QUEI MOSAICI RAVENNATI A S. SALVO. APPUNTI PER UNA DISCUSSIONE

di Luigi Murolo

 

Le copie dei mosaici di Ravenna a San Salvo: una buona cosa. Mi fanno tornare in mente quel  passo delle Variae di Cassiodoro (di cui mi sono occupato una ventina d’anni fa utilizzando l’edizione Mommsen in Monumenta Germaniae Historica. Auctorum  Antiquissimorum, t. XII, Berolini, apud Weidmannos, 1894, p.84) in cui re Teoderico il Grande ordina il trasferimento a Ravenna di pietre e colonne giacenti inutilizzate nel sito di Histonium (proprio come era già accaduto per i resti della Domus Pinciana di Roma). Con una direttiva che non lascia equivoci, la regalis potestas del Sovrano rileva e decreta quanto segue:

 

[…] In municipio itaque vestro [Histonium] sine usu iacere comperimus columnas, et vetustatis invidia demolitos. Et quia indecore iacentia servare nil proficit, ad ornatum debent surgere redivivum, antequam dolorem monstrare ex memoria praecedentium saeculorum. Atque ideo praesenti auctoritate decernimus, ut, si vera fides est suggerentium, nec aliquid publico nunc ornatui probatur accordum, supra nemorata platomas vel columnas ad Ravennatem civitatem contradat modis omnibus devehenda; ut collapsis metallis obliterata facies reddatur iterum de arte pulcherrima; et qua situ fuerant obscura, antiqui nitoris possint recipere qualitatem.

(Trad.: Orbene siamo venuti a sapere che nel vostro municipio [Histonium] giacciono inutilizzate colonne e lapidi abbattute per odio all’antichità. Ora, poiché a nulla giova serbare le cose in indecoroso abbandono, esse devono risorgere a un rinnovato splendore, piuttosto che mostrare il deterioramento dei secoli passati. Con ferma volontà, pertanto, decidiamo che, se la lealtà dei nostri consiglieri è autentica, se qualcosa non viene ritenuta idonea all’attuale ornamento pubblico, si raccolgano le suddette lapidi o colonne perché vengano consegnate alla città di Ravenna; che le loro caratteristiche esteriori perdute siano ripristinate grazie a un’eccellente ricostruzione artistica affinché tutto quanto è rimasto offuscato dalla ruggine [del tempo] possa recuperare le proprietà dell’antico splendore).

 

Siamo sicuri di aver letto bene? Sì, proprio così. Il rescritto di Teoderico sul trasferimento da Histonium a Ravenna degli spolia imperiali giacenti abbandonati nell’attuale territorio di Vasto costituisce un vero e proprio trattato di restauro. Non conosciamo la data del documento (ma, ovviamente, anteriore alla morte del Re: 526 d.C.). Ma le notizie qui riportate danno un quadro significativo del primo trentennio del VI secolo: da un lato, l’abbandono delle antichità (il caso di Histonium); dall’altro, l’affannosa ricerca delle stesse (il caso di Ravenna). Dal canto suo, Teoderico indica la ragione della desolazione: «per odio all’antichità». Non incuria tout court. Ma un vero e proprio progetto ideologico di rimozione dell’antica religione della romanità prodotto all’interno della comunità. Contro il cosiddetto «tempo de li dèi falsi e bugiardi» di cui parla Dante in Inf. I, 72. Per la verità, già Agostino aveva parlato sul versante teorico di riuso e di recupero al nuovo del passato (De Doctrina Christiana, II 40, 60): «[…] Riguardo ai cosiddetti filosofi, massimamente ai platonici, nell’ipotesi che abbiano detto cose vere e consone con la nostra fede, non soltanto non le si deve temere ma le si deve loro sottrarre come da possessori abusivi e adibirle all’uso nostro. […] Lo stesso si deve dire per tutte le scienze dei pagani». A partire da ciò, Teoderico, proprio lui convinto sostenitore dell’arianesimo antitrinitario, si trova in qualche modo ad applicare lo stesso metodo enunciato da Agostino.

