San Sisto, addio?

di Luigi Murolo

Scoperta da poco (parlo, ovviamente, della mia individuazione), la cappella diruta di S. Sisto nell’omonima via di Vasto rischia l’abbattimento insieme con la grancia ad essa collegata (foto 1 e 2). L’ho appreso dal sito ufficiale del Comune che, alla delibera n. 325/7 sett. 2016 approvata dalla stessa Giunta comunale, recita quanto segue: Progetto aggiornato della urbanizzazione primaria del comparto n.10 del comprensorio K2. Da questo punto di vista, una cosa va immediatamente detta: i progettisti non sempre fanno caso alle presenze storico-architettoniche disseminate sul territorio. Per tale ragione voglio augurarmi che siffatta dimenticanza non sia capitata all’area di cui stiamo parlando.

 

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foto 2

Non meritano certamente questo destino i resti superstiti dell’antico complesso cistercense-arabonese menzionato nelle Rationes Decimarum Italiae del 1324-1325. Mi piacerebbe solo che ci fosse un po’ più di attenzione nei confronti del territorio.

In questa città c’è una grande quantità di vie oggi urbanizzate intitolate a santi. Si direbbe una città popolata da anime pie, soprattutto nel settore dell’edilizia. Potrei sapere, ad esempio, che fine ha fatto la cappella di S. Rocco (da cui prende nome l’omonima strada)? Chi l’ha inghiottita? E dei resti della chiesa (non cappella) di S. Nicola di Torricella posti a un centocinquanta metri in linea d’aria dall’attuale cappella di S. Nicola? Che cosa dire? Non tutti gli edifici antichi hanno avuto la stessa sorte del complesso di S. Lucia che, dopo essere stato abbandonato, è crollato per assenza di manutenzione e, in seguito, ricostruito (non sarebbe forse stato meglio mantenere l’originale restaurato e non procedere all’ex-novo?). Se non mi sbaglio, era fin dai tempi di quella «bbinidétt’ álmә» (così i vastesi d’un tempo appellavano le anime belle e onorate poi decedute) di Michele Benedetti che, con una campagna sistematica di denuncia, aveva cercato di preservare nella sua integrità (quella pervenuta negli anni Settanta, ovviamente). Anche Paolo D’Adamo ci aveva provato con il «suo» Toson d’oro, auspicando in quella sede la rappresentazione della Merope di Scipione Maffei. Ma niente. Meglio lasciarla cadere e ricostruirla più che restaurarla!

In taluni casi, però, più utile e  interessante diventa il lasciar cadere. Come, ad esempio, sta capitando nella importante villa avalosiana del Frutteto (in dialetto, lu Frutturuàitә, foto 3). In assenza di manutenzione, pare che se ne stia attendendo il crollo onde poter consentire alle ruspe di spazzar via le orribili macerie. Come è noto,  è molto conveniente possedere un terreno sgombro da antichi e fastidiosi ruderi. Del resto, le case coloniche dell’azienda stanno già cadendo bene (foto 4). Anche il succorpo comincia a mostrare ottime fenditure che rendono prossimo il crash (foto 5). Quasi non bastasse, il teleobiettivo di una macchina fotografica riesce perfino a scoprire all’interno di quell’abitazione che cosa ha scritto sul destino della stessa un suo anonimo frequentatore. Lo si legge molto bene: «chi se ne fotte» (foto 6).

 

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foto 6

L’alto pensiero effigiato sulla parete interna della magione chiarisce in modo eloquente l’attenzione sull’antico. Attenzione che torna in tutto il suo splendore nel rigoglioso ingresso di Villa Genova-Rulli alla Penna (foto 7), nella raccolta dei rifiuti (foto 8), nella cura dell’abitazione (foto 9) e soprattutto delle fenditure (foto 10). Ancora qualche bella pioggia e, poi, finalmente, tutto giù per terra come nel famoso girotondo. Siamo a buon punto.

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foto 9

 

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foto 10

Ma ve l’immaginate l’orrore per la splendida solitudine della grancia di S. Sisto immersa tra gli ulivi a ridosso della collina che degrada sul vallone un tempo denominato Fonte dell’Oppio (foto 11). Senza palazzi. Come un tempo era la collina di S. Onofrio. Pesante l’horror vacui. Solo un piccolo convento sulla sommità, il cui versante est declinava dolcemente sul torrente Valloncello.

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foto 11

Che strane cose esistevano un trentennio fa (foto 12). Ve l’immaginate? Oggi davvero incomprensibili!

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foto 12

Il mio intervento vuole solo segnalare la possibilità di un pericolo per l’area di S. Sisto. Ma non avendo visto il progetto non posso entrare nel merito. Non escludo che il progettista abbia potuto prevedere la salvaguardia dei resti. Ciò però non esclude quanto è accaduto nel passato recente. Vale la pena ricordare en passant quanto la vicenda dell’Acquedotto delle Luci (e l’amico Davide Aquilano ne avrebbe tante di cose da raccontare). Le sensibilità dei «creatori» e dei committenti non sono tutte identiche. Voglio solo augurarmi che prevalga il lato migliore. Ho voluto usare la forma interrogativa: San Sisto, addio? Spero che non sia: San Sisto, addio! Oso sperare la formula augurale: Ben tornato, S. Sisto!

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