«IN PARTIBUS DALMATIAE». SCAMBI COMMERCIALI TRA COSTA VASTESE E COSTA DALMATA TRA I SECC. XVI E XVII.

di Luigi Murolo

 

Propongo in questa sede la sintesi della presentazione dell’omonima mostra documentaria da me allestita nel centro insediativo schiavone di Montemitro (11 agosto 2018) alla presenza della dr.ssa Branka Bezić Filipović rappresentante della Hrvatska Matica Iseljenika di Spalato.

 

 

 

D’agosto, nel 1504. Dopo appena otto mesi dalla battaglia del Garigliano – scontro che determina la sconfitta definitiva dei francesi in tutto l’ex-regno di Napoli –, Gonzalo Fernández de Córdoba y Aguilar risulta già insediato come Viceré spagnolo della nuova entità geopolitica mediterranea dipendente da Madrid. A partire dalla pace difficoltosamente raggiunta dopo quattro anni di sanguinosissima guerra,  el Gran Capitàn riceve nell’antica Capitale aragonese un diplomatico della piccola Repubblica di Ragusa,  latore di un messaggio del Consiglio dei Pregadi che testualmente recita:

 

Sa molto bene la Ill.ma Signoria Vostra como noi siamo vicini a quesso Regno, tra el qual et la città nostra non media alguna cosa salvo questo brazo de mare Adriatico, ita che de necessita l’è continua pratica tra li regnicoli et li mercadanti nostri, per modo che hic inde alcuna parte e l’altra ne seguita et resulta molte et grande commodità.

 

L’indicazione di Regno, e non di Viceregno, è certamente significativa del modo in cui la res publica di San Biagio intende regolarizzare i rapporti tra le due sponde. O Monarca o Governatore poco importa: ciò che conta è riconoscere alla nuova realtà politico-territoriale la conservazione formale della precedente sovranità. In buona sostanza, i ragusei si mostrano tessitori di relazioni diplomatiche accorte. Le stesse – va detto – che avrebbero consentito loro di rimanere indipendenti dall’impero ottomano, malgrado la pesante sconfitta degli ungaro-croati in quella battaglia di Mohács (1526) che avrebbe deciso la conquista (balcanizzazione) di quasi tutta la Slavonia da parte dell’esercito di Solimano il Magnifico (rimarrà escluso il solo regno di Croazia da allora integrato nell’impero asburgico fino al 1918). Una cosa è certa. Nel periodo compreso tra il 1504 e il 1526, i Pregadi costituiscono delle rappresentanze (consolati) nei centri maggiori dell’Abruzzo Citeriore mediante la pratica di proxenìa (vale a dire, delegare un abitante del luogo quale agente unico a tutela, in città, degli interessi di negozi e commerci dei viaggiatori di quegli stati per cui svolge tale funzione). Il consolato raguseo di Vasto viene istituito il 14 luglio 1523 con la designazione del primo pròsseno (o console) nella persona di Cola Monaco, personaggio fino a oggi sfuggito alle varie storie della città.

In una prospettiva di tal genere, tanto i ragusei quanto i dalmati (spalatini, zaratini ecc.) si trovano a costituire i soggetti attivi delle transizioni economiche est/ovest nel «brazo di mare» interadriatico. I profughi della grande area balcanizzata della Slavonia (vale a dire, quella assoggettata dagli ottomani) si presentano, al contrario, come immigrati – dunque, passivi nei confronti degli attori di industrie e commerci –. A differenza dei primi – cui Alfonso il Magnanimo, il 15 giugno 1445, concede il libero commercio in tutto il Regno e la lbera e franca dimora nei centri della costa abruzzese –, i secondi – indirizzati a lavori bracciantili – sono destinati o al ripopolamento di paesi in fase di abbandono (Montemitro, S. Felice, Mafalda, S.Pietro Linari [Vasto] ecc.) o a insediamenti neofondativi in funzione agricola (Cupello, Villalfonsina ecc.). Traccia iconografica di tale migrazione è visibile in un particolare del dipinto su tavola (1510) del pittore abruzzese Serafino Gatti oggi al Metropolitan Museum of Art di New York. Sicché, rispetto alle fonti storiche disponibili, torna utile sottolineare come alla scarsa documentazione sugli schiavoni in generale (cui comunque è accordato il diritto d’asilo) venga a corrispondere una più articolata informazione su dalmati e ragusei.

Va da sé che, da tale punto vista, la storia materiale delle città in età medievale e moderna diventa conoscibile attraverso gli atti notarili (rimangono fondamentali per l’Abruzzo le insuperate ricerche di Corrado Marciani). I protocolli – che ne costituiscono le copie d’ufficio – testimoniano la vita quotidiana degli uomini negli aspetti più diversificati. Doti, testamenti, vendite, acquisti, prestiti, riscatti, contratti, industrie conserviere e alimentari, produzioni e trasformazioni agricole, commerci, salari, noli e trasporti marittimi, costruzioni di edifici pubblici e privati, accomodi, restauri, lapicidi, scalpellini, marramieri, bottai, ebanisti, conciatori, ceramisti, vetrai, tavernari, vinattieri ecc. possono passare sotto gli occhi interessati degli studiosi mentre compulsano tutta quella sterminata mole di manoscritti disposti lungo le centinaia di metri lineari delle scaffalature d’archivio.

