Il «giardino» di Civitacampomarano di Luigi Murolo

La sua terra è lieve. Nient’altro che un sottile velo di erbe selvatiche irrorate ancora da antichi dolori che il tempo ha sottratto all’abbraccio crudele di Mnemosyne. Magari con i nomi di quei remoti abitatori oggi scomparsi che, al più, potevano essere «scritti sull’acqua» come il nome del giovane poeta inglese le cui ceneri sono deposte nel cimitero acattolico di Roma (parlo di John Keats).
Che dire! In questo luogo incantato, l’immaterialità del genius loci è anima gaia (vale a dire, terrestre) che vive intensamente nel rapporto sensibile con il soggetto che vi s’immerge. Il poggio su cui si adagia – la sommità di un calanco – congrega su di sé una piccola corona boscosa che pare accogliere nel suo grembo il campo dalla zolla morbida (fig. 1). Un recinto di pietre ne disegna il limes, quasi a evocare il senso del toponimo che lo designa: Giardino. Ecco. Non sembra forse di ascoltare l’antica voce di Thomas Gray che, nel suo elegiaco country churchyard (cimitero campestre), recitava: «Now fades the glimmering landscape on the sight. / And all the air a solemn stillness holds, / Save where the beetle wheels his droning flight, / And drowsy tinklings lull the distant folds; (Ora si dilegua il paesaggio luccicante alla vista / e tutta l’aria una solenne calma tiene / tranne là dove lo scarabeo rotea il suo volo ronzante / e sonnolenti tintinnii cullano i distanti ovili)»?
La suggestione è notevole. Ma appunto: rimane solo tale; è impossibile andare oltre. In effetti, il cosiddetto Cimitero napoleonico di Civitacampomarano, seppur ispirato al Décret Impérial sur les Sépultures emanato da Napoleone il 23 pratile dell’anno XII (12 giugno 1804) – l’editto di Saint Cloud, per intenderci – altro non rappresenta che l’effetto progettuale del R.D. 655/11 marzo 1817 del Regno delle Due Sicilie promulgato da Ferdinando I delle Due Sicilie.
Ma andiamo per ordine.
L’editto di Bonaparte viene esteso al Regno d’Italia (ma non a quello di Napoli) il 5 settembre 1806 con l’editto Della Polizia medica firmato dall’imperatore stesso sempre a Saint Cloud. Il provvedimento legislativo viene introdotto nello «stato napolitano» da re Gioacchino solo il 19 febbraio 1813, due anni prima della sua uccisione a Pizzo Calabro (13 ottobre 1815). Il che vuol dire: il decreto diventa efficace non per un atto diretto dell’Imperatore, ma indirettamente, e solo in base alla volontà di un Re. Così, quasi per una sorta di contrappasso (o, forse, per astuzia della ragione), il corpo del Re assassinato sarà deposto (e non inumato) nella fossa comune della Chiesa di S. Giorgio a Pizzo (fig. 2). Come si può notare, i napoleonidi non avranno il tempo per attuare questa riforma nella «patria napolitana». Sarà dunque Ferdinando I a formulare il dispositivo di legge composto da quei sette articoli che, di fatto, avrebbe statuito la sepoltura in appositi luoghi posti al di fuori della cerchia urbana. Il provvedimento legislativo si fonda sul seguente assunto: «Il costume di seppellire i cadaveri umani in sepolture stabili e dentro, o vicino i luoghi abitati, abolito fra le più colte nazioni, non potrebbe essere ulteriormente tollerato nel nostro regno, senza grave pregiudizio della salute pubblica» (chiaro il riferimento napoleonico). Prevede la conclusione del percorso costruttivo entro la fine del 1820. Malgrado l’urgenza, l’opus cimiteriale dello Stato non vedrà mai la luce in quegli anni (occorreranno altre leggi per renderlo efficace). Nei fatti, si tratta di un testo molto meno restrittivo rispetto alle prescrizioni di Saint-Cloud. Lo si coglie, ad esempio, in quell’articolo 7 che disciplina la stessa possibilità di innalzare «monumenti privati»: «Tutto ciò che è relativo alla estensione, forma e custodia de’ camposanti, al modo d’inumare i cadaveri umani, a’ monumenti privati da potervisi stabilire, ed in generale alla polizia di tali stabilimenti, sarà fissato un regolamento del nostro Ministro degli affari interni».
Il progetto dell’antico Cimitero di Civitacampomarano, di cui è autore l’arch. Domenico Antonio Diodati, data 1819. Il suo genius è interamente permeato dai contenuti del R.D. 655/11 marzo 1817. Da questo punto di vista, dunque, più che essere tecnicamente ascritto al periodo francese, ne risulta profondamente influenzato. Tutto qui il problema? Niente affatto. La questione non sta nel sapere se, per quattro anni, appartenga o meno al regno di Murat. L’originalità del suo sussistere sta nel fatto che esso sia stato costruito tra il 1846 e 1851 con gli stessi criteri predisposti nel 1819. La qual cosa implica che l’impianto, realizzato trentadue anni dopo, esclude tanto fondamentali riferimenti al R.D. 2159/12 dicembre 1828 quanto indicazioni relative alle prescrizioni per il segmento funerario destinato ai morti per colera (1837). Non vi sono tracce di tumulazioni, ma solo un campo destinato alle inumazioni (figg.3). Il camposanto di Civitacampomarano, insomma, è un inserimento metastorico, fuori dal tempo, che inquadra meglio di ogni altro exemplum la forma architettonica di un’età non più sua, posteriore, che non gli appartiene. Ma proprio per questa sua natura idealtipica, per essere stato una “fabbrica” storicamente decontestualizzata, per essere stato abbandonato nel 1961 e mai riusato (solo ristrutturato nel 1991), ha la straordinaria forza per documentare una complessa ideologia fondatrice del Moderno posta a cavallo tra Rivoluzione e Restaurazione. E il fatto che sia stato innalzato nel paese natale di Vincenzo Cuoco dimostra una cosa: che le idee si trasformano in fatti, nel momento in cui esse diventano patrimonio di tutti e che il popolo può riuscirle a comprendere solo quando si sedimentano al di fuori dell’«astruso linguaggio» parlato dalle élites (una cosa è certa: tanto in Cuoco quanto in Gramsci, l’ideologia deve presentarsi come pratica egemonica). Sicché, proprio per il fatto di essere stato costruito su un modello ideologico-sanitario di trent’anni prima, il borgo si trova nelle condizioni di poter accogliere (dopo un lungo processo di metabolizzazione sociale) un paradigma funerario che nulla aveva da dividere con l’outillage mentale di antico regime.
La superstite scriptio epigrafica posta al di sopra della porta dello charnier (cappella-ossario) (fig. 4) testimonia una cultura religiosa teistica che, escludendo l’uso del latino, si incentra sulla speranza della vita e non sulla terribilità della morte, con accenti addirittura illuministico-kantiani («sotto la stellata volta del cielo»). E che cosa dire, inoltre, in un mondo fondato sui sudditi, l’impiego di una parola repubblicana e rivoluzionaria come «concittadini»? «Concittadini»? E chi, in periodo borbonico, si sarebbe potuto permettere l’utilizzazione di un termine così gravido di egalitè? Sulla base di questi elementi, la composizione dell’epitaffio dovrebbe essere riconducibile a un periodo di gran lunga anteriore al 1846, l’anno indicato nel testo (fig. 5):

