. Simili a queste sono le parole dell’apostolo Paolo: “L’ha costituito erede di tutte le cose”(Eb 1,2). […] Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno […].

 

La consacrazione dell’umanità al “Sacro Cuore” rivendica il pieno potere temporale (e in tutte le sue implicazioni geopolitiche) della Chiesa sul mondo. Quella temporalità che l’ingresso dei bersaglieri a Roma il 20 settembre 1870 aveva spezzato e che vedeva la stessa Legge delle guarentigie (13 maggio 1871) fermamente respinta da Pio IX. Non solo. Ma il “Sacro Cuore” di Leone XIII veniva a concretizzare in forma religiosa e devozionale ciò che la Ubi nos di Pio IX  (15 maggio 1871) aveva confermato sul piano dei rapporti politico-statuali. E cioè, che il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale.

Di grande interesse storico, dunque, il «manualetto» per anime pie curato da don Romeo Rucci. Si presenta come la testimonianza più eloquente del modo in cui, sul versante locale, i parroci si sforzino di educare i laici alla pratica della confessionalità attiva. Della chiesa che si fa stato e che occupa i gangli della stessa cultura con l’istituzione di una propria università (la Cattolica, per l’appunto) destinata alla formazione del laicato. Di quel «qualcosa», cioè, che, di lì a poco (11 febbraio 1929), tra pedagogia e azione, sarebbe riuscito a produrre quei Patti lateranensi restauratori della temporalità ecclesiastica. Del resto, non era stato forse Benedetto XV – pontefice tra il 1914 e il 1922 – a abrogare nel 1919 il non expedit e a favorire la nascita del Partito popolare?

Non vi sono dubbi. Il “Sacro Cuore” di don Romeo era pienamente inscritto in questa tradizione.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL «PREMIO VASTO» DEL CINQUANTENARIO

di Luigi Murolo

 

Intriga fortemente il legno di Mario Ceroli qui riprodotto appartenente a un collezionista privato e esposto nell’ultima edizione del “Premio Vasto”, la cinquantesima della sua storia. Mi piace immaginare i due colossi di Riace che, prossimi a uscire  dalla casa in cui sono allocati, tentennano sull’uscio della propria abitazione (fig. 1). Vorrebbero rimanere all’interno. Come se stessero nel cuore del “Grande archeologo”, il bronzo lucidato di Giorgio De Chirico esibito sempre nella stessa mostra, che raccoglie al suo interno le testimonianze dissepolte e sepolte dell’arte antica ( fig. 2). Ma una forza tumultuosa sospinge le due monumentali figure verso l’esterno. Un turbine violento che le allontana sempre più dai propri stalli e che impedisce loro di volgere il capo all’indietro. Fuor di metafora, questa forza che espelle è l’art. 68 del  Ddl sulla concorrenza che, modificando il Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, favorisce le lobby dei grandi mercanti d’arte e la svendita all’estero del patrimonio culturale italiano (con tale norma, infatti, sarà sufficiente che il proprietario dichiari il valore dell’opera non superiore ai 13.500 euro (calcolati su prezzi d’asta) per poter definitivamente esportare all’estero, senza nessuna valutazione da parte della Soprintendenza, qualsiasi bene artistico).

 

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Fig. 1: Mario Ceroli, Senza titolo (1981). 

 

 

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Fig. 2: Giorgio De Chirico, Il grande archeologo (1970)

 

Mi soffermo su tale aspetto perché il “Premio Vasto” di quest’anno configura la risposta più eloquente alla pratica demolitrice della nuova legge. Dimostra come il grande collezionismo italiano – nel nostro caso, abruzzese – abbia trovato il proprio fondamento nelle vecchie leggi che hanno tutelato le opere dai mercati esteri  e garantito la formazione di importanti raccolte private in Italia. Quelle stesse raccolte che, sapientemente utilizzate come nella recente edizione del “Premio Vasto”, non solo consentono un rapporto diretto del pubblico con l’operato delle grandi personalità dell’arte contemporanea (Balla, Barbella, Baruchello, Burri, Basilio, Michele e Tommaso, Cascella, De Chirico, De Pisis, Guccione, Melotti, Monachesi, Paladino, Schifano, Vespignani, Andy Wharol tanto per fare alcuni nomi) ma avrebbero garantito  al visitatore (oggi non più) la certezza che quelle le stesse creazioni, sarebbero restate per sempre in Italia.

