«Mobilitazione totale». Vasto nella Grande Guerra attraverso le carte dell’Archivio Storico Comunale

di Luigi Murolo

Il presente testo costituisce la presentazione della mostra dall’omonimo titolo tenuta a Vasto dal 24 maggio al 29 maggio 2015.

Per la cosiddetta «dottrina Ludendorff» – espressa nel «Programma Hindenburg» del 1916 – , il concetto di mobilitazione totale (che Erich Ludendorff, chiamerà guerra totale [Der totale Krieg] nel suo libro con l’omonimo titolo [1935]), può essere sintetizzato con queste parole: «l’arruolamento di tutto il popolo al servizio dell’economia di guerra» . L’obiettivo che viene raggiunto è l’immediata coincidenza di sfera militare e civile. Con un effetto devastante: che hostilis, in tale contesto, non è solo la manifestazione estrema della politica; vale a dire, l’esercito in guerra. Ma la societas nel suo complesso, con tutto il suo apparato di lavoro). Un importante pensatore di quegli anni – Ernst Jünger – definisce la mobilitazione totale con le seguenti parole: «la difesa armata della nazione non è più dovere e prerogativa del soldato di professione ma diventa un compito per tutti i cittadini idonei alle armi. […] L’immagine stessa della guerra come azione armata finisce per sfociare in quella, ben più ampia, di un gigantesco processo lavorativo. Accanto agli eserciti che si scontrano sui campi di battaglia nascono i nuovi eserciti delle comunicazioni, del vettovagliamento, dell’industria militare: l’esercito del lavoro in assoluto». Da questo punto di vista, la cosiddetta «dittatura militare» tedesca (il binomio Hindenburg-Ludendorff che si afferma nell’ultimo biennio di impero di Guglielmo II) trasforma lo stesso concetto di nazione. Come avrebbe acutamente osservato Ludendorff nel libro del 1935, lo stato (e con esso la nazione) diventa un unico collettivo, con un’unica volontà in grado di concentrare tutte le risorse in un unico obiettivo. Con quale esito? Con il raggiungimento di un risultato periculosum maxime che vede l’organizzazione della fabbrica fordista diventare fabbrica di massa (la stessa in cui la parcellizzazione tayloristica scandisce sul nastro trasportatore i ritmi totali del lavoro. E qui andrebbe riletta la contemporanea lezione gramsciana di Americanismo e fordismo per capire le trasformazioni economico-sociali che, nella produzione, aprono alla dimensione sociale del lavoro). Che la stessa fabbrica di massa chiamata guerra altro non configura che un incommensurabile nastro trasportatore dove tutte le parti sociali risultano al servizio della macchina che scorre incessantemente per la produzione di un’unica grande opera: l’annientamento del nemico (nella dottrina di Ludendorff sulla guerra totale esistono solo due opzioni: la vittoria totale o la sconfitta totale). Quasi non bastasse, Jünger viene a aggiungere che gli apparati finanziari, industriali, militari non costituiscono il meccanismo decisivo della mobilitazione. Essi funzionano a una sola condizione. Che vi sia un unico fondamento a accordarli per il semplice fatto che «il vero presupposto si trova, come il presupposto di ogni tecnica, a un livello più profondo, che possiamo chiamare disponibilità alla mobilitazione» .
Ecco allora il punto. Ciò che conta nell’ambito del lavoratore-soldato (che è poi il lavoratore), è la «disponibilità alla mobilitazione». Essa viene costruita sul terreno della psicologia delle masse. Ad esempio, il celeberrimo manifesto del 1914 per il reclutamento dei soldati nell’esercito inglese realizzato da Alfred Leete (con il generale Horatio Herbert Kitchener che, puntando l’indice accusatore verso il lettore dichiara: Britons. Lord Kitchner wants you. Join your country’s army! God Save the King ) ottiene un risultato straordinario di arruolamenti volontari. Lo stesso esito che sarebbe toccato negli States tre anni più tardi (1917) con l’incredibile Zio Sam disegnato da James Montgomery Flagg (e che cosa dire, dei miliardi di lire ottenuti con il poster di Achille Mauzan per la sottoscrizione al Credito Italiano di guerra!). In altre parole, più che la pubblicità sensu stricto, per la mobilitazione totale conta la sollecitazione alla disponibilità di massa nell’accogliere l’ordine.
