SEGNI E SUONI. UNA NOTICINA SUL DIALETTO

di Luigi Murolo

Muovo dalla domanda posta dall’amico Fernando D’Annunzio per entrare in un discorso centrato sulla fonetica del dialetto vastese. Inizio dal “consonantismo”, segnatamente dal suono labiale – p –, con il suo mantenimento (sincronia) o con la sua trasformazione nel tempo (diacronia). Purtroppo sarò costretto a usare una scrittura particolarissima – fonetica, per l’appunto –.

In vastese, ad esempio, è documentato il passaggio dal latino al dialetto di
pį- > ćć
Prendiamo in esame tre casi. La prima voce è in latino, la seconda in dialetto, la terza è il significato in italiano:

apiu(m) > låććә sedano
pipiōne(m) > pәććåųnә piccione
sēpia(m) > såććә seppia

Che cosa vuol dire tutto questo. Che la parola originaria làpio diventa in dialetto laccio, pipióne diventa piccione, sepia diventa seccia.
Sono stato chiaro? La – p – si trasforma in – c –. La trasformazione è diacronica, cioè si sviluppa storicamente in questo modo e mantiene sempre lo stesso e unico significato.
Al contrario, ci sono parole che, pur originate dalla stessa voce latina, rimangono sincronicamente legate a se stesse oppure si trasformano diacronicamente. In questi casi, assumono significati diversi. Mi riferisco alla coppia piangóne/chiangóne.
Proviamo a vedere. Può essere in due modi:

plānca(m) > piånghә lastra
plānca(m) > chiånghә asse, tavola

Il significato è più o meno simile. In entrambi i casi indicano qualcosa di ‘piano’. Quando però i due termini diventano accrescitivi, il valore semantico cambia e si specializza. La “cosa” rocciosa è piangóne; la “cosa” di legno, è chiangóne. La differenza è tutta qui. Cerchiamo di capire che cosa accade. Piånghә è un lemma conservativo, che non cambia. È sincronicamente legato all’originale. Chiånghә, invece, è un lemma evolutivo, che muta. È diacronicamente (cioè, storicamente) diverso dall’originale anche se mantiene una comune relazione con le stesso.
Ciò che, al contrario, ricorda Fernando non ha alcuna relazione semantica con quanto detto in precedenza. Non ha alcun rapporto fonetico. Fernando parla di chiåndә. Anche in questo caso proviamo a vedere che cosa significa. Come già detto, la prima voce è in latino, la seconda in dialetto, la terza è il significato in italiano. Come

plānta(m) > chiåndә   pianta del piede

Genericamente indica sempre “qualcosa” di “piano”. Ma si registra un fono dentale che passa dal sonoro al sordo. Dal punto di vista semantico connota “qualcosa”di piano che “sta sotto”. Come si può notare, lo scoglio non è solo “piano”. Ma è piano e “sta sotto” il piede (da chiåndә, deriva chiandèllә). Come si nota, designa un’orizzontalità rispetto a una verticalità. Da questo punto di vista, è antropologicamente più significativo dei due termini precedenti.
Come si può vedere, la fonetica dialettale apre alla comprensione di universi mentali in altri modi non conoscibili. Non è solo scrittura, ma è il rapporto che connette il segno al significato. Si tratta di questo, non d’altro. Spero si capisca perché è interessante studiarla.

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