Voglio fare un esempio di che cosa accadeva fino a XX secolo, iniziato proprio con un’opera esposta in questa rassegna. Mi  riferisco alla scultura di Costantino Barbella dal titolo Santa Cecilia (1908) di cm 12 x 25 x 36,5 (fig. 3) realizzata l’anno prima dell’approvazione della legge n. 364 del 20 giugno 1909, «Per l’antichità e le belle arti», vero atto di nascita della disciplina nazionale italiana della tutela, in via di disarticolazione dopo le disposizioni contenute nel famigerato art. 68 già citato. Si tratta di un’opera di straordinario interesse. La ragione è semplice e sta nel fatto che il Barbella scolpisce un marmo statuario collocato su un granito egizio di provenienza archeologica (da dove?). Dunque, lavora su un materiale di spoglio fino a quel momento legittimamente utilizzabile. Ciò vuol dire che, senza la legge appena menzionata, ci saremmo potuti trovare di fronte a un’ipotetica (ma non troppo!) situazione del tipo «quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini», la celebre locuzione latina coniata dal Pasquino di turno nel 1625, circa le scelte di Urbano VIII sull’asportazione e sulla fusione delle travature bronzee del pronao del Pantheon, per costruire il baldacchino di S. Pietro e i cannoni per Castel S. Angelo.

 

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Fig. 3: Costantino Barbella, Santa Cecilia (1908)

 

Certo, l’iperbole riesce a funzionare sul versante retorico, riuscendo a chiarire la situazione di quegli anni che, a partire dall’Italia preunitaria, aveva visto i Savoia, fino ai primi anni del Novecento difendere a spada tratta (diversamente dagli altri Stati della Penisola),  i diritti della proprietà privata sul libero commercio e sull’esportazione delle opere d’arte private a scapito del bene pubblico. Va da sé che la piccola scultura di Barbella è emblematica di una temperie culturale su cui va posta grande attenzione. Così come va posta grande attenzione al «Premio Vasto», le cui opere presentate sono quasi tutte collocabili sul mercato internazionale in quanto per molti degli artisti la scomparsa è anteriore ai settant’anni (ad esempio, De Pisis muore nel 1956 e De Chirico nel 1978). Volendo – e il dato non è affatto paradossale – un’amministrazione di là da venire potrebbe (si badi bene! uso il condizionale augurandomi che in futuro rimanga tale) legalmente collocare le opere di Juan Del Prete nell’ambito del mercato internazionale in quanto l’autore è deceduto solo nel 1987 (e da oggi di anni ne dovranno trascorrere ancora quaranta per avere la sicurezza assoluta). Come si può notare l’incredibile art. 68 che equipara il patrimonio culturale italiano ai taxi della Uber – ricordo che stiamo parlando del Ddl sulla Concorrenza e non saprei come definire tale follia – mette in discussione il destino dell’arte contemporanea. Un buio capitolo dei nostri tempi che, suo malgrado, (è ciò che penso, ma potrebbe essere anche voluto) il «Premio Vasto» mette in evidenza in tutta la sua drammaticità. Ecco perché son voluto tornare a visitare il Museo Archeologico di Alfedena. Per quale motivo? Perché in una bacheca tutti possono leggere come, nel 1979, l’Istituto di Storia e Protostoria dell’Università di Tubinga avesse restituito al Comune sangrino il Diario di scavo di Antonio De Nino sulla necropoli di Alfedena-Campo Consilino proditoriamente sottratto dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale (fig. 4). Che cosa significa tutto questo? Che mentre, in un passato non molto remoto, l’Italia in qualche modo si era preoccupata di tornare in possesso di quanto fosse stato trafugato dal suo suolo, oggi, al contrario, lo stesso Stato, in ossequio alla libera concorrenza sbandierata dall’Europa, rende cedibile all’estero la cultura della contemporaneità accumulata nei suoi fines.