Dal sec. XVI in poi, i paesi dell’Abruzzo meridionale hanno la possibilità di raccontare infinite storie di individui e di comunità. Ad esempio, le stesse relazioni storiche tra le due sponde adriatiche, tra Vasto e i suoi caricatoi (scali marittimi di esclusivo carico e scarico merci) con le città croate costituiscono un capitolo tutto da indagare. Ecco allora che, in un paese di origine schiavone come Montemitro, diventa utile proporre in riproduzione una selezione di documenti di due notai locali del Cinquecento – Gio. Battista Robio e Berto de Bertolinis – da cui è possibile ricavare almeno una vaga idea sulla complessa mole di scambi che, in quell’età, ha riguardato le attività dei vastesi in partibus Dalmatiae (“nelle terre della Dalmazia”). Gli atti dei due notai vanno dal 25 settembre 1550 all’11 luglio 1555 per il primo (cinque documenti tutti anteriori alla distruzione ottomana di Vasto del 1566); per il secondo, al contrario, dal 16 settembre 1593 al 25 febbraio 1599 (undici documenti nella fase della città in fattiva ricostruzione, soprattutto dopo la vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto del 1571). Nella mostra che qui si presenta, l’unico documento fuori periodo di un ventennio è quello redatto da notar Alessandro Fantini il 28 ottobre 1621. Lo si riporta per l’interesse che riveste nello spiegare la gestione degli approdi marittimi (nel caso specifico, il caricatoio della Meta. Gli altri due risultano essere Casarza e Spiaggia) a partire dal rapporto contrattuale tra l’amministrazione dell’universitas (nella persona del mastrogiurato pro-tempore) e il mastro di scalo.

Grippi, marciliane, brigantini, feluche, marani, sciabecchi ecc. transitavano regolarmente nelle tre prode vastesi. Merci in particolare – e anche persone – attraversavano senza problemi le oltre 110 miglia marine del «brazo di mare» (una distanza più rapidamente percorribile rispetto a quella terrestre tra Vasto e Napoli). Tra arrivi e partenze un gran numero di vastasi (portatori di pesi) lavorava con lena per imbarcare e sbarcare uomini e cose. Di quegli scambi transfrontalieri Abruzzo meridionale/Croazia rimangono oggi solo memorie di carta. Nessun traghetto percorre più quelle antiche e consolidate rotte. Nessun viaggiatore più dall’Abruzzo – se non soci di circoli nautici – può dirigersi verso l’altra sponda. Cinque anni fa (2013) avevo proposto la ripresa l’eredità culturale delle antiche transizioni adriatiche attraverso il gemellaggio tra il Liceo Scientifico di Vasto e il Primo Liceo di Spalato. Attività iniziata nel migliore dei modi, poi interrotta. Le ragioni? Valle a capire!

La macroregione adriatica istituita dal 2014 dovrebbe costruire relazioni culturali e istituzionali tra le città dell’antico golfo di Venezia. Difficile capire in quale date le vele potranno essere considerate sciolte e avviare questa navigazione nella cultura interadriatica.

QUEL MAGNIFICO TRIS: VALORIZZAZIONE, RESILIENZA, SOSTENIBILITA’

di Luigi Murolo

 

«Come valorizzare la nostra scogliera?» è la domanda che ha posto recentemente un amico. Io rispondo nell’unico modo che conosco: proteggendola. Evitando vie, viuzze, strade, stradine, chioschi, baracche ecc. Chi vuole cercare qualcosa si impegna a trovarla da sola. Al più possono essere ipotizzati piccoli sentieri sterrati (soprattutto «manutenuti)» percorribili a piedi (la qual cosa implica l’esclusione di ogni tipo di veicolo). Donne e uomini che camminano o animali. Nient’altro che la passeggiata riflessiva e curiosa. La lentezza contro la velocità. Cui va aggiunta una richiesta: la cancellazione dall’uso della parola “valorizzazione”.

Ch’io sappia questo termine designa il «conferimento di valore» a qualcosa. Vale a dire, capacità di produrre denaro; al contrario del bene naturale che vale di per sé. Che non è un mezzo per favorire la circolazione di un equivalente generale dello scambio cui il mondo è devoto. Non solo perché la presenza antropica è distruttiva e vede l’inciviltà dell’uomo-massa produrre pattume ineliminabile, devastazione, rottura con l’ambiente. Ma perché il denaro alimenta se stesso attraverso lo sfruttamento selvaggio di terra e mare. In nome del denaro e di ciò che viene chiamato «sviluppo», il denaro spezza il senso del paesaggio (da intendere per sé e non solo attraverso la categoria empirista della percezione). Grazie alla gioiosa pratica della «valorizzazione» sono state compiute le più grandi scelleratezze sul territorio.

Evviva “ombrina”. Evviva le trivellazioni. Evviva la pipeline del gas Azerbaigian-Puglia. Ora siamo tutti più ricchi e valorizzati. Certamente. Ricchi – anzi, sfondati – di povertà economica e morale! Meno male che oggi c’è la Zes che impegnerà 1702 ha. di verde abruzzese con 500 ha. di verde molisano. Troveremo tanta di quella ricchezza che l’area industriale di Punta Penna sarà molto ma molto più vuota di quanto lo è stata dal 1964 a oggi. Un successo straordinario della valorizzazione che vede tantissimi soldi nelle tasche di tutti, tutti, tutti. Nessuno escluso. Peccato, però, che abbiano la grazia dell’invisibilità!

E poi c’è il Parco della costa teatina, la cui gestazione ventennale (dal 1997) rende l’attesa più spasmodica (e qui devo chiedere venia perché la lentezza è stata davvero veloce). Avremmo intanto un fronte costiero di 50 km di pista ciclabile che vedrà uno stormo di eroici pedalatori percorrere un sentiero che farà impallidire il pellegrinaggio di Santiago di Compostela.

