D’Adamo: da Strada S. Teodoro alla Costa Contina

di Luigi Murolo

 

Mi è capitato di leggere proprio nella mattinata di Pasqua un bel fascicoletto curato dall’amico Nicola D’Adamo dal titolo i D’Adamo della Costa Contina. Album di famiglia (2014). Si tratta di un tentativo di restituire nero su bianco il racconto orale di famiglia. Lo storytelling di un esteso ceppo di ortolani vastesi che, attraverso l’uso di un cognomen (o, se si vuole, soprannome [sì, proprio così. In latino, il cognomen ha lo stesso valore dell’italiano soprannome]), ha cercato di costruire un’identità di gens che nulla ha da invidiare a quella dell’antica familia romana.

La struttura di quest’ultima presupponeva, come già detto, una gens – vale a dire, un gruppo di famiglie che si riconoscevano in un antenato comune con i racconti che intorno allo stesso si tramandavano –. Quasi non bastasse, la gens si localizzava in un territorio ben definito per esercitare una determinata attività. Tutti elementi, questi, riscontrabili nell’antropologia dei D’Adamo della Costa Contina. Stando così le cose, la famiglia in questione riconosceva se stessa nel proprio pater gentis (padre della gens) Giuseppe (1859-1917), che è il praenomen (prenome). Il nomen gentilizio (gentilizio deriva da gens) è D’Adamo. Il cognomen (la cui etimologia è quella di ‘nome aggiunto’) è Cellacchio. Volendo rispettare l’impianto onomastico latino (attenendoci strettamente al corrispettivo vocabolario) ci troveremmo di fronte a questa sequenza:

prenome:   Giuseppe

nome:         D’Adamo

cognomeCellacchio

Detto questo, mi permetto di svolgere la seguente riflessione: come mai i D’Adamo-Cellacchio non hanno mai cercato di varcare il confine genealogico posto dalla monumentale figura di sciórә Giuseppe? E mi son chiesto: per quale motivo non hanno pensato di realizzare una genealogia che oltrepassasse le colonne d’Ercole del 1859? (la notizia di quest’assenza mi è stata data dall’amico Nicola di Largo Piave (ex-Largo Amblingh). Mi azzarderei a prospettare una risposta di tipo antropologico sintetizzabile in questi termini: è stata talmente forte l’identità famiglia/luogo impressa dal pater gentis che, saldamente ancorati al disegno fondativo dell’Avo, i suoi discendenti hanno ritenuto opportuno coltivare la memoria del genius loci e del suo protagonista, non quella della storia di famiglia.

Ora, per chi ha interesse storico/antropologico verso i cognomina (ripeto: i latini chiamavano cognomen, ciò che noi chiamiamo soprannome), la vicenda dei D’Adamo-Cellacchio  è esplicativo di una modalità di fare memoria che potremmo chiamare warburghianamente engramma. Che cosa vuol dire? Molto semplice. Il modello onomastico/insediativo Cellacchio/Costa Contina altro non costituisce che la traccia recente (engramma, per l’appunto) di una pratica nominalistica già sperimentata in precedenza nella forma Cellacchio/San Teodoro. Vale a dire, la procedura è la stessa, cambia solo il riferimento (San Teodoro in luogo di Costa Contina). Ciò che mi interessa mostrare in questa sede è il funzionamento di un modello engrammatico che opera a ritroso e che muove dall’unico dato a disposizione: l’anno di nascita di Giuseppe D’Adamo, 1859.

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Archivio Comunale Vasto (=ACV), Rilievo a mano libera della Costa Contina (1906)

Per chi, come me, ha fotografato gli elenchi completi posti in calce ad ogni volume degli atti di nascita del periodo 1809-1865 conservati nell’Archivio Storico Comunale (i cinquantasei anni che definiscono l’anagrafe napoleonico-borbonica) diventa relativamente semplice fornire i seguenti dati.

Tra il 1° dicembre 1809 e  il 31 dicembre 1865 nascono 23116 individui. 251 sono registrati con il nomen D’Adamo. Di questi, 17 con il praenomen Giuseppe e solo uno nato nel 1859. L’identificazione non presenta alcun tipo di difficoltà. Stiamo parlando di Giuseppe D’Adamo figlio di Luigi e Serafina Mascitelli (1838), nato il 12 dicembre 1859.

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ACV, Atto di nascita di Giuseppe D’Adamo (1859). In alto è annotata la data del matrimonio (10 febbraio 1880). In basso, quella di morte.