In buona sostanza, la mostra documentaria che qui si presenta intende sottolineare il carattere di disponibilità alla mobilitazione che si può cogliere in una città come Vasto durante la guerra 1915-18. Il percorso espositivo è costruito sulle carte conservate nell’Archivio Storico Comunale e organizzate intorno alle stesse. Per tale motivo, rinvii e riferimenti a questioni più generali hanno trovato le proprie ragioni nella documentazione ancora presente in faldoni ben classificati e ordinati.
Qualche riferimento specifico non guasta. Ad esempio, il manifesto commemorativo dell’ impiccagione di Cesare Battisti affisso dal Comune di Vasto immediatamente a ridosso dell’avvenuta esecuzione capitale. I riferimenti testuali testimoniano la contemporanea trasformazione in chiave nazionalistica del pensiero politico battistiano. Il pannello seguente, al contrario, riconduce l’opera del grande Trentino nell’alveo della sua vera attività di autonomista: l’austromarxismo socialista con forti accenti mazziniani. L’ultimo poster, inoltre, esibisce la sequenza fotografica della condanna a morte eseguita dagli austro-ungarici sulla base di una sentenza improntata al nazionalismo più acceso. La simmetria e la reciprocità nell’interpretazione nazionalistica del pensiero e dell’azione di Cesare Battisti – eroe per l’uno, traditore per l’altro – hanno un unico scopo: contribuire alla fomentazione dell’odio tra le parti agonistiche. La volontà di cancellare la reale portata della grande riflessione autonomista battistiana diventa centrale per alimentare la disponibilità alla mobilitazione totale negli stati in conflitto.
Altro elemento è dato dall’interesse in città per la storia degli Usa nel corso del 1918. Le carte vastesi d’archivio, ad esempio, testimoniano con un manifesto ad hoc l’attenzione per la ricorrenza dell’ Independence day (4 luglio 1918). Non è lontano, da tale celebrazione, il riferimento implicito alla lotta risorgimentale italiana per sottolineare l’ affratellamento tra i due stati verso la comune guerra di liberazione dai propri oppressori. Il tutto si incrocia con il superamento wilsoniano della cosiddetta dottrina Monroe (la non ingerenza americana nelle questioni europee) che aveva rovesciato le sorti della guerra nel vecchio continente a favore dell’Intesa, malgrado la disfatta italiana di Caporetto. Da questo punto di vista risulta chiaro nel manifesto il riferimento alla battaglia del Montello quando l’VIII armata italiana comandata dal gen. Giuseppe Pennella, il 15 giugno 1918, riesce a contenere lo sfondamento austriaco e a respingere il nemico di là dal Piave. In un poster, tra l’altro, ci si sofferma su una curiosità letteraria. Addio alle armi (Farewell to arms, 1929) è il celebre romanzo di Ernest Hemingway che descrive la prima guerra mondiale – in particolare, la disfatta di Caporetto – dal punto di vista di un americano arruolatosi come volontario nell’esercito italiano. Il testo viene ricordato in questa sede perché uno dei personaggi del novel è il cappellano padre Guidi, di Capracotta, il centro altomontano oggi in Molise, allora in Abruzzo. Nel romanzo – tradotto da Fernanda Pivano, pubblicato solo nel 1948 perché vietato dal Fascismo – vi sono molti riferimenti a Capracotta e all’Abruzzo. Non vi sono dubbi. La grande letteratura americana tiene conto del rapporto tra i personaggi e i luoghi. Lo stesso Abruzzo diventa protagonista dello straordinario mosaico relazionale emerso nella Grande Guerra. Di quest’opera esistono tre versioni cinematografiche: 1932, 1957, 1996. I poster che qui si riportano sono relativi alla seconda diretta da Charles Vidor con Alberto Sordi nel ruolo di padre Guidi. È interessante notare come nel film, per ragioni di sceneggiatura, Sordi si riferisca a Pescara, non a Capracotta. In ogni caso, la pratica di mobilitazione totale nel segmento della propaganda trova la sua traccia più significativa nell’affiche del 30 settembre 1918 allorché il comune di Vasto, su informativa del gen. Giuseppe Ciancio, comandante il XIII Corpo d’Armata di stanza a Ancona e dell’Official committee on Public Information of the United States, organizza in città una conferenza di Arthur Benington, divulgatore della politica americana nella guerra europea. In nuce sono già enunciati i temi che avrebbero dato vita alla cosiddetta questione della «vittoria mutilata», laddove, nel testo, sono già presenti le indicazioni di alcuni di quei quattordici punti espressi dal presidente Woodrow Wilson al Senato degli Stati Uniti l’8 gennaio 1918 circa le prospettive del nuovo ordine mondiale susseguenti al conflitto allora in corso. Il punto più rilevante del manifesto è in quel passaggio in cui si legge: «Il principio di nazionalità nella formula moderna della sovranità, va inteso nel senso di curare che le aspirazioni di tutti i popoli oppressi raggiungessero i termini segnati dalla natura e dalla storia. Perché nel concetto di giustizia internazionale, sta l’esistenza e l’essenza della patria».
