QUELLO STRANO «CUBO» NELLA VILLA COMUNALE DI VASTO

di Luigi Murolo

 

Che strane presenze nella Villa Comunale di Vasto! Oggetti disseminati sul suolo erboso che sembrano occupare solo spazio sottratto al verde pubblico. Ma perché siano lì, che cosa raccontino in realtà non interessa a nessuno (o, per lo meno, non a molti). Del resto, quando da bambino frequentavo la bellissima verzura di quell’area un tempo parte della cosiddetta  Piana dell’Aragona, spesso mi chiedevo che cosa fosse quel singolare cubo in mattoni rivestito di cemento. Che non fosse una panchina mi pareva chiaro. Ma a che cosa servisse, rimaneva un mistero. Ne avevo chiesto notizia perfino al vecchio giardiniere, di cui purtroppo mi spiace non rammentare il nome. Ma anche lui, pur raccontando belle storie, non mi aveva saputo dato dare una spiegazione che mi convincesse. Ma poi – mi son detto – era davvero così importante sapere che cosa fosse? Beh! Se ne nessuno ne era a conoscenza – mi son chiesto – per quale motivo avrei dovuto saperlo io? Una significativa conclusione. E così, in un attimo, tutto era stato risolto.

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Vasto, Villa Comunale: il Cubo

 

Un pensiero rimosso? Senz’altro. Salvo che tanti anni dopo, ma davvero tanti, una passeggiata con un amico mi riconciliava con quel luogo d’infanzia  – anzi, con il suo genius – e, d’emblée, gli ho chiesto: «sai che cos’è questo cubo»? «Mi pare un pozzetto» risponde lui, di primo acchito. «E hai ragione – replico io –. Si tratta di un pozzetto del vecchio acquedotto romano delle Luci, interamente restaurato nel 1819 e successivamente ripristinato nel 1899». D’improvviso, tutte le cognizioni acquisite nel tempo si erano riverberate su quel “pezzo”. Dalla visita in situ ai superstiti pozzetti nei pressi della sorgente, alla relazione di Filippo Laccetti del 1899, alla bellissima mappa seicentesca delle Luci conservata nell’Archivio Storico Comunale. Insomma, un intero blocco di acquisizioni maturate negli anni disseppelliva dalla memoria un’incognita: il significato di quel coso che mi aveva tanto intrigato da ragazzo. Che cosa aggiungere di più: un rebus della fine degli anni Cinquanta che aveva inopinatamente trovato soluzione. L’improvviso scioglimento del mistero infantile continuava. Da questo punto di vista, diventava facile sottolineare come la lastra di pietra fosse stata quajjåtә (cagliata) sull’apertura per tenerla fissa. Il maniglione incavato ne dava ampia testimonianza. Ma poi mi son detto: i pozzetti dovevano essere molto alti, se è vero che la villa era stata costruita su un piano ribassato (in seguito colmato) rispetto al piano di S. Michele e della Statale 16/86 (cfr. la foto).

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Vasto, Villa Comunale: il maniglione incavato nella pietra

 

 

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Villa Comunale, Veduta. A Est (sinistra). l’attuale via S. Michele rialzata rispetto al piano della Villa. A sud (in basso), l’attuale Largo S. Michele, prima della edificazione delle case unifamiliari, sempre rialzato rispetto alla villa.

 

Ecco allora il punto. La stratificazione della villa comunale restituisce la storia della copertura dello stesso pozzetto delle Luci (in dialetto vastese, la voce Luce, lîucә /’Liutƪә/, vuol dire “acqua”). La stessa assenza di alzati nelle vecchie panchine spiega la colmatura da cm 50 a m 1 rispetto al piano iniziale della villa (non a quello originario). Stando così le cose, dovremmo ipotizzare un alzato del pozzetto del 1819 compreso tra m 1, 50 e m 2. Del resto, sarebbe tutto verificabile con un semplice scavo. Quasi non bastasse, il precedente signum dello stesso pozzetto (di cui non conosciamo nulla), nella citata mappa seicentesca, fissava il confine tra l’immenso oliveto dei Bassano e la proprietà di Pietr’Antonio Silvio. E in direzione est di questo confine era localizzata la cappella di S. Leonardo caduta con la frana del 1816.

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Vasto, Villa Comunale: Le panchine originarie senza alzato a conferma della successiva colmatura

 

Quel cubo in laterizio rivestito di cemento è sempre lì, immobile, in attesa che qualcuno voglia porgli delle domande. I segni lasciati sulla sua struttura sono eloquenti. «Parlano» a chi sa leggerli. Nella quasi totalità dei casi, tacciono. Un vero peccato. Perché tanti occhi puntati sullo stesso «oggetto» – che  oggi mi è diventato un caro e vecchio amico – potrebbero fornire tante e tante indicazioni in più rispetto alle attuali.

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