Qualche conto sulla perimetrazione dobbiamo pur farlo! Vediamo un po’ che cosa dovrebbe accadere nei dieci comuni con la ripartizione dei 10.528 ha totali previsti. Ortona, 2764,68 ha.; San Vito Chietino, 887,45 ha.; Rocca S. Giovanni, 1084,82 ha.; Fossacesia, 783,79 ha.; Torino di Sangro, 1694,32 ha.; Vasto, 1598,63 ha.; San Salvo, 106,86 ha.; e, solo marginalmente, Pollutri, 170,55 ha.; Villalfonsina, con 126,96 ha.. Con l’aggiunta dei 1702 ha. della Zes raggiungeremmo 12230 ha. Sicché, viene voglia di dire a se stessi: possono coesistere queste due modalità di approccio al territorio? È sufficiente ricorrere al concetto ecologico di resilienza per sostenere la capacità di un ecosistema di resistere a una perturbazione ambientale senza per questo alterare la propria la propria struttura di base. Il che vuol dire: un parco può essere tranquillamente resiliente nei confronti dell’industria se questa è sei volte inferiore al primo. E poi, non è vero che occorre parlare di sviluppo secondo quanto previsto dal Rapporto Brutland nella Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo del 1987? Vale a dire: «Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali».

Già! Come dovremmo parlare di sviluppo sostenibile in un’area industriale come quella di Punta Penna di cui, a partire dal 1964, si favoleggiava una straordinaria valorizzazione? Ma come non c’è forse stato un arricchimento generale talmente potente di cui nessuno si è accorto? E la gigantesca forza industriale di cui è stata apportatrice? E i tanti posti di lavoro prodotti? Talmente tanti che mai nessuno è riuscito a contarli. Non ci sono dubbi. Guardando all’indietro possiamo dire: valeva la pena sacrificare alla valorizzazione un monumento naturale come lo “scoglio spaccato” fatto esplodere per dare posto al cemento. E la bonifica dei “Laghetti” di Vignola avvenuta negli anni Venti del Novecento per consentire la valorizzazione abitativa di un’area praticamente disabitata. Che bello! In luogo di “pandiere” di acqua salmastra troviamo oggi, in quella località, una costa finemente eutrofizzata. E poi, grazie al Parco – la cui gestazione risale al 1997 con una gravidanza che dura da ventuno anni (una lentezza così veloce da partorire immobilità) – una bicistrada consentirà la valorizzazione di ambienti che fino a oggi si sono autodifesi – c’est a dire, resilienti alla massa –. Fino al marzo 2005, la ferrovia aveva assolta la funzione di collegamento ordinato tra città costiere garantendo, tra l’altro la manutenzione del percorso dalle frane e dall’assalto di consumatori usa-e-getta. E al posto di garantire la visitabilità – ma non l’uso balneare – di Punta d’Erce, una nuova marina a spiaggia libera si è andata disegnando in finibus Sinelli.

Tutto è sostenibile. Anzi «sublime», se vale ciò che il preromantico Edmund Burke traduceva con «delightful horror»; in definitiva, «orrore che affascina». Una visita al Premio Vasto di quest’anno incentrato sul Paesaggio (su cui mi riprometto di tornare) restituisce a quel concetto il valore etimologico di ciò che «giunge fin sotto la soglia più alta». Al contrario, ci stiamo inoltrando verso ciò che «giunge fin sotto la soglia più bassa». Cioè, semplicemente l’orrendo in quanto tale. Insomma, tutto è sostenibile. Figuratevi, si riesce perfino a sostenere il potenziamento dell’Ospedale di Vasto nel momento in cui lo si smantella pezzo per pezzo. Così, anche l’ospedale di Vasto è resiliente. Resiliente come lo è un parco nei confronti dell’industria. Tutto è sostenibile e resiliente. Tutto. Salvo una cosa: le sciocchezze!

DIALETTO E «COMICO DI PAROLA»

di Luigi Murolo

Partecipe alla première de La fattìure, la commedia dialettale di tipo farsesco scritta da Paolo De Guglielmo (1908-1981) e allestita dal gruppo teatrale La Cungarèlle (rappresentata nel cortile di Palazzo d’Avalos il 24 luglio 2018), ho subito pensato alla possibilità di una recensione non sulla serata, ma sulla funzione del dialetto nel testo in questione. Del resto, se è vero che nel progetto del costituendo Museo di comunità centrato sulla voce emerso nel Corso sulla fonetica e sulla scrittura del dialetto di Vasto, le rappresentazioni teatrali sono considerate essenziali per la documentazione linguistico-antropologica della lénga huaštaréulǝ, credo che sia importante avviare un tentativo di interpretazione della pièce sul versante stesso della comunicazione orale. Consegno queste brevi considerazioni alle amiche e agli amici del Corso o a eventuali altri interlocutori che intendono partecipare a un’auspicabile discussione.

