Prodotto topico a S. Giovanni in Galdo: dal “Morrutto” al “riuso”

di Luigi Murolo

 

 

Ecco dove conduce il movimento del prodotto topico: alla scoperta di un’associazione culturale che recupera il tessuto edilizio abbandonato del centro storico di un comune. Come fa? Lo compra, lo restaura e lo affida a chi decide di ritornare tra le antiche mura. Come ottiene i denari necessari? Molto semplice. Si autofinanzia con il ricavato ottenuto dall’organizzazione di sagre e feste con la produzione e la vendita di prodotti  alimentari di nicchia. Non c’è mai limite all’inventiva di chi decide di operare in profondità.

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L’acquisizione fino a oggi di ventiquattro immobili tra abitazioni e bassi costituisce lo straordinario successo di questo modello virtuoso di organizzazione sociale. Un ristorante con prodotti topici ha inaugurato l’attività proprio quest’anno. Nei fatti, già si comincia a intravedere il ripopolamento delle vecchie case rimesse a nuovo. Tutto questo accade a S. Giovanni in Galdo, comune a pochi chilometri di distanza dal capoluogo regionale Campobasso, dove gli «Amici del Morrutto» hanno per scopo il recupero del patrimonio edilizio degradato. Che non è tesaurizzazione del mattone, ma tentativo di recupero della base materiale per favorire il ritorno a quella vita activa di cui era permeato il centro antico.

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S. Giovanni in Galdo: il centro antico

C’è qualcosa di singolare nella recherche di questa associazione. Animare le parti terranee delle abitazioni con scene fisse di vecchie botteghe perdute e di anziane accovacciate al focolare. Che non sono laudationes temporis acti o luoghi di imbalsamazione del tempo. Nulla di tutto questo. Al contrario sono la fisicizzazione di pensieri; pensieri che mirano alla ripresa di una vitalità urbana, il cui respiro a tutt’oggi è ancora molto difficoltoso. Certo, un ristorante con prodotti topici occupa da quest’anno una di quelle abitazioni. Una scommessa per riportare anima in quell’area. Che nulla ha da dividere con il fascino della scomparsa bottega di mascalcia o ferraria. Ma che, con impegno e determinazione, ha la forza pionieristica di tentare una prima restituzione di vita activa all’area spopolata.

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S. Giovanni in Galdo: la bottega di mascalcia (ferraria). Ricostruzione

Si può ben notare come l’antropologia degli «Amici del Morrutto» prescinda dalle trasformazioni urbane e dal cambiamento della destinazione d’uso. Non guarda all’esperienza di Borgo Tufi di Castel del Giudice che muta in albergo diffuso una parte di paese totalmente abbandonata. Diversamente dall’altra, pone l’accento sulla conservazione e la tutela dei manufatti in funzione dell’abitare. Nei fatti ci troviamo di fronte a due opposte modalità d’intervento: l’una con sinergie di imprenditori privati e comune; l’altra senza finanziamenti, ma con una straordinaria volontà associativa di rendere disponibile all’uso un patrimonio abitativo altrimenti perduto.

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S. Giovanni in Galdo: il borgo abbandonato

Che dire! Si rimane sorpresi di fronte a forme organizzative autonome di comuni che vogliono resistere all’avanzata della globalizzazione. Va da sé che, in tale contesto, la costruzione di reti diventa elemento imprescindibile per socializzare esperienze magnifiche che nascono dal  basso alla ricerca di un proprio modello di comunità e, soprattutto, con la consapevolezza dell’assenza di interventi pubblici.

Ecco. Il cammino del prodotto topico apre a considerazioni centrate sul rapporto soggetto-oggetto. Qui non ci troviamo di fronte a quella citazione dal Viaggio al termine della notte in cui Louis-Ferdinand Céline afferma: «Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione, il resto è solo delusioni e pene. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato». No. Il viaggio di cui parliamo è un viaggio in cui si vedono cose reali, dove lo «spazio vissuto» del visitatore incontra lo «spazio vissuto» del residente. E dove, il dialogo tra questi «vissuti», muove soprattutto alla comprensione dell’ambiente.

Del resto, se poniamo attenzione all’esistente riusciamo a leggere significative relazioni nascoste. Il santuario italico di Colle Rimontato a S. Giovanni in Galdo (II sec. a.C.) sottolinea che il podio con modanature a gola rovescia non coincide con un tempio ma con un donario. Come lo definiva il lessico greco? Thesaurós con il valore semantico di piccolo edificio destinato a raccogliere le offerte del santuario. E non è forse thesaurós per gli «Amici del Morrutto» il patrimonio edilizio dismesso del proprio paese? Non raccoglie forse gli sforzi comuni per restituirne l’abitabilità? C’è una sorta di ethnos nel porsi di fronte all’ex-sistere delle cose. E tesoro, nella sua originaria accezione, diventa il senso della casa perduta.

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S. Giovanni in Galdo: Santuario italico. Thesauros

Già. Morrutto. Morrutto, “muro rotto”, è il toponimo della piazzetta che ospita le conversazioni. Ancora una volta qualcosa che un tempo era rudere e ora non lo è più costituisce il cuore della comunità. Sicché, morrutto, diventa proprio genius loci; che vuol dire restituire l’originaria funzionalità alle nude murature che l’hanno smarrita. Quasi non bastasse, lo stesso splendido ambone angioino della chiesa di S. Germano presenta i laterali spezzati, “rotti”, alla cuspide del fornice trilobato. E’ qualcosa che indica la ricollocazione, il riuso monumentale. Sempre le stesse parole, un vero refrain: “morrutto”, “riuso” funzionale. Che dire di più! La ricomposizione dell’infranto pare segnare la storia di questo borgo. E’ forse questa l’attività identitaria cui sono chiamati i suoi abitanti? Non saprei. Ho solo cercato di annotarne la particolarità.

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S. Giovanni in Galdo: il “morrutto”

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