Nostra storia di carìbo

di Luigi Murolo

 
Quando il 26 novembre 2007 è stata votata all’unanimità, dal Consiglio comunale di Vasto, l’istituzione del Centro Europeo di Studi Rossettiani, ho subito pensato che valesse la pena salutare l’evento con una breve scrittura che, in qualche modo (e, soprattutto, fuori da contesti ufficiali), riconnettesse alla storia del luogo la cultura dantesca di Gabriele Rossetti. Volendo però evitare di sconfinare in ciò che sull’argomento è stato detto in un saggio pubblicato negli atti relativi al convegno su Gabriele Rossetti a 150 anni dalla morte (1), ho pensato di ritagliarmi lo spazio per una modestissima notoletta che sapesse prospettare – almeno con un esempio – la verosimile influenza della lénga huaštarèule in alcuni passi dell’interpretazione rossettiana della Comedìa, oggi classificata come «paradigma del velame» (2) . Impresa disperata? Forse. Ma offrirne un passaggio probabilmente non guasta.
«Štànne zullujènne gne’ lu quarèbbe dill’èngele». Queste le parole che profferivano alcune signore di via Anelli nei confronti di tutti quei ragazzi che si rincorrevano nella strada, giocando. Sono parole che ricordo nella loro forte espressività, come se avessi ancora di fronte le vecchie e simpatiche comari che commentavano divertite il dinamico movimento di quei giovani “danzatori” di vianéuve (3). Al fronte di quella proposizione, un contenuto comprensibile solo in superficie di cui sfuggiva il significato. Se la voce zullujé’ (4) rinvia al valore estrinseco di ‘ruzzare’, anche se molto più prossimo all’effetto prodotto da joglar ‘giullare’ (il lessema dialettale zullujéte coincide semanticamente con ‘giullarata’), il sintagma nominale lu quarèbbe dill’èngele discopre un senso del tutto insospettato e insospettabile. Che mi sarebbe continuato a rimanere oscuro se, un po’ più avanti negli anni – in quelli milanesi dell’università –, non avessi avuto l’opportunità di incontrare il verso dantesco di Purg. XXXI, 132 che testualmente recita: «danzando al loro angelico caribo».
Insomma, l’ultima cosa che avrei potuto immaginare è che lu quarèbbe dill’èngele altro non costituisse che la sopravvivenza, in ambito centro-meridionale, di un’espressione medievale utilizzata dallo stesso Dante. Si noti bene, non l’uso generico e denotativo della parola caribo (tra l’altro, documenta una sola volta in tutte le opere dell’Alighieri e scarsamente adoperata in poeti a lui di poco anteriori [penso a Giacomino Pugliese o a Meo de’ Tolomei]), ma quello specifico e connotativo del sintagma «angelico caribo». In questa variante, implica il significato di ‘canzone a ballo’. In quella vastese (il cui etimo è sempre lo stesso, da un provenzale garip, a sua volta derivato dall’ arabo quasīb, specie di flauto), il movimento dell’ «angelico caribo» (lu quarèbbe dill’èngele) si trova a coincidere molto più esplicitamente con ciò che in lingua vernacola viene chiamato zîlle.
E’ alla identità di zîlle e carèbbe, dunque, che sembra guardare Gabriele Rossetti quando, nel suo inedito (in vita) Comento analitico al “Purgatorio” di Dante Alighieri (5) conservato autografo a Vasto (6), interpreta il senso dell’«angelico caribo». Anzi, si sofferma sulla sua frenetica natura da korybantes. Le parole di Gabriele valgono più delle altre a chiarire questo punto di vista: «[…] ‘caribo’ forse da ‘Corybas’ ballo dei Coribanti’. […] Beatrice è in sostanza quello che altrove fu detto Giove; i cui sacerdoti facevano una danza detta Corybas, da che nomaronsi coribanti: quindi caribo alterato da carybos può valer danza» (7). Proprio perché coribantica, la giullarata (zullujéte) del caribo si trova a connotare il senso (e l’ordine) di un rito. Da questo punto di vista, Gabriele Rossetti accoglie fino in fondo le tracce ermeneutiche che gli provengono dal lessico di quella parlata da lui stesso chiamata lénga huaštarèule (va precisato che l’esule mette nero su bianco le vecchie historiolae popolari della sua infanzia riportando lo stesso universo folklorico espresso dal dialetto. Un uso documentato) (8). Proprio perché lu quarèbbe vale zullujéte, non può essere assimilato alla cummuèdie (che, genericamente, rinvia a ‘confusione’) – a sua volta termine opposto a cummuëjje che designa la ‘disposizione regolata’ (9) –. Gli angeli possono zullujé’ – danzare con frenesia rituale –. Ma di sicuro ni ‘m bonne fa la cummuèdie (non possono fare confusione). Chi fa la cummuedie è solo lu Cëfre (il diavolo). E le esperienze del diavolo cummudujuànde – connotazioni del mondo alla rovescia – risultano documentate attraverso la rappresentazione tricksterica del S. Antonio – il carissimo Pasquale Savino, l’ultimo grande «cantor plebeo» ora scomparso, mi ha sempre detto che, da giovane, aveva sentito definire questa pièce come «la cummuèdie di Sande Cefre» –. Secondo la fondamentale testimonianza rilasciatami dal vecchio amico (e che in passato ho avuto cura d’annotare), «Sande Cëfre e la cummuèdie ch’annascànne e che scàgne ‘štu muànne nghi chill’áddre» (10).
Certo, scambiando ruoli e funzioni, la cummuèdie produce confusione. Una confusione – va detto – che prende corpo dal nascondimento delle cose. Il riso che emerge dal burlesque (il rapporto Lucifero/S. Antonio) ha un solo scopo: coprire (o, se si vuole, velare) la verità che, nel suo singolare relativismo, coglie l’opposizione diavolo/santo come facce della stessa medaglia.
Tenendo debitamente conto della lezione trasmessa dal testo del Sant’Antonio (11), il lessema dialettale vastese cummuèdie si carica di un significato ad hoc che Gabriele Rossetti sembrerebbe trasferire nell’interpretazione dantesca del concetto di comedìa. L’esule, insomma, avrebbe potuto riconsiderare il senso del titolo alighieriano sulla base del “volgare” da lui parlato (la lénga huaštaréule). Proprio a partire dal valore semantico della voce dialettale cummuedie, Rossetti pare misurarsi con il corrispettivo dantesco di comedia, intendendo quest’ultima come «[…] menzogna che copre la verità» (12). Di questi motivi la lingua delle origini penso che avesse nutrito il pensiero rossettiano.
Da questi motivi, dunque, da questi singolari intrecci, trae ragioni nostra storia di caribo.