Come si può notare, le carte dell’Archivio Storico Comunale di Vasto dispongono la narrazione del percorso espositivo nel rapporto dettaglio/generale. Certo, Gustave Flaubert, con la sua celebre proposizione «Le bon Dieu est dans le détail», sottolinea l’importanza del particolare nella costruzione del generale. Del resto, attenendosi a questo semplice (ma fondamentale) precetto si ha la possibilità di leggere in opposizione dialettica ciò che può essere raccontato nella contemporaneità di un unico spazio. Da questo punto di vista si possono cogliere la costruzione del Faro di Punta Penna (1912) nel contesto della geopolitica prebellica italiana per la supremazia nell’Adriatico; la formazione del plotone di riservisti nella strategia difensiva della costa orientale; le comunicazioni di caduti, dispersi, prigionieri (in quest’ ultimo caso, la relazione dei vastesi con i campi di internamento austro-ungarici); bollettini di guerra e telegrammi che rendono avvertita e presente l’invisibilità del comando; l’estensione della documentazione dalla carta d’archivio all’archeologia della guerra (qui l’attenzione ai superstiti tralicci vastesi per filo spinato in località Colle Martino) ecc. Ma è soprattutto la comparsa per la prima volta nella storia della difesa contraerea lo snodo della mobilitazione totale. Che lo si voglia o meno è ancora una volta Ernst Jünger a chiarire il senso nuovo e, fino a allora, mai visto di quella forma assoluta della guerra: «Come ogni vita produce il germe della propria morte, così la comparsa delle grandi masse racchiude in sé una democrazia della morte. L’età del colpo mirato ormai è alle nostre spalle. Il comandante di una squadriglia aerea che a notte fonda impartisce l’ordine di bombardare non fa più alcuna distinzione tra militari e civili, e la nuvola di gas letale passa come un’ombra su ogni forma di vita. Ma la possibilità di siffatte minacce non presuppone una mobilitazione parziale o generale: presuppone una Mobilitazione Totale, che si estende anche al bambino nella culla. Esso è minacciato come tutti gli altri, se non addirittura di più». In tal senso, un poster della mostra esibisce gli avvisi del provveditorato provinciale agli studi per la difesa delle scuole dal bombardamento aereo senza dimenticare i tratti dell’educazione infantile contro il nemico.
L’obiettivo del percorso espositivo sta in ciò: ricostruire sulla base delle carte comunali il modo in cui la città partecipa alla mobilitazione totale; in cui essa la vive. Fissarne, magari, alcuni elementi e, nello stesso tempo, tracciare il quadro di un certo numero di figure vastesi protagoniste, a vario titolo, del conflitto – per fare qualche nome: Camillo Manzitti, direttore della Ansaldo armamenti (con sette inchieste parlamentari nei suoi confronti) o Ettore Janni, deputato di Vasto e futuro direttore del «Corriere della Sera», con le sue polemiche contro la «monumentalizzazione» del caduto –. In altre parole, si tratta di non prospettare più un metaracconto sulla guerra, ma un mosaico dove i frammenti che lo costituiscono siano in grado di rispondere a una domanda: come si è articolata in città la mobilitazione totale? La mostra in qualche modo cerca di rispondere a tale interrogativo.

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