«Tempus edax» e «Monte dei morti»

di Luigi Murolo

Tra le molteplici accezioni medievali del lemma «monte» ce n’era una in particolare che mi piace sottolineare in questa sede: quella di «accumulo». Da tale punto di vista, essa esprimeva l’idea di una sorta di «capitalizzazione verticale» di qualcosa, scandita da stratificazioni successive che, escludendo l’ammasso, rendevano stabile e ordinata la crescita in alzato (lenta o veloce che fosse). In altre parole, il «monte» non designava un mucchio indistinto di «cose», ma una sorta di paramento «a secco» (vale a dire, senza una malta) delle stesse, di costruzione autoportante.
Di quale «monte» sto parlando? Non vi sono dubbi: mi riferisco al «monte dei morti». Di quel «monte», cioè, che cresce senza posa. Che si interromperà solo con la chiusura del cimitero. Dalla qual cosa emerge un unico dato: che il destino ultimo dei corpi non è la tomba; ma ciò che i francesi chiamano charnier – vale a dire, ossario –. Che di questo singolare deposito occorre parlare. Di questo luogo egualitario, privo di qualsivoglia differenza. Dove ogni pezzo deve essere ben assemblato con gli altri per garantire l’auto-portanza dell’accumulo. Che il singolo resto non è un sé-per-sé, ma parte di un «monte». La verticalizzazione, insomma, escludendo l’identità del singolo, propone se stessa come unica corporeità possibile.
Che lo si voglia o meno, l’ossario di Vasto non sfugge a questa ferrea regola. Le immagini che presento ne sono l’esemplificazione [figg. 1-2].

03 (2)  01 (2)
Parlando del caso specifico, le ossa sarebbero cominciate a essere accatastate dopo il primo decennio successivo al 21 febbraio 1844, giorno di inaugurazione del Cimitero. Per la prima volta sarebbero confluiti nel medesimo cumulo (trascorsi i dieci anni canonici) gli stessi resti dei 387 deceduti per colera del 1855 (va precisato che la loro iniziale sepoltura sarebbe stata predisposta all’interno del camposanto degli impenitenti e dei non battezzati diviso, a sud, dal muro di cinta del camposanto maggiore). Non sarebbero state più concepite fosse comuni rivolte, per sempre, verso la profondità. Ma cavità temporanee individuali per inumare corpi da indirizzare successivamente ad alzàti. Alzàti che, nella loro semplicità di accumuli, avrebbero reso visibile al visitatore la caducità della vita umana inesorabilmente segnata dal trascorrere del «tempus edax rerum».
Da questo punto di vista, la morte non è più nascosta: ma esibita. Proprio come accade nel funerale popolare vastese dell’Ottocento: con la salma pubblicamente esposta su di un catafalco e fuori della cassa [fig. 3. Collezione FP. D’Adamo].

funerale

Il sentimento per il “morto” non è privato, appartiene a tutti. È comunitario. Comunitario come lo è il «monte» che contrappone se stesso all’occultamento orizzontale dei corpi. La tomba sottrae questi ultimi all’occhio; il «monte» li rivela. La qual cosa implica che, in prospettiva teleologica, destinazione finale degli stessi non è il «chiuso», ma l’«aperto». Nel contesto del cœmeterium, l’orizzonte dell’ “aperto” è scandito dalla muratura di una cappella ottagonale il cui valore segnico-metaforico è noto fin dal Tardo-antico. Tale forma simbolica sarebbe stata così spiegata dal grande vescovo di Milano Ambrogio: «[…] era giusto che l’aula del Sacro Battistero avesse otto lati, perché ai popoli venne concessa la vera salvezza quando, all’alba dell’ottavo giorno, Cristo risorse dalla morte». Questa morfologia poligonale esemplifica la rinascita di questo «monte» alla vita eterna. Tal che, concepita dal progettista del Cimitero di Vasto – Nicolamaria Pietrocola (1794-1865) – come battistero, la cappella-ossario sottolinea, con l’ottagono, l’ad-venienza all’eternità. In questo senso, il «monte dei morti», con la sua proiezione verso l’alto, si trova a interpretare il tema della resurrezione della carne.
Che lo si voglia o meno, l’ideologia del notabilato locale ottocentesco, con l’edificazione del Camposanto, rende trasparente la propria concezione della morte che risulta in qualche modo arcaica rispetto al montante individualismo della bourgeoisie. All’originaria iscrizione che avrebbe dovuto sormontare il pronao dell’ingresso – «Mors omnia soluit» (la morte scioglie tutto) – il Decurionato sostituisce l’altra che recita: «Resurrecturi quiescimus» (riposiamo per risorgere). Che non solo è meno drammatica della precedente. Ma proprio perché simmetricamente disposta nei confronti della cappella ottagonale, coglie proprio nel «monte dei morti» il vero termine della resurrectio.
Di là dal significato fisico di accumulo, il «monte» medievale esprime una valenza semantica comunitaria di straordinaria potenza evocatrice: «insieme comune di beni». Da questo punto di vista, sapere che una pila più o meno ordinata di ossa indichi contemporaneamente un «insieme comune di beni», può diventare il giusto viatico per capire quel senso profondo di «monte dei morti» coincidente con l’incommensurabile valore del bene comune.
Ecco allora la domanda. Se ieri il «monte» era un bene comune potrebbe continuare a esserlo ancora oggi?

I commenti sono chiusi.