 

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Fig. 4: Alfedena, Museo archeologico: pagina del Diario di scavo di Antonio De Nino (1882/83; 1894/96)

 

«Collezionando nel tempo»: questo il titolo della rassegna curata da Silvia Pegoraro e Daniela Madonna (e qui – non so perché – mi piace pensare alla temporalità heideggeriana in quanto progetto, esser-gettato e deiezione). Una retrospettiva – aggiungo – che apre importanti discussioni sull’inquietudine del presente con decreti che rendono liquida la solidità dell’arte. Un’associazione come Italia Nostra del Vastese – che ha invitato i suoi iscritti a sottoscrivere la petizione contro l’attuazione dell’art. 68 – deve necessariamente affrontare i temi del collezionismo suggeriti dal «Premio Vasto». Far sì che le stesse scuole – tradizionalmente lontane da questa rassegna (cosa di cui ignoro le ragioni) – si misurino con i rischi culturali della contemporaneità. Far capire che istituti vastesi come «Palizzi» e «Paolucci» conservano tele di quel Nicola Galante che, con Carlo Levi, è stato protagonista dei Sei di Torino. Magari, tornare a discutere intorno alle donazioni di Alfredo Paglione e Juan Del Prete (quella di Palizzi sarà affrontata nel bicentenario della sua nascita) sulle quali si cominciano appena a avvertire i primi bagliori della solare luminosità mediterranea.  Ciò diventa necessario. Onde cercar di evitare che, in un futuro dietro l’angolo, un novello banditore possa dichiarare con la cornetta: «Vengano signori d’altri lidi! La ditta Italia svende e regala prodotti d’arte».

DI UN RICETTARIO OTTOCENTESCO DA CASALBORDINO

di Luigi Murolo

 

 

Esistono due modi per cogliere la storicità dell’alimentazione: da un lato, la trasmissione orale del piatto; dall’altro, il ricettario. Il primo caso è tipico (anche se non esclusivo) delle comunità senza scrittura, lì dove è presente l’analfabetismo; il secondo, delle case signorili o patrizie, dove la trasmissione è affidata alla testualità, garantendo tanto la verticalità quanto l’orizzontalità della comunicazione. La prima modalità pertiene a un universo chiuso, isolato se non addirittura etnico (penso, ad esempio, alle popolazioni slave e albanesi ancora presenti nel basso Molise). Nel senso che è la comunità in quanto tale a essere titolare della tecnica alimentare. La seconda, al contrario, è espressione di una singola famiglia, aristocratica, che definisce il proprio orizzonte attraverso le relazioni stabilite con l’esterno oppure con la lettura di vecchie e nuove prescrizioni culinarie a stampa o manoscritte. La prima tipologia è dinamica; legata alla continua reinterpretazione delle pietanze in base alla disponibilità effettiva (soprattutto economica) dei prodotti, con variazioni all’ interno della stessa comunità (che cosa si usa per l’impanatura, il pane bianco o nero [di segale. I mercuriali ottocenteschi di Vasto ne indicano la presenza]? La farina di fiore o la semola rimacinata di saragolla? Ciò vuol dire che si usa ciò di cui si dispone a una certa data, avviando in questo modo la differenziazione all’interno del gruppo sociale, con la trasmissione in verticale delle variazioni che in esso vengono affermandosi). Diversamente da questa, la seconda tipologia è statica. Non ammette variabili. Il paradigma resta sempre quello espresso dall’archetipo. E la sua storia non è legata all’esperienza delle comunità. Ma è quella del volgere dietro; del rinviare alle origini.  Il suo codice consiste nell’imitazione (oserei dire neoclassica) dell’antico. Con fedelissimo attaccamento alla ricetta di cui venivano in  possesso le matriarche delle famiglie borghesi ottocentesche rispondevano a questa logica.

Nel corso di due mostre sulla storia dell’alimentazione in provincia di Chieti – tenute negli anni 2007 e 2010, da me curate con Archivio di Stato e Sovrintendenza Archivistica e promosse da  Slow Food e Liceo Scientifico Mattioli di Vasto – mi sono imbattuto in un quadernetto di questo tipo appartenente alla famiglia Magnarapa di Casalbordino. L’ho fotografato con altri pezzi per destinarli alla pubblicazione in un catalogo ad hoc, peraltro – in assenza di fondi – mai dato alle stampe. E proprio in ragione della rassegna sul prodotto topico avvenuta in quella cittadina mi pare importante segnalarlo, commentando una prescrizione in esso contenuta.