 

 

Come accade in fonematica, dove i fonemi si definiscono in opposizione tra di essi, così nella commedia dialettale la lingua vernacola definisce la sua funzione comunicativa in opposizione all’italiano. Parlo ovviamente dell’idioma locale non certo di quello della koinè. In tale caso, le funzioni sono similari, non divergenti. Va osservato, infatti, che in un ambiente locutorio dialettofono la lingua nazionale viene a profilare un momento di rottura profondo con la scena in cui agisce. Deve per forza connotare qualcosa di totalmente altro rispetto alla Zwittersprache – così il dialettologo tedesco Gustav Rolin definisce la lénga huaštaréulǝ nel 1908: vale a dire, «lingua ibrida» –. Da questo punto di vista, nella commedia del De Guglielmo, l’italiano parlato dal «professore» si trova a delineare una dramatis persona del tutto esterna al luogo. Talmente estranea all’ambiente, che di questo può diventare addirittura figura protettrice, al punto da assumere su di sé i «peccati» (ingerendo volontariamente la pozione «magica» destinata a altri) impliciti nel tentato e risibile «affatturamento» richiesto alla fattucchiera dalla madre impicciona e ruffiana. In buona sostanza, l’onniscienza del «professore» è perfino in grado di prevedere gli eventi (coincide in qualche modo con il narratore onnisciente e eterodiegetico del romanzo). Il suo eloquio piccolo borghese, anche se lo oppone al sermo vulgaris della famiglia che ha «in custodia», non lo differenzia dall’aurea mediocritas linguistica di un buon impiegato di concetto degli anni Cinquanta del Novecento. Nei fatti, un «angelo custode» dalle qualità molto realistiche. E poi, una cosa va ricordata. Che proprio per la ragione di voler scrivere un testo teatrale centrato sull’intrattenimento, Paolo De Guglielmo risulta ben consapevole del fatto che la farsa – perché è ciò che, in qualche modo, ha voluto proporre – è «una forma estrema di commedia che suscita il riso a scapito della logica» (la definizione è di Eric Bentley).

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Paolo De Guglielmo (Vasto, 1908-1981)

Va da sé che tra lingua «alta» del misterioso sapiente e lingua «bassa» della comunità il De Guglielmo pone un’opposizione di tipo verticale. Sul versante antropologico, insomma, la dialettica orizzontale e paritaria della linguistica si trasforma nel suo rovescio: vale a dire, in primato della parlata «culta» su quella volgare. In tale prospettiva, l’uso in funzione «alta» del registro basso-mimetico popolare produce l’effetto comico. Che si realizza nell’accettazione della realtà quotidiana e nel tentativo, sempre goffo e fallimentare, di raggiungere uno status sociale diverso dal proprio. In questo senso non è la gag (tipica del linguaggio corporeo espresso dalla slapstick comedy) a caratterizzare il personaggio ma l’uso della lingua. Ci si trova di fonte a ciò che già, agli inizi del Novecento, Henri Bergson nel suo celeberrimo saggio sul riso chiamava «comico di parola». Quando, cioè, è il linguaggio stesso a diventare comico perché chi lo utilizza, a differenza della platea, non ne conosce la regolarità. L’attore brillante deve saper mostrare al pubblico di essere convinto delle grossolanità che dice. E solo quando si misura con lo spettatore che si presuppone essere connoisseur della regola, il convincimento espresso dall’artista diventa sollecitatore di riso nell’uditore. Proprio perché ispirato dalla comicità radiofonica (che vive nell’ascolto della parola) – e Paolo De Guglielmo ne sottende l’importanza a partire dalle battute iniziali della sua pièce scritta nel 1954 –, la voce costituisce un punto di riferimento per l’autore della Fattìurǝ. E sempre nell’ambito della nozione di «comico della parola» occorre prospettare la distinzione tra la comicità che il linguaggio esprime e quella che il linguaggio crea. Va in ogni caso ricordato che la comicità del linguaggio altro non costituisce che la rappresentazione fonica degli effetti prodotti dal gesto e dalla situazione dimostrando (ancora una volta secondo la prospettiva indicata dal filosofo francese) che «il comico si sviluppa nell’ambito di una coscienza comune». Per cui tra espressività e creazione si può dire che la prima risulta, in qualche modo, traducibile in un’altra lingua (salvo perdere molte delle sue particolarità), la seconda, no.

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Lu ziu spiccicatu!, versione in siciliano di Giovanni Grasso jr.
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Crešte gna váite accuscì pruváite, versione in napoletano di E. Guerrera

Per quanto mi è dato di sapere, la storia della commedia dialettale vastese presenta due versioni in altro idioma, entrambi gli originali di Luigi Anelli di cui si conservano gli autografi trasposti in Archivio Comunale di Vasto: Crešte gna váite accuscì pruváite (resa in napoletano da E. Guerrera e rappresentata al Teatro Comunale Rossetti di Vasto il 15 giugno 1899 con il titolo ‘O cielo comme vede accussì pruvvede!!) e Lu zije spiccicate! (nella traduzione in siciliano di Giovani Grasso jr. dal titolo Lu ziu spiccicatu! con data 3 marzo 1923 rappresentata il 20 novembre dello stesso anno al “Sannazaro” di Napoli). Non entro nel merito del problema perché non è questo l’argomento in questione. Ma se volessimo tener semplicemente conto della tipologia classificatoria bergsoniana (senza considerare le ragioni che hanno condotto alla traduzione) dovremmo parlare di testi espressivi. Ora, il tentativo da compiere tra le amiche e gli amici del Corso sul dialetto di Vasto e gli interessati – in vista della costituzione del Museo di comunità – è quello di capire se esistono le condizioni di traducibilità della Fattìurǝ (ricordo, tra l’altro, che Paolo De Guglielmo ha reso in vastese Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo con il titolo Lu prussèpiǝ di zi’ ‘Ndòniǝ. Se ne avverte l’eco in quella sorta di algoritmo letterario che è «te piåcǝ lu duàggǝ?» rilettura del più celebre «te piace ‘o presepe?» di eduardiana memoria). E qui si tratta di un testo specifico da correlare con altri. Alla fine di questo breve ragionamento sembra restare un unico interrogativo che potrebbe essere così sintetizzabile: di là dalle rappresentazioni teatrali, il «comico di parola» costituisce davvero una funzione del dialetto?