 

Note

(-) L’articolo è stato già pubblicato su un periodico nel 2008.

(1) Mi riferisco al lavoro di A. Di Nallo, Sulla primissima formazione di Gabriele Rossetti: Benedetto Maria e Filippo Betti, in Gabriele Rossetti a 150 anni dalla morte, a c. di G. Oliva, in «Sudi Medievali e Moderni», 2/2004, pp. 183-204.

(2) Cfr. H. Lozano Miralles, “Dantis amor”: Gabriele Rossetti e il“paradigma del velame”, in Interpretazioni esoteriche di Dante, a c. di M. P. Pozzato, Milano, Bompiani, 1989, pp. 47-77.

(3) In dialetto vastese via larga e lastricata.

(4) Il verbo in questione è registrato come zullá’, variante di zurlá’, in G. Finamore, Vocabolario del’uso abruzzese, Città di Castello, Tip. S. Lapi, 1893, alla voce.

(5) Pubblicato postumo. Cfr. G. Rossetti, Comento analitico al “Purgatorio” di Dante Alighieri, a c. di P. Giannantonio, Firenze, Olschki, 1966.

(6) Così scrive di quest’opera nel 1883 William Michael Rossetti quando dona al Museo Comunale di Vasto gli autografi del padre Gabriele: «I due volumi manoscritti legati in cartapecora contengono il Purgatorio di Dante col Comento Analitico di Gabriele Rossetti. Un volume contiene i canti 1 e 2, e l’altro volume contiene i canti 8 a 32 (fine). Mancano i canti 3 a 7». Cfr. la nota al testo di P. Giannantonio, in Ibid., p. XCVII.

(7) Ibid., p. 316.

(8) Cfr. E. Giancristofaro, Totemajje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese, Lanciano, Carabba, 1978, pp. 129-130.

(9) L. Anelli, Vocabolario vastese, Vasto, Tip. L. Anelli, 1901, alla voce.

(10) «La cummuedie di Sande Cefre» è la commedia di San Lucifero. «Sande Cefre e la cummuedie ch’annascanne ‘štu muànne nghi chill’addre» precisa che «San Lucifero è la commedia che nasconde e che scambia questo mondo con l’altro».

(11) Pubblicato senza alcun commento o annotazione in Canzoni di Vasto – Canti popolari, Vasto, Cannarsa, s.i.d.

(12) G. Rossetti, La Beatrice di Dante. Ragionamenti critici, a c. di M. L. Giartosio de Courten, Imola 1935, p. 501 (ripubblicata in edizione anastatica Roma, Atanor, 1982).

 

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