Innanzitutto il frontespizio. Il titolo recita: Libretto ad uso di Adelaide Santoleri di Orsogna. Certo, donna Adelaide, nata a Orsogna nel 1832, ventuno anni dopo, nel 1853, convola a giuste nozze con Giovanni  Magnarapa, ricco possidente di Casalbordino. Il taccuino gastronomico della Signora reca in sé tutta la tradizione culinaria ereditata dalla madre. Trasferitasi in casa del marito, consegna alla sua nuova abitazione l’importante patrimonio alimentare accumulato in precedenza. Quasi non bastasse, nella sua definitiva dimora matriarcale annota anche le successive acquisizioni. Un unico continuum temporale si dipana nell’agenda di donna Adelaide. Essa rivela la gamma delle pietanze delle grandi occasioni servite nel desco signorile. E di là dalla semiotica delle buone maniere che dal testo traspare, ciò che conta è osservare in che modo l’antico si riverbera in quel presente. Mi limito a un unico esempio tratto da pag. 30 del Libretto:

 

Per fare il bianco mangiare

In una libbra di mandorle dolci decorti(cate) e pestate bene entro un mor(taio) di pietra si versano quattro car(affe) d’acqua in circa. Sciolte che sar(anno), si passano per un setaccio o per (un) pannolino lento estraendosi il la(tte), il quale si pone in una cassaro(la) o pulzonetto, quindi vi si mischia(no) dieci once di amido, due libbre circa di zuccaro, ed un poco di cannella. Si farà cuocere il tutto a fuoco lento, agitandosi sempre senza interruzione con un cucchiajo di legno.

 

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Il frontespizio

 

 

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Il libretto di Santoleri: c. 30, ricetta del biancomangiare

 

Biancomangiare, dunque. Ma si faccia attenzione. La Santoleri adotta misure di peso e di capacità posteriori alla legge 6 aprile 1840 che ragguaglia al sistema metrico decimale l’antica metrologia del Regno delle due Sicilie. Raffronto che si afferma con lentezza e che vede la Signora legata al vecchio stile. Pienamente inscritta in un mondo ormai prossimo alla fine (con il Plebiscito del 21 ottobre 1860), la Dama, pur conoscendole, rinuncia all’uso delle seguenti equivalenze: caraffa = lt. 0,6609853 per la vendita al minuto; oncia = Kg. 0,026729916 (1 onc.= gr. 26,72); libbra = kg. 0,320759.

Ma come può essere classificata questa portata? Pellegrino Artusi – che pubblica il suo capolavoro nel 1891 (La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene) – la include nel segmento delle «Torte e dolci al cucchiaio» (ric. n. 681). Al contrario, Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, autore di Cucina Teorico-Pratica, un riferimento imprescindibile per la coquina meridionale del primo Ottocento (II ed. Napoli, tip. G. Palma, 1839), inserisce questa vivanda nel contesto delle Zuppe (la definisce come Zuppa al latte di mandorle, p. 37). Qui di seguito il testo: «Prendi un rotolo di mandorle dolci, che porrai in una casseruola con acqua sul foco e quando principia a bollire le toglierai dal foco, e le scorzerai ed a misura, che leverai la corteccia le verserai in acqua fresca; dipoi le asciugherai, e le pesterai in un mortajo di pietra, bagnandole da tanto in tanto con un pochino d’acqua fresca, onde non si convertano in oglio; e quando le avrai ben peste, in modo che sembrano una pasta, le porrai tutte in un vase con quattro caraffe d’acqua fresca, le rivolgerai benissimo, e con un panno-lino le passerai premendole, onde estraggano tutto il latte; quindi porrai in una casseruola mezza caraffa d’acqua, quattr’once di zucchero, poco sale, e cannella, una dozzina di coriandri, e due once di cedro candito, e farai tutto bollire per mezz’ora; di poi passerai questa poc’acqua, e l’unirai al latte di mandorle, che farai bollire, e restringere alquanto, ma dolcemente; ed aggiustando le fettoline di pane bruscato nella zuppiera ci verserai quel latte caldissimo; e così servirai subito la zuppa». Volendo, però, trovare un’ulteriore specificazione di biancomangiare, occorre compiere un vertiginoso balzo all’indietro di qualche secolo e incontrare il trattato di maestro Martino da Como (sec. XV) – scalco del card. Ludovico Scarampi Mezzarota, vescovo di Cava dei Tirreni – dal titolo Libro de arte coquinaria (in Arte della cucina. Libri di  ricette. Testi sopra lo scalco, il trinciante e i vini dal XIV al XIX secolo, a c. di Emilio Faccioli, vol. I, Milano, il Polifilo, 1966, pp. 115-204), dove compare la seguente prescrizione ad hoc (p. 152). Aggiungo. La prima conosciuta di questo tipo: «Per fare dece menestre habi una libra de amandole ben monde et ben piste, le quali distemperate con brodo di pollo grosso, o altro bon brodo, passandole per la stamegnia le mectirai a bollire in un vaso ben netto, agiogendovi doi once di farina de riso stemperate et passata con il lacte dell’amandole; et lassarai bollire per uno spatio de una hora movendo et menando sempre con il cocchiaro, agiongendovi una meza libra et un petto di cappone ben trito et pisto, il quale sia stato cotto dal principio nel dicto lacte. Et quando tutta questa compositione serà cotta tu ve agiongerai un pocha d’acqua rosata, et facendo le menestre tu mettirai di sopra de le spetie dolci».

