UNA QUESTIONE DI “LAME”

di Luigi Murolo

 

Cominciano a riaffiorare con insistenza le zone umide della grande Padule di Vasto parte delle quali bonificate nel 1914 (notizie su questa bonifica in F. Ciccarone, In memoria di Luigi Nasci, Vasto, Tip. Guzzetti, 1932, p. 27). Nel caso specifico, parlo della foce del Vallone del Ponte alla Marina, area già investita da protoindustrializzazione nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento. Da questo punto di vista, la ri-formazione di una vera e propria lama localizzata al punto 42.099525 Lat. N. 14.723112 Long. E (non con sistema sessagesimale, ma decimale) delinea un’interessante avvisaglia della ripresa della Natura.
Non che sia una novità. Ma l’accumulo di acqua di piena in zone basse (con la recentissima pioggia e con l’opposta forza dei marosi) si è venuto declinando, questa volta, come vero e proprio processo di lamatura nella costituzione della palude. I processi di lamatura (in dialetto vastese, lamatîurә) hanno sempre caratterizzato la storia della città. Per averne una qualche contezza è sufficiente tornare alla stessa antica denominazione di Muro delle Lame.
Prima di ogni altra cosa la testimonianza fotografica realizzata con un semplice cellulare. Questa, dunque, la restituzione in immagine dell’ultima ansa del vallone prima della foce.

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Vasto. Lama alla foce del Vallone del Ponte alla Marina

Ma come riusciamo a capire il rapporto tra l’ambiente originale e il contemporaneo? Anche in questo caso non possiamo sfuggire all’iconografia. Ma non con una foto. Al contrario, utilizzando un dettaglio della grande mappa dell’arenile di Vasto che l’architetto Filippo De Blasiis disegna nel 1872 (un quarantennio prima della bonifica).

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F. De Blasiis, Pianta dell’arenile di Vasto, 1872. Dettaglio

Ciò che ho indicato con il n. 1 è la fascia di padule (metatesi di palude) che divide l’arenile dalla zona coltivata (a tal proposito, significativo il n. 2 che restituisce la coltivazione degli ulivi). Il n. 3 delinea la parte diradata della palude in piccole aree non superiori al tomolo destinate a pastino (proprietà di Giuseppe Celenza e Giuseppe Ferrante), a maggese (proprietà di Luigi Perrozzi), a seminativo a grano (proprietà di Giuseppe e Arcangelo Suriani e degli eredi Rulli) o, anche, incolto abbandonato (proprietà di Giovanni Laccetti). Il n. 4 – che individua l’opificio Graffigna, di cui non si conosce altra attestazione – è un’industria che, disponendosi sul versante nord del vallone, utilizza l’acqua che si impantana. Coincide con lo stesso sito in cui è stata scattata la foto (fino a oggi – aggiungo – non ho trovato resti di archeologia industriale). Da quest’ultimo punto di vista, il n. 5 profila il tracciato del vallone con la messa in evidenza dell’ansa. Come si vede, stiamo parlando di un’area a bassissimo grado di antropizzazione segnata qua e là da tentativi di insediamento agricolo-industriali. In buona sostanza, ciò implica che il corso d’acqua a regime torrentizio si trova a segnare il confine tra campagna e palude. L’unico punto di congiunzione tra le due sponde risulta essere il ponticello ferroviario – non disegnato nella mappa in quanto molto più a ovest del tratto interessato – funzionante dal 1863, anno di inaugurazione della stessa ferrovia. L’unica documentazione esistente è l’edizione rivista nel 1850 dell’Atlante Rizzi Zannoni di quasi un quarantennio prima (1807). Su di essa viene elaborato il progetto borbonico di ferrovia (reso definitivo agli inizi del Regno d’Italia) di cui pubblico un dettaglio. La freccia con il n. 1 indica il corso del vallone. Le frecce n. 2 segnano la linea tratteggiata della strada prevista, ma non realizzata nel 1863. Lo stesso ponte sul Vallone non troverà concretizzazione.

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Atlante Rizzi Zannoni (1807). Ba se per la elaborazione del progetto ferroviario nel Regno delle Due Sicilie (1850)

E c’è ancora un altro problema. La mancata realizzazione della strada a quella data trascina con sé un aspetto troppo poco considerato. Vale a dire l’attraversamento dei binari. Di fatto, non risulta ancora realizzato il sottopassaggio. La soluzione complessiva sarà trovata solo nel 1905, il 1° luglio, quando verranno inaugurati tanto il sottopassaggio quanto il ponte di legno sul vallone del Ponte alla marina. Solo dopo questa data i biroccilә bbicåttә, in dialetto vastese – (così come si osserva nella cartolina della collezione Ida Candeloro) saranno liberati dalla servitù del passaggio a livello.

Collezione ida candeloro
I primi birocci che utilizzano il sottopassaggio ferroviario (1905). Collezione Candeloro

Va osservato, però, che il 1902 è l’anno in cui viene presentato il progetto per la realizzazione di entrambe le strutture. A favorire tale decisione, in realtà, sarà, sempre nello stesso anno, l’esondazione del vallone che, causando il deragliamento di un treno, cagionerà la morte di un giovane ferroviere bolognese. Da questo punto di vista, le pericolose lame prodotte da questo torrente ponevano le esigenze di bonifica per favorire una modernizzazione ancora di là da venire. Prima però di raggiungere questo risultato si doveva raggiungere una sistemazione degli argini per garantire la costruzione di un ponte in legno in grado di reggere un traffico a trazione animale in una zona – e lo si è detto – già investita da protoindustrializzazione (non più l’opificio Graffigna, ma l’oleificio Palmili). Anche in questo caso pubblico un dettaglio del progetto approvato dalla Capitaneria di porto il 24 settembre del 1902.

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Progetto per la realizzazione del ponte di legno sul Vallone alla marina con l’oleificio Palmili (1902). Dettaglio

Con questo intervento intendo un problema: le lamature vecchie e nuove del vallone del Ponte lasciano intendere che tutta la padule su cui si è sviluppata l’urbanizzazione di Vasto Marina determina i continui allagamenti che la investono. Che il mutamento climatico in atto renderà sempre più difficile la convivenza tra acqua e terra. In qual modo la storia può avviare alla comprensione del presente? Abbiamo capito che l’intera storia di Vasto si misura sulla forza disgregatrice delle lame? La questione è posta. Possiamo cominciare a discuterla?

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