LA CHIESA NELL’ACQUA

di Luigi Murolo

 

Per una corretta indicazione topografica vedo la bussola che indica il punto 42° 9’ 33” N; 14° 41’ 12” del territorio di Vasto. Il sito è posizionato un paio di metri sotto il piano stradale (una sorta di trincea) della vecchia via per Lanciano in un’area ricca di acque e attraversata dal vallone detto Apricino (stando alla carta IGM). Quasi non bastasse, la fittissima e rigogliosa vegetazione (canneto, arbusti, piante acquatiche ecc,) addensata intorno alla peschiera – a sua volta alimentata da una fonte perenne – ha consentito il nascondimento della struttura in questione.

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Limitandoci a questi aspetti vien dato di pensare che stiamo parlando di un vecchio organismo idrico in laterizio. Il muro di N/O (a destra, e sul fondo, nella foto) presenta una modanatura fatta con mattoni posti di taglio. Non lo stesso si può dire del paramento di est che, più o meno all’altezza dell’altro citato, esibisce il piatto superiore realizzato in pietra. Unica stranezza nel manufatto, quella singolare apertura a sesto ribassato visibile a ovest della vasca definibile in un solo modo: finestra.
Finestra? Ma che ci fa una finestra in questo impianto? Una finestra, tra l’altro, affacciante sulla trincea di una strada. E poi, che senso ha costruire una peschiera al servizio di un fondo (dunque, non una fontana) posta ai bordi di una rua pubblica?

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Cerchiamo di mettere ordine alle domande per trovare possibili risposte. Ma prima di procedere su questo tracciato cerchiamo di risolvere un problema toponomastico: perché Apricino? L’IGM ha sempre trovato difficoltà nel trascrivere i nomi di luogo pronunciati dai dialettofoni. Tanto per fare un esempio, Punta d’Erce è stata resa con Punta Aderci. Ma come – e soprattutto che cosa? – avrebbe dovuto scrivere il topografo dell’Istituto Geografico Militare di fronte alla pronunzia la Prәcëinә? Se non avessi qualche cognizione di dialetto vastese probabilmente anch’io avrei registrato la voce come Apricino. Forse avrei potuto suggerire la variante Procina. In ogni caso, una scrittura molto vicina alla precedente. Ma qual è la più corretta? Se teniamo conto del Catasto napoleonico di Vasto (1813) che annota i toponimi con forte attenzione alla fonetica troviamo la versione Procini. Se, al contrario, incontriamo antichi protocolli notarili oppure opere letterarie come la seicentesca Memoria dell’antichità del Vasto di Nicola Alfonso Viti viene rubricato il lemma Porcine. Ora, i superstiti locutori dialettali utilizzano sempre il fono la Prәcëinә, o meglio lә Prәcëinә (al plurale). Da questo punto di vista, il termine catastale Procini è quello che meglio restituisce il suono vernacolo. Stando così i fatti, Porcine si presenta come forma linguisticamente ipercorrettiva di Prәcëinә allo stesso modo in cui Anghella lo è di Angrella (in dialetto, Angràllә). Accettiamo Procini, evitando ogni possibile intreccio con la ricerca semantica che non interessa in questa sede. Un’osservazione di passaggio. Scrive Marchesani nella sua Storia (p. 221): «Procini, forse le Porcine del 1644».
Ecco allora la questione sostanziale. Non esisteva forse la cappella rurale di S. Leonardo a lә Prәcëinә? E non sono forse questi i resti della stessa? Altrimenti che cosa ci farebbe una piccola finestra? Purtroppo non disponiamo di alcuna indicazione sul Catasto onciario del 1742. Evidentemente, a quella data, l’organismo era già in abbandono. E se Marchesani, al momento della pubblicazione della Storia (p. 274) parla di Fonte S. Leonardo (così come la chiamavano gli abitanti del luogo), ciò vuol dire che la chiesa aveva già subito la trasformazione seppur mantenendo alcuni dettagli del precedente impianto. Certo, i continui rifacimenti del tracciato viario hanno determinato l’innalzamento del piano stradale. La Busta 434, fasc. 80 dell’Archivio Storico Comunale di Vasto registra tutte le pratiche manutentive di strada S. Leonardo dal 1850 al 1905. Ciò spiega la formazione della trincea che ha incorporato le tracce dell’antica cappella.
La festa doveva avere grande valore nella struttura antropologica nella comunità di antico regime. Il capitolo I, II degli Statuti municipali di Vasto (conosciuti attraverso la copia cinquecentesca di notar Gio: Battista Robio) testimonia la centralità della festa di «sancto Leonardo» nel contesto delle civili De festiuitatis celebrandis. Il culto di S. Leonardo si connette con l’universo dei santi pellegrini perché è legato al cammino verso Santiago di Compostela. Da questo punto di vista, la localizzazione su di un itinerario come quello della vecchia via per Lanciano risulta la più consona al suo paradigma funzionale di santità.

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“Sancto Leonardo” si legge al 12° rigo

Così, tout se tient. Chi vuole, con la semplice bussola di uno smartphone può trovare la singolarità di questo paesaggio di rovine. L’incontro dei muri caduti con la vegetazione acquatica apre a una esperienza del “romantico” di rara intensità
Che strano! Le cose si salvano perché rivelano se stesse nel proprio non-essere-nascoste. Non appaiono, ma esistono. Ci sono, ma le dobbiamo vedere. Sappiamo, però, andar verso di loro? Vivono nell’acqua come l’antica cappella. Le dobbiamo solo riconoscere.

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