UN RICORDO DI PAOLO AURIEMMA

di Luigi Murolo

Ora sarò solo io a ricordare le felici zuffe da ragazzo che mi legavano a lui. Nessuno più mi racconterà i dettagli. Le nostre brevi chiacchierate – nitide immagini che, qua e là, Paoletto riusciva a far emergere dal soffitto dei miei ricordi – avevano un solo protagonista: la sua memoria. Da rimanere senza parole, quando mi ha narrato, punto per punto, la folle corsa lungo le macerie delle abitazioni cadute nel corso della rovinosa frana del 1956. Il declivio – cagionato dallo scoscendimento di terra e, soprattutto, dai resti edilizi su di esso si erano sovrapposti – si stendeva sotto di noi (parlo dell’estate 1961): si trattava di vedere chi, tra noi due, avesse traguardato il basso su improvvisate zattere di cartone. Per qualche giorno (anzi, per più di qualche giorno) non ci siamo potuti sedere. Ma in questo rituale di passaggio, tra polvere, sudore, paura, ognuno di noi più della vittoria, aveva mostrato all’altro di avere coraggio.
Già. Paoletto ne aveva da vendere. Sapeva affrontare apertamente i problemi in cui era coinvolto. Gioviale, allegro: insieme con Emilio, l’invincibile giocatore di dama, l’amico che quarantacinque anni fa il mare ci ha ghermito.
Poi, un lungo silenzio.
Da allora non ho saputo più nulla. L’università aveva assorbito tutti i miei interessi. Quelle poche volte in cui lo incontravo, proprio lui, Paoletto il coraggioso non diceva nulla del presente. Parlava sommessamente solo del nostro passato. Anzi, viveva del nostro passato. Come la madeleine di Proust, ogni episodio esterno era buono per rimemorare qualcosa di trascorso. Non so. Con il suo racconto, pareva che Paolo realizzasse ciò che Proust aveva descritto in questi termini: «Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo».
Quella di Paolo era una singolarissima recherche. Una ricostruzione meticolosa che pareva volesse restituire l’immagine totale del tempo perduto. Ogni incontro un nuovo dettaglio. Qualcosa che lasciava davvero perplessi.
Di quel passato che ci apparteneva sono rimasto, ora, il solo depositario. Nessuno le ascolterà più. Che dire! Nel lunghissimo viaggio che ha intrapreso, liberatosi per sempre di quei ricordi, Paolo Auriemma potrà finalmente issare il vessillo di Maria Stuarda su cui campeggiava lo straordinario motto che recita: «En ma fin est mon commencement». Che cosa vuol dire? Nient’altro che questo: «Nella mia fine è il mio inizio».

I commenti sono chiusi.