La categorizzazione di questa modalità del biancomangiare rinvia a quella che i francesi chiamano entremets. Che, diversamente da oggi (equivalente di dessert oppure di portata dolce che precede il dessert vero e proprio ), nel medioevo designava la portata leggera servita tra gli arrosti e il dessert. Una zuppa, insomma. A questo punto, si provino a ridurre le ricette di Cavalcanti e di maestro Martino da Como alle indicazioni proposte da donna Adelaide Santoleri. Otterremo il seguente risultato (tra parentesi quadre gli omissis):

(Cavalcanti) Prendi un rotolo di mandorle dolci, […] leverai la corteccia le verserai in acqua fresca; dipoi le asciugherai, e le pesterai in un mortajo di pietra, bagnandole da tanto in tanto con un pochino d’acqua fresca, […] e quando le avrai ben peste, […] porrai tutte in un vase con quattro caraffe d’acqua fresca, le rivolgerai benissimo, e con un panno-lino le passerai premendole, onde estraggano tutto il latte; quindi porrai in una casseruola mezza caraffa d’acqua, quattr’once di zucchero, poco sale, e cannella […] che farai bollire, e restringere alquanto, ma dolcemente;

 

 

(maestro Martino) […] habi una libra de amandole ben monde et ben piste, […], passandole per la stamegnia le mectirai a bollire in un vaso ben netto,[…] et lassarai bollire per uno spatio de una hora movendo et menando sempre con il cocchiaro […]. Et quando tutta questa compositione serà cotta tu ve agiongerai un pocha d’acqua rosata […].

 

Qual è il risultato? Una sorta di salsina color bianco da versare nei brodi per entremets. La stessa preparata da donna Adelaide. Come si può notare, un’ininterrotta continuità durata secoli, che giunge fino alle soglie del contemporaneo. Tutto questo, a confermare l’immobilità scandita dai ricettari che, nel persistere, trasforma il passato in eterno presente. Provate a leggere l’incunabolo (1494) della De honesta voluptate et valetudine del Platina oppure i Banchetti di Cristoforo di Messisbugo (1549): si troveranno sempre le stesse indicazioni esibite da maestro Martino e dalla signora Santoleri. Potrà cambiare il nome: Platina, ad esempio, utilizza anche Viuanda biancha o leucophagio. Ma sempre di mangiare biancho si tratta; proprio come riconferma il Messisbugo

 

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L’incunabolo di Platina: Venetia, Berardino Benalli, MCCCCLXXXXIIII, c. 58 a

 

 

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Platina: c. 58 b

 

 

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Platina: c. 59 a

 

 

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La cinquecentina di Cristoforo di Messisbugo: Ferrara, Buchlat e Hucher, MDXLIX, c. 33 a

 

 

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Messisbugo: c. 33 b

 

 

Dei ricettari è importante capire il luogo in cui si formano: maestro Martino a Cava dei Tirreni, nel napoletano. Tutta la successiva tradizione gastronomica si incentra su questa origine. Sicché, da tale  punto di vista, diventa importante cogliere le scelte alimentari di donna Adelaide Santoleri-Magnarapa.

Ecco allora il punto: la ricetta muove all’internazionalizzazione e alla delocalizzazione dell’archetipo. La tradizione orale, alla topicizzazione.

Riuscirà il movimento del prodotto topico a chiarire fino in fondo il senso di tale differenziazione? Al momento, nessuno può dirlo.