L’atto comunica che il padre è di mestiere giardiniere e che il bambino nasce in un’abitazione di Strada S. Teodoro (stando al primo catasto urbano italiano del 1870, la casa – partita 226 accatastata a Luigi – è allocata al civico 37, disposta su due livelli con tre vani. Viene venduta il 5 aprile 1882 a Saverio Ritucci).

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Archivio di Stato, Chieti (=ASC): Catasto 1870. Indicazione della casa D’Adamo in via S. Teodoro

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Vasto: l’antica abitazione D’Adamo  venduta nel 1882

Tornando a Giuseppe, ci si accorge che viene battezzato due giorni più tardi (14 dicembre) da don Cesario Marchesani nella parrocchia di S. Giuseppe. Compari sono Pietro Bevilacqua e Antonio Di Chiacchio.

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Archivio del Capitolo, Vasto: Atto di battesimo di Luigi D’Adamo (1852)

Ma una volta precisato questo aspetto resta da osservare un’ultima questione: quando e dove Luigi, padre di Giuseppe, vede la luce? Non vi sono dubbi: il 21 ottobre 1837 sempre in Strada S. Teodoro. L’atto registra che il padre di Luigi è Giuseppe (14 febbraio 1810) e la madre Vittoria Roselli (1807-1849).

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ASC, Vasto: Atto di nascita di Luigi D’Adamo (1837)

Il genitore abita sempre in Strada S. Teodoro e di professione esercita quella di giardiniere. E il padre di Giuseppe?  Qui l’argomento diventa interessante. Per la prima volta viene documentato in un atto ufficiale il celeberrimo attributo di Cellacchio. Così, nel Catasto napoleonico del 1813, troviamo indicato – come se si trattasse di un censimento latino – la forma più corretta e coerente di nominazione romana. Qual è la struttura? Presto detta:

prenome:   Michele

nome:         D’Adamo

cognome:  Cellacchio

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ASC, Vasto: Atto di nascita di Giuseppe D’Adamo (1810)

Sì, Michele (2 mag. 1781-26 sett. 1864), ammogliato con Angelamaria Vicoli (16 apr. 1786), è il padre di Giuseppe.

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ASC, Vasto: Atto di morte di Michele D’Adamo (1864)

E sappiamo che alla partita 670 sez. C del citato Catasto murattiano incontriamo il seguente dato: «D’Adamo Michele di Nicola Cellacchio agricoltore nel Vasto» possiede un terreno olivato di seconda classe in Contrada Villa.

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AS, Chieti: Catasto napoleonico (1813). La freccia indica Cellacchio

A conferma di ciò, sappiamo che, alla partita 611 sez. C dello stesso Catasto, «D’Adamo Biase di Nicola Cellacchio nel Vasto» possiede un terreno olivato di terza classe in Contrada Vallone di Cenere.

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AS, Chieti: Catasto napoleonico (1813). La freccia indica Cellacchio

Malgrado ciò, non risulta ancora definito il luogo di abitazione dei fratelli Michele e Biase D’Adamo, figli di Nicola Cellacchio (10 nov. 1743 – 8 sett. 1786) e Grazia Del Muto (17 lug. 1746 – 18 lug. 1833). L’apparente «mistero» viene risolto attraverso la lettura di quanto scritto alla partita 82 sez. H del Catasto urbano laddove si incontra la seguente dicitura: «Del Muto Grazia Cellacchio filatrice, abitante nel Vasto, enfiteuta del sig. Domenico Cardone» in strada S.Teodoro. Come si può ben notare, la casa risultava intestata alla madre perché il padre era già deceduto.

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AS, Chieti: Catasto napoleonico (1813). Grazia Del Muto, moglie di Nicola D’Adamo. E’ indicata come “Del Muto Grazia Cellacchio”.

E siamo giunti alla conclusione. In una storia possibile dei cognomina vastesi, i Cellacchio prospettano una modalità interpretativa antropologica originale della cognomizzazione cittadina. Il 1882 – anno di rottura domestica tra città e orto – lega fisicamente la famiglia alla nuova realtà insediativa della Costa Contina. La ri-territorializzazione operata a fine Ottocento da Giuseppe replica, seppure in forma diversa e involontaria, la stessa modalità che aveva visto, a metà Settecento, Nicola territorializzare l’interno della citta (strada S. Teodoro) con l’esterno (contrada Villa – contrada Vallone di Cenere). L’identificazione del soggetto con il luogo costituisce, nella sua involontarietà, l’engramma utilizzato da Giuseppe. Che si tratti poi della «scoperta» di un paradigma oppositivo alla genealogia tradizionale è un argomento ancora tutto da verificare.

 

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