 

 

La fattìure

di Paolo De Guglielmo

 

Regia

Luciano Marchesani

 

Personaggi e interpreti

 

Riccardo

Fabio Cristina

 

Mariuccia

Orietta D’Aurizio

 

Lucia

Anna Naglieri

 

Giovanni

Antonio Muratore

 

Professore

Nicola Marchesani

 

Ingegnere

Nicola Cicchini

 

Michelino

Luigi Gileno

 

Zia Rosa

Anna Scafetta

 

Righelli

Peppino D’Ercole

 

LA VIA DEGLI ANFITEATRI. UN PONTE CULTURALE TRA VASTO, LARINO, VENAFRO

di Luigi Murolo

 

L’antichità non è un già-dato, un “oggetto” senza vita messo di fronte a dei meri soggetti osservatori. Non è qualcosa posta lì, a portata di mano, che rimane passiva senza suggerire interrogativi. «L’antichità – come sottolineava Novalis – tocca a noi saperla evocare». Dunque, non è il caso di sottrarsi a questo invito. Un esempio semplicissimo. Si vuole capire la struttura dell’anfiteatro di Histonium di cui rimane qualche traccia muraria visibile in un paramento murario urbico di forma ellittica? Basta visitare l’anfiteatro di Larinum (l’attuale Larino) per averne contezza.

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Larino, Anfiteatro
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Larino, Anfiteatro

Si vuole comprendere che cosa fossero gli altomedievali Guarlasi di Vasto di cui parla il memorialista seicentesco Viti? Sarà sufficiente visitare il Verlasce di Venafro, che ne restituisce (anche se attualmente in uno stato di fortissimo degrado) la forma più compiuta (dal punto di vista architettonico, Guarlasi e Verlasce connotano l’edificazione della città post-romana lungo tutta la cavea dell’anfiteatro con il vuoto dell’arena trasformato in platea publica).

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Venafro, Verlasce
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Venafro, Verlasce

Considerata in tale sequenza, piazza Rossetti di Vasto testimonia l’avvenuto mutamento della forma-Guarlasi attraverso la distruzione dei fabbricati lungo l’anello ellittico occidentale dell’anfiteatro e con il mantenimento di quello orientale per utilizzarlo come parte della cinta muraria tardomedievale.

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Vasto, Piazza Rossetti, Ninfeo

Ora, di là dalla monumentalità dei singoli manufatti (significativa la struttura larinate che con i suoi 15000 posti poteva contenere come spettatori il doppio dell’attuale popolazione comunale), ciò che vorrei mettere in evidenza con questo itinerario di tipo didattico è un tema più astratto di storia degli insediamenti. In buona sostanza, ciò che voglio sottolineare, è l’effetto sul territorio che, nel corso del tempo, le comunità locali hanno prodotto nel rapporto con l’antico. Ad esempio, l’abbandono totale dell’anfiteatro di Larino già in fase gotico-bizantina ne ha consentito la salvezza archeologica. Il suo mancato riuso urbano in fasi storiche posteriori con il trasferimento dell’abitato in un sito diverso (non parlo ovviamente della funzione di cava di materiali edilizi) ha garantito – di fatto – la cura della sua facies originaria (I-II sec. d.C). Al contrario, la rioccupazione altomedievale dell’anfiteatro di Venafro ha determinato la realizzazione di una forma incastellata chiamata verlasce (in qualche modo assimilabile al Parlascio di Lucca) che nulla ha avuto da dividere con il successivo insediamento in altura. La traslazione del paese in altro luogo ha consentito, senza praticare l’abbandono, il mantenimento della struttura insediativa altomedievale posta a debita distanza dall’abitato maggiore (di grande efficacia documentaria la foto del 1886 pubblicata sul Web). Da questo punto di vista, piazza Rossetti dimostra il continuo reimpiego della complessa architettura romana fino alla sua dissoluzione. Dapprima anfiteatro, poi verlasce (guarlasi) e infine segmento della cinta muraria urbica. L’attuale rinvenimento – quasi in superficie – di un organismo absidato in opus latericium (il cui recente scavo, per la verità, condotto in modo piuttosto frettoloso non chiarisce se si tratta di un ninfeo [men che meno di chiesa paleocristiana] – certamente non parte dell’anfiteatro) suggerisce un intervento destrutturante sulla cavea già in epoca tardoantica. Ma il viaggio tra gli anfiteatri non termina qui. Il ritrovamento a Larino di una lastra opistografa bronzea (scritta, cioè, sui due lati) con la registrazione di un senatusconsultum del 19 d.C. (recuperato in modo rocambolesco nel 1972) restituisce, a noi contemporanei, il senso antropologico più profondo dei ludi nell’arena: il rigido divieto fatto ai membri delle élites sociali (il rango senatorio-equestre) di esibirsi, dietro compenso, nel teatro o nel circo. Nel caso di pratica, sarebbero stati condannati come infami, perdendo perfino il diritto agli onori della sepoltura. Il risvolto del teatro e dell’anfiteatro era questo. L’ordo equester poteva finanziare la costruzione dell’anfiteatro (com’è documentato a Larino), sedere nella tribuna riservata (podio), ma non essere protagonisti della scena (Che strano. Sulla base del senatusconsultum larinate Messalla non avrebbe mai potuto partecipare alla corsa delle quadrighe contro Ben Hur regalataci dal regista Fred Niblo nel 1925 e da William Wyler nel 1959!). Era qui, proprio alla presenza dei molti, che, la differenza dei ruoli, sanciva come “visibile parlare” la diversità di status nella società stratificata. La ritroviamo perfino nelle onoranze funebri. L’iscrizione CIL IX, 2885 proveniente da Histonium ricorda che all’ordo decurionum era consentita la realizzazione di un monumento equestre; agli urbani (la plebe) quella di un monumento pedestre. Come si può notare, il gioco della morte è ben diverso dal gioco dell’arena. Ne costituisce il rovescio simmetrico. Nel primo caso sono protagonisti i nobili; nel secondo, i plebei. Posta in questi termini, la Via degli anfiteatri può diventare un progetto da discutere con tutti i Licei delle aree interessate. Magari con l’apporto dei progetti europei (sempre che la vecchia Europa sappia resistere alle tempeste da cui è agitata. E qui si aprirebbero percorsi di longlife learning molto interessanti). Ma la domanda che mi pongo è un’altra: di là dall’universo dell’apprendimento e della formazione (che non è cosa di poco conto) c’è (o potrebbe esserci) un mercato di nicchia disposto ad accogliere itinerari culturali di questo tipo? Lo si può costruire all’interno di un’economia slow che possa trovare maggiori spazi di intervento proprio a partire dall’alternativa al modello vacanziero oggi in ribasso? Mi limito a queste brevi considerazioni. Lascio ad associazioni come Italia Nostra il compito di ragionare su tali argomenti in un contesto di formazione permanente (e non di semplici gite con l’ausilio della guida di turno), riprendendo magari in mano la Pro Aulo Cluentio habito di Cicerone che ha il suo centro proprio in Larino e che, nella strategia del dibattito processuale, si trova a affrontare la quaestio de sicariis et veneficiis e che Quintiliano avrebbe utilizzato nella sua Institutio oratoria per la formazione dell’oratore. A dimostrazione di un fatto: che la nuova attenzione per la cultura classica, ricollocando la letteratura antica nei luoghi in cui si è originata, può restituire una percezione più acuta e penetrante di quel genius loci che abbiamo purtroppo dimenticato.

