LARGO DEL PESCE E STRADA DEGLI ERBAGGI A VASTO. IDENTIFICAZIONE DI UN LUOGO OTTOCENTESCO

di Luigi Murolo

Non solo il “come”, ma anche il “dove” occorre conoscere di una città. Del suo esistere fisico. L’individuazione storica dei luoghi è determinante per cogliere il senso del “suo” abitare. Del modo in cui essa è stata vissuta. Perché di un “qualcosa” non si può solo dire che è accaduto o accade. Ma che è accaduto o accade perché c’è o c’è stato uno spazio intorno a cui quel “qualcosa” si è venuto organizzando a renderlo possibile. Ovviamente, non come semplice sfondo di un’azione. Ma come scena in cui la vita della città ha trovato in passato o trova al presente la sua rappresentazione compiuta.
Tanto per fare un esempio. Dov’era venduto il pesce? Perché in quel determinato sito? Era di natura collettiva oppure riferimento erano «putéchә» individuali? È possibile ricavare dalla conoscenza della localizzazione una plausibile antropologia? E poi, dopo aver documentato in un precedente intervento, che il salario di paroni e pescatori era pagato in natura, non diventa importante definire l’ambiente in cui la transazione commerciale trasformava il prodotto ittico in denaro? Che, originariamente, la «scafetta» non era un surplus ma il valore stesso del lavoro salariato? Che non solo coincideva con l’impiego in pesca d’altura (paranze), ma anche con la pesca nei bassi fondali (“pitarola”, “sciabica”)? Che la fissazione del prezzo era legata alla vendita all’asta? Che di fatto, in parecchi casi, risultava fittizia per la “svendita” del pescato praticata da «li marәnérә» allo scopo di realizzare velocemente moneta?
Tutto ciò che si vuole. Ma intanto vediamo che cosa accade nel 1854, l’anno in cui vengono finanziati i lavori di rifacimento e sistemazione del Largo del Pesce, il luogo “collettivo” della città deputato a questa funzione:

Il Largo del Pesce nell’abitato di Vasto è malamente conformato nella sua superficie, presentando un culmine verso il suo centro. Inoltre è tutto disseminato di fosse da grano, le cui bocche coverte da tavole sono malamente ricolmate di terra. Queste due circostanze ne rendono incomodo e pericoloso il transito. Per ridurre questo Largo bello e comodamente trafficabile in ogni stagione, bisogna eseguirvi lavori qui notati; cioè svellere il primo selciato che vi è, abbassarne e regolarizzarne la superficie, riformarvi la superficie, riformarvi il selciato, e dippiù delle quaranta fosse che da grano che lo ingombrano mostruosamente richiuderne a fabbrica venticinque che sono grandi. Per le altre che sono piccole è sufficiente riempirle con la terra del tagliamento.

 

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Pagina della relazione sulla sistemazione del Largo del Pesce (1854)

A quella data, dunque, questo punto assolveva a tale utilizzazione. Ma va da sé che, in un prima cronologicamente non definibile, il sito aveva rivestito grande importanza per il suo uso nella conservazione di grani duri e teneri rivolti alla panizzazione. Non vi sono dubbi: un unico luogo con quaranta fosse di grano per rifornire i fornai risulta essere un dato realmente impressionante. Stando così le cose, si capisce che, in ragione di tale impianto strutturale, la zona di cui stiamo parlando aveva subito un riuso rispetto al passato. Che originariamente aveva avuto una funzione ben diversa di quella di cui stiamo discutendo. È altrettanto vero, però, che per avere l’indicazione toponomastica ufficiale sottolineata da carte prodotte dagli antichi uffici comunali, vuol dire che comunque quella specificità commerciale non era recente. E che non disponendo di ulteriore informazioni sullo stesso tema diventa ragionevole fissare all’Ottocento (se non anche a qualche tempo prima) l’uso di quest’area a sede del mercato ittico.
Già. A quale luogo dell’odierno centro antico di Vasto corrisponde il Largo del Pesce? La soluzione del quesito sta nella busta 442, fasc.130 dell’Archivio Storico Comunale. Oltre alla relazione di cui si è pubblicata la prima pagina, troviamo la pianta del progetto di sistemazione del luogo. Una rapida occhiata e ci si accorge subito che stiamo parlando dell’attuale piazza Caprioli.

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La mappa del 1854

Tale denominazione verrà assunta quasi vent’anni dopo – l’anno è il 1872 – allorché l’Amministrazione Comunale, con delibera del 28 ottobre pubblicata il 2 novembre, avrebbe deciso la nuova onomastica cittadina.
I Ricordi di Francesco Ciccarone accennano velocemente a questo mutamento (p. 30). È lo stesso largo a dare il nome all’omonimo albergo (“Albergo del Pesce”) di cui parla il medesimo Ciccarone (p. 32). Non dimentichiamo che la modificazione toponomastica era avvenuta sotto la sindacatura del padre Silvio. E nemmeno so il perché un commento ad alcuni sonetti dialettali collochi in Corso Dante questo esercizio. A titolo informativo preciso che dal 1854 al 1872 tale via era denominata «Strada Palazzina» e  dopo il 1872, «via Dante».

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Un’ultima questione. Non era forse vero che, sempre nello stesso periodo, via Bebbia aveva il nome di «strada degli Erbaggi»? Che tale indicazione concerneva il luogo destinato alla vendita di frutta e camangiari sativi (per intenderci, la cosiddetta “verdura”)? Che ne troviamo segnalazione nella mappa già citata? Che per le erbe non si pagava il dazio? Che per tale ragione ignoriamo le pratiche anteriori degli ortolani? E qui – salvo la precisazione del luogo di vendita – nulla ho da aggiungere a quanto riferito per il Novecento dai cugini D’Adamo? I dati conservati dall’Archivio Storico Comunale riguardano terraggi e cereali, vigne, oliveti, alberi gentili, la figura sociologica dei «camparoli». Nulla però da dividere con gli orti e con i suoi protagonisti. Detto questo, resta da sottolineare come la localizzazione della vendita di verdure e pesce nei luoghi su riferiti sia da ricondurre alla fontana della piazza, la cui acqua consentiva il lavaggio delle strade. Che il palazzo del Comune era localizzato nella sede dell’attuale Vescovado (in periodi anteriori nelle prossimità di via Buonconsiglio) istituito appena un anno prima, nel 1853. Che proprio a metà Ottocento si riesce a cogliere la trama insediativa di quest’area.
Di là da tali aspetti velocemente esposti, resta da procedere all’analisi del Terzo Libro degli Statuti cinquecenteschi. E’ qualcosa, però, che non riguarda la pubblicazione sul web.

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