A QUELLI CHE UNA PATRIA ED UNA FEDE CONGIUNSE
PERCHÉ NON LI DISGIUNGESSE LA MORTE
QUESTO COMUNE SEPOLCRETO SOTTO LA STELLATA VOLTA DEL CIELO
PER LA SALUTE DE’ VIVI E PER MAGGIORE PIETA DE’ DEFONTI
IL MUNICIPIO DI CIVITA CAMPOMARANO ERESSE L’ANNO DELLA NOSTRA SALUTE 1846.
PADRI MADRI FIGLI SPOSI FRATELLI SORELLE CONGIUNTI AMICI CONCITTADINI
SOTTO LE ALI DELLA MISERICORDIA DI DIO ASPETTANDO LA BEATA SPERANZA
ACCOGLIERANNO I SUFFRAGI ED I VOTI DE’ POSTERI CHE NE SEGUIRANNO.
ALLE VOSTRE OSSA SIA ALLE VOSTRE ANIME ETERNA BEATITUDINE

Cimitero napoleonico, dunque? Sì, per una circostanza paradossale, davvero Cimitero napoleonico. Una traccia sul territorio – quella di Civitacampomarano – da considerare unica nel suo genere, qualora si volesse parlare in tutta la sua fisicità dell’organizzazione sociale nei dominii di Bonaparte in questo 2015, secondo centenario della battaglia di Waterloo (18 giugno 1815-2015). Una traccia che rende centrale la scelta del sito per la sua trasformazione in luogo (vale a dire, uno spazio identitario denso di significati storico-relazionali) con l’inserimento del manufatto. Il camposanto di Civitacampomarano rivela la perfetta identità di artificiale e naturale. Un formidabile patrimonio immateriale percepibile solo nel rapporto diretto con la «cosa».
Napoleone si diceva. Un uomo che con Saint Cloud pareva aver dissolto il rapporto intimo tra vita e morte. Un rapporto, forse, che solo con Waterloo avrebbe conosciuto in tutta la sua drammaticità, riflettendo magari su quel verso di Thomas Gray che recita: «Paths of glory lead but the grave» (

Civitacampomarano: Il cimitero sulla collina
Civitacampomarano:
Il cimitero sulla collina
Pizzo Calabro: la tomba di Gioacchino Murat
Pizzo Calabro:
la tomba di Gioacchino Murat
Il campo per l'inumazione con la Cappella
Il campo per l’inumazione con la Cappella
La cappella-ossario
La cappella-ossario
L'epitaffio sulla porta della cappella
L’epitaffio sulla porta della cappella

“i sentieri di gloria non conducono che alla tomba”. L’avrà forse letto?
Forse, forse, forse
Ma, poi, alla fine, ha importanza sapere se le vicende hanno seguito un simile percorso? No, nessuna importanza. Assolutamente nessuna. L’universo napoleonico di Civitacampomarano racconta tutt’ altro. Il rarissimo visitatore di passaggio che, agli scomparsi abitatori del luogo, augurerà la levità della terra potrà dire di quella «tomba»: «Gloria»? Quale «gloria»! Di essa si averte il solo senso di appartata, serena e struggente beatitudine.

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