Quel mausoleo di età romana “soccorso” da una cappella

di Luigi Murolo

Come mai questo monumento è tenuto così bene in ordine? Chi ha garantito nei decenni la sua manutenzione? Come mai non ha subito l’oltraggio degli uomini? … Monumento? Ma come monumento, non è forse una piccola “cappella” (che faremmo meglio a chiamare “edicola”) costruita con conglomerato calcareo (parla addirittura di “scoglio cavato” il memorialista seicentesco Nicola Alfonso Viti)? … Anzi, l’edicola in questione non è forse dedicata a S. Maria del Soccorso? … Ah, per questo è tenuta con attenzione, spazzata all’interno e all’esterno, con la lucetta sempre accesa e l’altarino sempre lindo: perché è una chiesetta! … Già. Ma chi, tecnicamente, l’ha mantenuta per decine d’anni in questo modo: un ente pubblico, una parrocchia, o chi altro? … Chi se ne è assunto l’onere?
Bene. Prima di entrare in argomento, torna utile fare una precisazione. Nel caso specifico, stiamo parlando di un manufatto di età romana in opus caementicium con malta di pozzolana (II sec. d. C.) – un mausoleo verosimilmente con frontone oggi perduto – riusato come edicola religiosa a partire dalla seconda metà del sec. XVII (attestata in un protocollo di notar Giuseppe Antonio Piccirilli datato 31 dicembre 1674. Il documento è conservato nella sezione di Archivio di Stato di Lanciano). In buona sostanza, la piccola architettura d’antan non risulta una semplice testimonianza: ma un unicum giunto a noi in tutta la sua interezza. In effetti, si tratta del solo resto antico della città mai sepolto e rimasto sempre visibile! Con il risultato che, differenza degli altri – sopravvissuti perché interrati –, quest’ultimo ha superato tutte le insidie del tempo, restando lì, fisso, imperturbabile nei confronti di tutte le avversità e di tutti gli accadimenti. Singolare, inoltre, la denominazione antica del sito in cui il monumento era allocato. Quale? In una sola parola: la Carcere. Lo storico seicentesco Viti la scrive al femminile: proprio come nel fiorentino del Trecento (cfr. gli esempi alla voce in Tommaseo-Bellini, Dizionario della lingua italiana [4 voll., in 8 parti, 1865-79]). Ma a cosa si riferisse il termine, in verità, non è dato di sapere.
Nel Catasto napoleonico (1813) la località in questione risulta chiamata in altro modo: Casetta. E Casetta – che è designazione specifica dell’edicola – già rivela l’avvenuto mutamento della destinazione d’uso. Nella prima metà dell’Ottocento, il piccolo edificio diventa ricovero per viandanti occasionali (come già detto, una vera e propria casetta. Il toponimo resterà inalterato fino agli anni Sessanta del Novecento). Sarà utilizzata come sepoltura nell’epidemia di tifo petecchiale del 1817. Tornerà ancora a essere cappella – sempre dedicata a Nostra Donna del Soccorso – quando, a partire dall’epidemia di colera del 1837 (prima della costruzione del Camposanto nel 1840), assolverà funzione provvisoria cimiteriale, di soccorso, dunque, per le anime degli infanti deceduti prima del battesimo e per i peccatori impenitenti riconosciuti come tali. Ancora un secolare abbandono e poi la riconsacrazione nel 1950.
La Madonna col randello che bastona il diavolo (immagine tradizionale della Vergine del Soccorso) sfugge ai canoni della rappresentazione cattolica. Esprime gli stessi attributi guerriera dei santi militari: Giorgio e Michele. Così, in luogo di questa Madonna combattente che sarebbe dovuta essere effigiata, incontriamo una pala in ceramica sormontante l’altare che esibisce una generica virgo lactans (la stessa chiamata dai bizantini Galaktotrophousa), estranea all’iperdulia degli agostiniani cui il culto del Soccorso è storicamente connesso.
Ma di là da queste rapide notazioni ciò che occorre sottolineare è chi, nel corso del tempo, abbia mantenuto la cura di questo tempietto. Una signora? Sì, una signora. Una signora che, come si dice oggi, ha adottato il monumento, quasi si trattasse di un figlio. Lo ha trattato da “giovin signore” tenendolo sempre in forma per oltre cinquant’anni, riversando su di esso le preoccupazioni di una madre che ha educato ben cinque figli. Da quando aveva ottenuto le chiavi dal sindaco Andreini (passate al primo cittadino nel 1960 dopo la scomparsa di don Rucci parroco della chiesa cui la cappellina era tributaria), Incoronata “Natuccia” Santuzzi-Spadaccini si è sempre prodigata perché la casetta restasse dignitosa e “elegante”.
Il lavoro silenzioso della signora ha consentito che il monumento giungesse a noi nelle migliori condizioni possibili. Occorre che sia oggi

Il Mausoleo di età romana trasformato in cappella
Il Mausoleo di età romana trasformato in cappella
Un antico santico della Madonna del Soccorso
Un antico santico della Madonna del Soccorso

la città a doversi interessare di questo mausoleo di età romana.

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