LETTERA A NICOLA D’ADAMO, DIRETTORE DI «NOI VASTESI»

di Luigi Murolo

 

Gentile direttore,

 

ho letto con grande interesse il comunicato stampa da Lei pubblicato sulla presentazione a Roma della grande mostra di Vasto su Filippo Palizzi per il bicentenario della nascita dell’artista. Cose di certo rilevanti per la città. Soprattutto l’aver appreso – con mio sommo stupore – che la cantierazione del sipario del Teatro Rossetti (trafugato sul finire della seconda guerra mondiale) sarebbe stato sollecitato da quel Filippo Palizzi che, bontà sua, carezzava l’idea di dotare il teatro di questo elemento scenico. Davvero singolare tale notizia che ne presupporrebbe la realizzazione dopo il 1874.

C’è da osservare che, dalle deliberazioni del Consiglio Comunale di Vasto, non risulta alcuna committenza ad hoc fino al 1899, anno della morte dell’artista. Non solo. Ma da quanto è dato di sapere non risulta nemmeno un’eventuale donazione di questa struttura mobile posta all’altezza del proscenio. Quasi non bastasse, il 1874 sembra una data molto improbabile se è vero che, stando alle affermazioni di Francesco Ciccarone nei suoi Ricordi: «dolorose circostanze, che si riferivano al nipote G. De Guglielmo, lo tennero [Palizzi, ndr] per molti anni lontano dalla sua città dalla quale egli, con erroneo giudizio, si riteneva offeso e fu solo dopo il 1880 che, chiariti gli equivoci, egli vi fece ritorno e vi si trattenne più giorni». Da questa testimonianza diretta, pare essere escluso ogni possibile «omaggio» nel 1874. Va da sé che sul catalogo troveremo tutte le necessarie informazioni che a noi purtroppo sfuggono. Diverse ovviamente da quelle finora possedute che volevano il sipario dipinto da un Franceschelli di Orsogna (di cui ignoriamo tutto) su bozzetto di De Laurentis tra il 1830 e il 1832 (anno in cui, con delibera decurionale 19 agosto 1832, veniva emanato un regolamento di conservazione e di amministrazione del Teatro). Che dire! La curiosità è tanta. E spero che anche Lei, come me, gentile direttore, sarà felice di leggere i risultati ermeneutici sulla scoperta di questa sconosciutissima progettualità palizziana che, stando ai nuovi critici, avrebbe visto la realizzazione ben quarantadue anni prima che lo stesso artista riuscisse a pensarla!

E poi, caro direttore, sarà ugualmente felice di rivedere, da settembre, la tela di Dopo il diluvio, da noi già vista perché esposta a Vasto nel 1999 (per il centenario della morte di Filippo) nella mostra curata da Giovanna Di Matteo dell’allora Soprintendenza B.A.A.A.S per l’Abruzzo. Magari – aggiungo – con le altre quattro redazioni conosciute (ivi compreso il bozzetto dell’Accademia di Belle Arti di Napoli), ma non presenti in quella circostanza.

Poi un invito. Nella mostra, si esponga il busto di Filippo Palizzi, che fa da usciere al Palazzo di città, opera del grande scultore napoletano Achille D’Orsi (1845-1929) presentata a Vasto da Francesco Paolo Michetti il 15 giugno 1924! È un capolavoro che va custodito gelosamente. Va ricordato che il D’Orsi era succeduto a Palizzi nella presidenza della Galleria dell’Accademia di Napoli (inaugurata però solo nel 1916).

