Vasto e Ludovico Ariosto. A cinquecento anni dalla prima edizione dell’«Orlando Furioso»

di Luigi Murolo

 

Intriga discutere di una città come Vasto nel contesto ariostesco dell’Orlando Furioso. Intriga per il semplice fatto che si trova menzionata ben cinque volte nei canti XV, XXVI, XXXII, XXXVII, XLVI nel capolavoro assoluto di messer Ludovico. Davvero singolare incontrare l’allora piccolo centro abruzzese nella narrazione che vede Astolfo, liberato da Logistilla, muovere verso l’Inghilterra, sconfiggere un gigante e un mostro e poi recarsi in Palestina dove trova Grifone e Aquilante. Oppure nello stesso locus della fontana di Merlino con cui Malagigi spiega il significato delle sculture ivi scolpite. E che cosa dire di Agramante che rinforza l’esercito con Bradamante che raggiunge la rocca di Tristano? E del canto dove Ariosto loda Vittoria Colonna? E di quello della morte di Rodomonte? Mi chiedo: non vale forse la pena parlare, anche a Vasto, di questo straordinario poema della letteratura italiana nel cinquecentesimo anniversario della sua prima edizione?

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Canto 16, stanza 56. Ill. G. Doré (1879)

1516-2016. Il mezzo millennio che ci divide da quella fatidica data rende la lontananza più vicina di quanto non possa oggi sembrare. Tra i contemporanei, va in profondità la forza narrativa di messer Ludovico: Italo Calvino, David Lodge, Salman Rushdie, Russell Hoban per citarne alcuni. E se poi muoviamo dal canto IV, 18 del Furioso dove Ariosto parla dell’ippogrifo – «Non è finto il destrier, ma naturale, / ch’una giumenta generò d’un grifo: / simile al padre avea la piuma e l’ale, / li piedi anterïori, il capo e il grifo; / in tutte l’altre membra parea quale / era la madre, e chiamasi ippogrifo; / che nei monti Rifei vengon, ma rari, / molto di là dagli agghiacciati mari» –, ci troviamo subito a incontrare la Rowling della saga di Harry Potter che, in prospettiva postmoderna, ne Il prigioniero di Azkaban, costruisce la figura di Fierobecco, un ippogrifo del tutto simile a quello ariostesco. Con un’unica differenza. Che quest’ultimo ha la testa di grifone, l’altro di cavallo.

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Prima edizione dell’Orlando Furioso (1516)

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Ma se le cose stanno in questi termini, possiamo raccontare, oggi, i cinque canti del Furioso in cui è citato «il Vasto»? Non è forse il caso di tentare una piccola narrazione contemporanea per testimoniare la memoria di quei semplici passaggi in cui la poesia encomiastica del Grande Ferrarese, incrociando la ricerca del «mondo alla rovescia», immortala nella letteratura di tutti i tempi il nome reale di una città ipotizzabile in quei tempi tranquillamente come «fantastico»? E poi. Ve l’immaginate, nel 1531, trovare Ludovico Ariosto che, come ambasciatore del duca Alfonso I d’Este, si reca a Correggio per ottenere l’appoggio imperiale di Alfonso d’Avalos contro l’esercito pontificio attestato a Bologna? E ve l’immaginate il Poeta ricevere in omaggio dallo stesso marchese del Vasto una pensione di cento ducati d’oro annuali da prelevarsi sui suoi possedimenti di Castelleone? Tutto questo può passare inosservato, in città, nel cinquecentesimo anniversario della pubblicazione dell’Orlando Furioso?

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Orlando Furioso, III ed. 1532

Con le sue tre redazioni dell’opera – 1516, 1521, 1532 – Ariosto revisiona non solo il testo, ma la stessa lingua: dal codice cortigiano a quello dell’uso toscano letterario trecentesco proposto da Bembo (1525). Quasi non bastasse, nell’ultima edizione (1532) non solo si afferma l’italiano, ma la stessa raccolta di stanze in cui compaiono gli Avalos signori del Vasto, dopo l’incontro a Correggio (1531) tra Alfonso e Ludovico. La qual cosa implica che il nome «Vasto» compare nel primo capolavoro scritto in lingua italiana. E non è cosa da poco.

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Tiziano, Allocuzione di Alfonso d’Avalos nell’assedio di Tunisi, Madrid. Museo del Prado

Chi era Alfonso d’Avalos? I ritratti di Tiziano al Prado di Madrid, al Getty Museum di Los Angeles oppure la tela di Antonis Mor al Museum Czartoryskich w Krakowie  o come il busto in bronzo di Leone Leoni ce ne rendono l’immagine. Ma qual è stato il suo ruolo politico-militare nell’Europa di Carlo V? E del suo rapporto con gli artisti e i letterati del tempo? E che cosa raccontiamo dell’interpretazione funeraria che gli Avalos avevano dei propri corpi? E delle forme della guerra dalla battaglia di Pavia (1525) all’assedio di Tunisi (1535)? E, soprattutto, qual era la situazione di Vasto in quegli anni? Sono questi, temi, che le celebrazioni per il quinto centenario del Furioso pongono all’ attenzione di noi contemporanei. Non solo. Ma qual era la lingua che si parlava in città mentre Ariosto poneva all’Occidente la questione della nascita letteraria dell’italiano?

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B. Van Orley, Battaglia di Pavia. Quarto arazzo, Napoli, Museo di S. Martino

Con gli amici di «Italia Nostra» del Vastese si sta discutendo dell’opportunità di avviare una riflessione sui punti rapidamente profilati in questo testo, con lo scopo di leggere il particolare nel generale in modo da far emergere una prospettiva ermeneutica in grado di sollecitare la fuoriuscita di «storia nostra» rinascimentale dalle secche del localismo (e non del luogo). Ci si riuscirà nell’«ad-veniente» secondo semestre del 2016? Nei fatti, sarà tutto da verificare.

Del resto, è stato lo stesso Ariosto, nell’ultima delle sue Satire, a indicare la propria città come centro dell’esistenza: «Da me stesso mi tol chi mi rimove / da la mia terra, e fuor non ne potrei / viver contento […]» (VII, 148-150), oppure «E s’io non fossi d’ogni cinque o sei / mesi stato uno a passeggiar fra il Domo / e le due statue de’ Marchesi miei; da sì noiosa lontananza domo / già sarei morto […]» (VII, 151-155). Perché tutto questo? Perché solo questa scelta convinta del genius loci, del suo abitare – in una sorta di gioco degli specchi – è stata in grado di pensare la Luna come contenitore vitale di tutto ciò che di umano è stato perduto sulla Terra.

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Astolfo sulla Luna, Ill. Gustavo Doré (1879)

N. B. :  Le riproduzioni sono d’archivio

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