A PROPOSITO DI UNA NOTIZIA SUI QUOTIDIANI

di Luigi Murolo

 

Ma perché parlarne? O forse: perché tacerne? È forse una notizia sapere come si muore? Morte naturale, suicidio, suicidio assistito? E chi dovrebbe parlarne? Sul mal di vivere ci si può solo interrogare. E chi può profferir parola intorno alla persona il cui dramma non sta nel morire, ma nel vivere?
Qual è il farmaco che consente di sopportare l’insopportabile? Qualcuno l’ha scoperto? Quando il peso della melancholia schiaccia, chi è in grado di resistere e di reagire? Come si può parlare a chi non ascolta o a chi ha deciso di non voler più ascoltare? Per molti la soluzione è a portata di mano: rivolgersi allo psicologo, allo psicanalista, allo psichiatra. Anzi: meglio se a tutti quanti insieme. Bene. E poi? Poi che cosa accade se la lingua non trova sempre l’orecchio disponibile? Lo si può dire? Talvolta il vuoto, qualche altra il suicidio e, forse – soprattutto nell’ultimo caso – il compianto dell’eventuale conoscente che non sempre – meno male – si sente autorizzato a dover sentenziare: «Cred’io ch’ei credette ch’io credesse».
Che strano! Un tempo si discuteva di chi, nell’inaudita violenza contro se stessi, cercava di trovare la liberazione dall’intollerabile e selvaggio tormento dei giorni. Eppure, “d’un suicida non hanno pieta” soleva ripetere a se stesso Fabrizio De André nella sua dolente Ballata del Michè. Tutto questo, ieri. Ma perché oggi c’è forse rispetto, per chi, contro lo straziante trattamento del proprio corpo, sceglie di cancellare con dolcezza e serenità l’insostenibile dolore dell’anima? Già! Come è possibile affermare: resto stupito! Non lo sapevo! Non me ne sono accorto! Com’è stato possibile? Una tragedia! Mi dispiace! Non vi sono dubbi: o prima si ha la capacità di accorgersene restando impietriti dalla propria impotenza oppure poi si deve aver la forza interiore di tacere.
Meno male che l’ipocrisia può essere oggi superata con un breve viaggio. Appena una mezza giornata per andare dapprima in Paradiso e poi recarsi giù per vedere l’erba dalle radici. Ma come, dirà qualcuno: non ci hanno insegnato che si doveva seguire il percorso inverso: prima in basso e poi verso l’alto? Sì. Le cose stavano in questi termini. Ma la Repubblica Elvetica – la stessa che, dal 1506, fornisce la guardia al Vaticano – nello stesso Canton Ticino ha voluto sparigliare le carte. Nei fatti, prima di giungere a Lugano, si arriva in un paese con poco più di 3500 abitanti chiamato Paradiso. Qui, in questo luogo, una clinica per il suicidio assistito traguarda l’esistenza del singolo, liberando il soggetto da quell’insostenibile condizione umana che Petrarca è riuscita mirabilmente a tradurre con un unico endecasillabo: «di duol mi struggo, et di fuggir mi stanco» (Canzoniere, I, CCIX).
Che dire! Di fronte all’indifferenza del mondo, vale la pena ascoltare la voce che proviene da un tempo remoto e che anela alla forza liberatrice umana dalla pesantezza e dalla sofferenza. Che tutto sia lieve, leggero. Ecco perché l’ultimo verso di un’iscrizione latina trovata a Cartagine nel 1894 può recitare quanto segue: «Nunc mors perpetuam libertatem dedit». Il che vuol dire: «Ora, la morte t’ha dato la libertà, per sempre».

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