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Achille D’Orsi, Filippo Palizzi (1924), Vasto, Uscio del Palazzo Comunale

Un’ultima considerazione. L’Ecce Agnus Dei della chiesa di San Pietro rappresenta l’ultima grande fatica del maestro Filippo Palizzi. Sarebbe bello vederla a confronto con la pala d’altare del San Teodoro di Amasea a cavallo che il ventiduenne vastese realizza nel 1840 per il protettore di Brindisi conservata nell’omonima cappella della basilica cattedrale. Queste due pale costituiscono l’inizio e la fine di una vita operosa dedicata all’arte. In queste due opere diventa possibile delineare l’evoluzione del genio figurativo di don Filippo, lo stesso che Gabriele D’Annunzio avrebbe colto nello straordinario saggio dedicato alla Gloria di un vecchio.

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Brindisi, Cappella di S. Teodoro, Basilica Cattedrale. La collocazione della Pala d’altare di Filippo Palizzi
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Filippo Palizzi, S. Teodoro di Amasea a cavallo (1840), Brindisi, Basilica Cattedrale                               In basso, a destra, la firma autografa di Palizzi con la data di realizzazione                                         

Tutto qui. Potremmo vedere in questa mostra i due dipinti stendersi la mano a vicenda?

Che cosa ne pensa, caro direttore?

QUODLIBET SUL CULTO VASTESE DI S. NICOLA

di Luigi Murolo

Alcuni amici di Facebook mi hanno richiesto notizie sulla festa di S. Nicola di Bari in città. Mi auguro di fare cosa gradita con la seguente risposta.

 

Il primo dato da affrontare è quello relativo al luogo di culto sintetizzabile in questi termini. E cioè, che pur, essendo esistita all’interno del centro antico di Vasto una chiesa intitolata a S. Nicola dei Guarlasi (poi a S. Maria del monte Carmelo), essa non ha mai avuto relazione con gli abitatori autoctoni. Fin dall’istituzione del consolato raguseo in città nel 1523, è stata sede religiosa della ricca comunità mercantile transadriatica qui allocata. Ora, se la festività del santo era patrimonio cultuale dei semplici domiciliati – vale a dire degli stranieri dell’altra sponda –, non lo stesso si può dire per i residenti (la figurazione bizantineggiante del Nicola di Cona di mare è in posizione laterale e sussidiaria rispetto alla tipologia odeigitria della Theotokós vastese). In effetti, l’elenco delle festività da celebrare riportato dagli Statuti comunali di Vasto di metà Cinquecento (I,2; il secondo capitolo del primo libro dal titolo De festiuitatibus celebrandis), non restituisce alcun riferimento al vescovo di Mira (in effetti, oltre alle domeniche e alle feste in onore del Cristo e della Madonna, risulta documentata la venerazione civile e religiosa solo per «Sancto Laurentio, Santo Augustino (…) Santo Matheo,  Sancto Joannj, Sancto Marcho, Santo Angelo de Septenbro [S. Michele], Sancto Stefano, Santo Honofrio, Sancto Rocho, Santo Sebastiano, Sancto Leonardo, Santo Thomasi de Aquino, Santo Nicola da Tollentino»).Tra le ottantasei festività religiose attestate nel documento, l’unica menzione per un Nicola è quella relativa al santo agostiniano Nicola da Tolentino canonizzato nel 1446 e venerato nella chiesa di S. Agostino (oggi S. Giuseppe) di cui esisteva una cappella fino al 1890. Da ciò si evince che risulta posteriore alla metà del XVI secolo il culto per il Nicola baresano se è vero che, stando alla testimonianza dello storico Nicola Alfonso Viti (1600-1649), due cappelle rurali intitolate al suo nome risultavano attive nel Vasto del 1644: s. Nicola della Meta, s. Nicola di Torricella.

Dal punto di vista cultuale, la menzione del pellegrinaggio vastese più antico fino a oggi conosciuto al Santo di Bari si deve alla penna di Diego Maciano nel colportage da lui compilato tra il 1700 e il 1729. Qui l’autore spiega le ragioni del viaggio iniziato il 27 aprile 1714: la confraternita del Carmine si reca a Bari per adempiere al voto sulla guarigione della marchesa del Vasto Ippolita d’Avalos in quel periodo ancora impossibilitata perché convalescente (voto definitivamente sciolto l’anno successivo con un sontuoso viaggio calessato, non a piedi). La lista dei partecipanti all’iniziativa di ringraziamento, redatta sempre dallo stesso Maciano il 26 aprile 1714, veniva annotata sul retro dell’anteporta di un cabreo recentemente scoperto da Paolo Calvano e pubblicato su questo stesso blog il 19 giugno 2017 (Sulla strada di S. Nicola: il 1714 e la via nicolaiana dei vastesi).

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La lista dei partecipanti al pellegrinaggio del 1714

Come si può osservare, in assenza di una cultualità autoctona, il pellegrinaggio “popolare” nasce come servizio religioso ai signori del luogo. La stessa presenza di ben sei presbiteri (Diego Maciano, Francesco Gatta, Giuseppe Cacciuni, Gio.Carlo Pettine, Giuseppe Impastari, Giacinto Oliuij) avrebbe contributo alla diffusione cittadina della devozione. Al punto che lo stesso nipote di don Giacinto Oliuij, Francesco Oliuij Leone (lo stesso autore dell’Inno alla Sacra Spina in latino) avrebbe composto il testo con una versificazione di facilissima memorizzazione (quartine di settenari piani con settenari tronchi e un solo settenario sdrucciolo) di cui non è pervenuta la partitura musicale. Il brano, rimasto inedito (trascritto a mano dallo storico ottocentesco Luigi Marchesani insieme con tutta la pia guida dei canti laudatori in italiano del Leone, in due volumetti in-24°, dal titolo Parafrasi, ed Inni sagri). Alle pp. 63-66 della seconda parte è contenuto l’Inno a S. Nicola di Bari che riproduco tanto in trascrizione ottocentesca quanto in carattere corsivo times new roman.

