PER L’ALTERNANZA SCUOLA/LAVORO. UNA PROPOSTA DI DISCUSSIONE

di Luigi Murolo

 

L’alternanza scuola/lavoro è diventato un tema centrale nella progettazione dell’attività scolastica. Per un liceo sono previste ben duecento ore da distribuire in un triennio (secondo biennio + quinto anno). Ciò che presento non è il progetto sensu stricto, ma il preliminare che ne è alla base. La traccia in questione altro non costituisce che un invito alla discussione.

 

Il primo atto dell’alternanza scuola/lavoro esige la definizione dell’attività che si intende scegliere; vale a dire, l’identificazione del metodo produttivo che ne è alla base. Al di fuori di questo orizzonte, risulta difficile ipotizzare un progetto coerente.

La Pilkington, ad esempio, utilizza la cosiddetta lean manifacturing (produzione snella). Ciò vuol dire che non solo gli alunni si misurano con quel tipo di organizzazione del lavoro; ma deve implicare il modo in cui la stessa scuola rilegga in sé quella stessa pratica lavorativa. Provo a fare un banalissimo esempio. Nella lean manifacturing è la domanda che genera l’offerta, non il contrario (che era centrale nel superato sistema fordista). Mi chiedo: ha mai pensato un scuola di ragionare in questi termini per affrontare il tema delle iscrizioni? Deve prospettare un’offerta (open day) o costruire una domanda? Sono modelli operativi che si escludono. Qualcuno ha mai provato a pensare (non parlo, ovviamente, di realizzazioni) sulle possibilità di questo secondo aspetto? Ad esempio, potrebbe la decostruzione della classe (in qualche modo accostabile alla classe aperta) costituire un motivo di riflessione prima e di operatività poi? Il che vuol dire: saranno gli alunni a generare la domanda del tipo di docente, non il contrario. In piena consonanza con i principi della lean manifacturing. Ecco io penso che l’alternanza scuola lavoro debba avviare questo tipo di discussione tra gli stessi docenti. Altrimenti non credo che si possa parlare di rapporto scuola/territorio (con la Pilkington, nel caso specifico), dimenticando il principio basilare che vede la scuola riverberare in se stessa le ragioni del territorio.

Al contrario, a differenza della lean manifacturing, io propendo per la linea che potrebbe essere definita slow production. Che rimane sempre saldamente legata al principio della domanda che genera l’offerta (sull’argomento tornerò in altra sede). Ma con una precisazione: che l’oggetto prodotto non è estraneo al territorio ma è il territorio stesso e il modo in cui esso viene vissuto attraverso tutte le forme culturali della tradizione. Le quali – va detto – presupponevano il carattere della lentezza. E se quelle forme risultano scomparse per le ragioni più diverse, di esse va comunque recuperato il senso specifico del lento. Come si legge nel manifesto di Slow food del 1989: «La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la vita veloce, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei fast food. Ma l’homo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo a una specie in via d’estinzione. Perciò, contro la follia universale della fast life, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale. […] Se la fast life, in nome della produttività ha modificato la nostra vita e minaccia l’ambiente e il paesaggio, lo Slow Food è oggi la risposta d’avanguardia. È qui, nello sviluppo del gusto e non nel suo immiserimento, la vera cultura, di qui può iniziare il progresso, con lo scambio internazionale di storie, conoscenze, progetti».

In buona sostanza si tratta di passare dalla cultura del territorio a far acquisire la medesima dignità alle stesse tematiche legate al cibo ed alla alimentazione. Di qui, insieme con i beni culturali (anzi, assimilati a questi) individuare i prodotti alimentari e le modalità di produzione legati a un territorio, nell’ottica della salvaguardia della biodiversità. E ancora, promuovere la pratica di una diversa qualità della vita, fatta del rispetto dei tempi naturali, dell’ambiente e della salute dei consumatori, favorendo la fruizione di quei prodotti che ne rappresentano la massima espressione qualitativa. E ancora, sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica verso le tematiche ambientali ed in particolare verso la salvaguardia della biodiversità e delle tradizioni culinarie.

Come tutti sanno, nel romanzo di Milan Kundera, La lentezza  (1995), l’autore connette la lentezza al ricordare, e la velocità al dimenticare e ai fallimenti derivanti da decisioni affrettate. Da questo punto di vista, il recupero della memoria, del suo uso, della sua applicabilità pratica diventa l’orizzonte culturale  in cui vivere la sfera della conoscenza. Che proprio per il fatto di non essere veloce, ma lenta, suggerisce la diversa modalità nell’organizzazione del lavoro scolastico. Lo rammento a me stesso solo di scorcio, riproponendomi in seguito di sviluppare il discorso. Ciò che mi interessa sottolineare in questo intervento è che il rapporto sapere/sapore, derivato dalla radice indeuropea sap- con il valore di senno, può costituire l’importante punto di riferimento per l’eventuale progettualità di alternanza scuola/lavoro. La formazione di una guida del territorio apre al profilo professionale centrato sulla lentezza.

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