Il riuso funzionale dell’antico, la sua adattabilità allo spirito nuovo configura uno spazio semantico diverso rispetto ai due momenti. Uno spazio semantico in cui sussiste equilibrio tra  tradizione e innovazione (per usare categorie contemporanee). L’originale compresenza di antico e nuovo si riverbera negli stessi mosaici di S. Vitale di Ravenna (chiesa costruita tra il 525 e il 548. Da sottolineare l’importanza delle date coeve con l’ordine di Teoderico impartito per  Histonium) dove quelli del presbiterio sono realizzati da maestranze di tradizione ellenistico-romana e quelli dell’abside da artisti bizantini.

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Ma torniamo al nostro argomento. Il programma che emerge dal documento teodericiano per Vasto comporta una procedura di tre fasi: 1. La notizia. Si dichiarano le informazioni pervenute al Sovrano sullo stato di abbandono delle rovine istoniensi; 2. La verifica. Si ordina l’accertamento delle segnalazioni; 3. Il sequestro. Nell’eventuale positività della ricognizione, il bene antico viene forzosamente sottratto alla comunità che ne ha consentito il degrado. Ora noi non sappiamo se, nel primo ventennio di VI secolo, per i resti Histonium il provvedimento viene reso esecutivo. Nel caso in questione interessano le indicazioni contenute nel testo. Già in quei lontani tempi, dunque, all’ ordine del giorno l’attenzione della regalis potestas per i beni culturali. Non si può parlare di conservazione sensu stricto, ma di reimpiego. Il bene è riusato in base alle esigenze del presente, alla interpretazione che di esso si dà in quel momento. La sua storicità è funzionale all’oggi. Dal che si evince che lo spolium si caratterizza per la sua adattabilità all’attuale. Tanto per fare un esempio grossolano (ma nemmeno tanto!). Dal VI secolo in poi, i materiali laterizi di un acquedotto di II-III secolo sarebbero stati prelevati per innalzare un grande edificio a carattere pubblico e non certo abbattuti per dar luogo a una banalissima struttura di civile abitazione. Per dirla in breve, l’uso degli spolia riscriveva la storia del presente in una sorta di «opera aperta» (per citare Eco) nella quale l’utilizzatore, volto alla ricerca dell’intentio operis dello spolium, ne reinterpreta lo spirito in una nuova forma.

L’editto teodericiano apre oggi una straordinaria discussione sulla conservazione dei beni culturali. Si coniuga perfettamente con l’uso delle copie a scala 1:1 nelle mostre delle opere d’arte come quella dei mosaici ravennati a S. Salvo (restituiti da cartone sempre in mosaico). Il carattere di intrasportabilità dei mosaici rende necessario l’impiego della copia nelle esposizioni. Ma lo stesso criterio dovrebbe valere per le opere mobili. Le rappresentazioni di copie a scala 1:1 congregate in un unico luogo hanno la possibilità di sperimentare tutta la progettualità di interpreti contemporanei. Combinazioni che possono aprire a nuove forme di ermeneutica. Ma che comunque devono sempre tener conto dell’inamovibilità dal luogo di conservazione. Del resto chi vuole vedere un’architettura deve recarsi in situ: vedere l’esterno e poi entrare all’interno (oppure il contrario; la scelta è libera). Ma nessuno può portare in un museo piazza San Pietro. Magari si può fare come hanno fatto a Jelsi: rileggerla in scala con il grano; un’opera effimera perché deperisce con il deperimento della materia organica di cui è composta. Si ha l’idea vivente di un brano concepito per essere destinato alla rovina di cui Ruskin avrebbe sicuramente accettato la fascinazione.

A questo punto, ecco l’altro aspetto da discutere.  Le copie esposte a S. Salvo testimoniano che il capolavoro non è merce. Non è giacimento da sfruttare. Non è petrolio grezzo da lavorare per il mercato. Ma è patrimonio dell’umanità (come, del resto, lo è S. Vitale di Ravenna) da visitare solo nel luogo dove è collocato. La copia (come quelle romane di età ellenistica) serve solo a farne respirare la bellezza. La copia consente di far vivere l’originale nella nostra immaginazione. Ma è solo il genius loci in cui l’opera è conservata a restituircene la forma compiuta.

Mi chiedo: riuscirà a continuare la discussione? C’è da augurarselo. Intanto mi limito a ribadire un inizio che può funzionare anche come conclusione provvisoria. Le copie dei mosaici di Ravenna a San Salvo? Una buona cosa

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