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Il testo dell’Inno a S. Nicola di Bari

A  San Nicola di Bari (trascrizione)

 

Se vide il cieco, il zoppo

Se ‘l passo die’ spedito,

e al sordo se l’udito perduto

Perduto ritornò,

 

Son questi, o Cristiani,

Le grazie ed i portenti

Che fe sopra i languenti

Il nostro Niccolò.

 

Ovunque sta’ ‘l pericolo

In terra, in aria, o in mare,

Ognun che ‘l sa pregare

In salvo può condur,

 

Oh quanti naviganti,

Quante partorienti,

Da grandine cadenti

Quanti salvati fur!

 

Con giubilo rammento

Quel vago giovanetto,

Ch’era tra lacci stretto

In cruda schiavitù.

 

Il giovane piangea,

e ‘l Turco lo schernisce;

Ma ratto gli sparisce,

e nol rivede più,

 

è Niccolò colui,

Che per la chioma il prende,

e in un momento il rende

Al mesto genitor.

 

Son di memoria degne

Anche le tre donzelle.

Che meste e poverelle

Si pascon di dolor.

 

Ma il Niccolò che in loro

Qualche periglio vede

Di notte le provvede

Di quanto bisognò.

 

L’autor del ricco dono

Il padre curïoso

Volle spiarne ascoso,

Lo vide, e ‘l pubblicò.

La Manna poi mirabile

Che scatorisce in Bari

Dall’ossa singolari

Del nostro Protettor.

 

Non è un portento assiduo

Che per la meraviglia

Ci fa inarcar le ciglia

E ci consola il cuor?

 

Oh Bari avventurato,

Che ‘l gran tesor possiedi

E te i divoti vedi

A folla frequentar.

 

Chi reca gemme ed oro

In grato e pio tributo,

E chi novello ajuto

Concorre ad implorar.

 

Deh Niccolò, gradisci

D’ogni fedele i voti,

E me fra’ tuoi divoti

Ti piaccia custodir.

 

Acciò da te protetto

Sempre m’ajuti Dio,

E alfin clemente e pio

Mi voglia il Cielo aprir

Aggiungo ancora che l’iconografia dell’antico stendardo in seta della Congrega del Carmine (con l’immagine di S. Nicola nel recto e con quella di S. Maria del Carmelo con le anime purganti nel verso) – probabilmente lo stesso innalzato dallo «stannardiere» Paolo Di Roscio nel pellegrinaggio del 1714 e oggi conservato presso la cattedrale di S. Giuseppe – si trova alla base (ma in forma rovesciata) del motivo su tela che il pittore Giulio Cesare de Litiis (1734-1816) realizza per la chiesa del Carmine nell’olio dal titolo la Madonna del Carmine con san Nicola e sant’Andrea.

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Stendardo

Non vi sono dubbi. In questo periodo viene strutturandosi l’impianto antropologico-religioso della festa nicolaiana. A chiarire aspetti significativi di questa vicenda giunge la deliberazione n.213/13 ottobre 1879 con cui il consiglio comunale di Vasto provvedeva alla cessione ad uso di culto della chiesa rurale di S. Nicola della Meta di patronato laicale del Municipio a favore del sacerdote sig. Giuseppe Miscione. Nella domanda ad hoc presentata dal presbitero il 5 marzo 1875 si faceva presente che, nel 1874, veniva riattivata per la prima volta la funzione religiosa della cappella dopo 38 anni di totale sospensione della solennità. A partire dal 1836, dunque, con l’istituzione di un camposanto provvisorio soppresso nel febbraio 1844 grazie all’apertura del nuovo cimitero in contrada Catello, la festa di S. Nicola era stata cancellata. I 1750 cadaveri deposti nelle fosse colà scavate impedivano nel luogo ogni ragionevole celebrazione festiva. Unica clausola di rispetto prevista dalla cessione: impedire ai «pastorelli» il pascolo nell’area ex-sepolcrale.

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La deliberazione del 13 ottobre 1879

Un’ultima questione. Dopo il 1893 la festa viene nuovamente sospesa (non si conoscono le ragioni) per essere riattivata nel 1903. Nel n. 14 di quell’anno, il settimanale «Istonio» registra quanto segue: «Domenica 10 [maggio] dopo tanti anni si è celebrata nella nostra città la festa di S. Nicola per voto di tutti i pellegrini che non avevano potuto recarsi a Bari per le infezioni di vaiolo manifestatesi nelle Puglie, con un concorso straordinario e considerevole di popolazione ed anche di forestieri». Già. Una sorta di sollevazione popolare richiedeva soprattutto la pratica processionale dalla cappella in città quale meccanismo sostitutivo dello sbarco del Santo e del pellegrinaggio da Vasto a Bari.

Che cosa dire di più! Penso soprattutto ai pastorelli esclusi dal pascolo. A me torna in mente il Pastorello Abruzzese dipinto da Filippo Palizzi che con la sua zampogna poggiata sulla terra pare raccogliere l’aria degli abitanti ipogei. Una suggestione. Nient’altro che una suggestione. Ma che, a duecento dalla nascita dell’artista (16 giugno 1818-16 giugno 2018), riconduce l’attenzione sul misterioso poggio di S. Nicola che, nelle sue profondità, nasconde ancora le tracce dell’ottocentesco campo sepolcrale.

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F. Palizzi, Pastorello abruzzese, cm 65 x 51    (da Filippo Marino, Vasto Gallery)