QUALCHE PAROLA IN MEMORIA DI NINNI’ TANA

di Luigi Murolo

 

Da ragazzi ci conoscevano; ma non ci frequentavamo. I più grandi d’età (anche di un anno) non avevano tempo per i più giovani. Altre esigenze, altri problemi. Poi … Poi nulla più. Ne avevo dimenticato finanche l’esistenza.  All’improvviso, decine d’anni dopo, l’ho incontrato mentre, insieme con amici comuni, portava con sé ciò che, in quel momento, pareva essere il suo breviario: il Sommario di decomposizione di Emil Cioran. Che dire. Ho trovato subito interessante quella figura melanconica che, riapparsa d’emblée dai tempi della remota gioventù, mi era balzata di fronte. Da allora, le non rare passeggiate condotte attraverso i cammini dell’infanzia (soprattutto lungo le rimembranze della villa comunale), si arricchivano di accese conversazioni su mistica, religione, filosofia, letteratura. Devo aggiungere, però, che di Ninnì Tana mi intrigava particolarmente un aspetto che trovava riscontro in un aforisma di Cioran che testualmente recita: «Soffrire è produrre conoscenza». Un soffrire  – va detto – che Ninnì avrebbe sperimentato molti anni più tardi con gli occhi spenti per sempre. Una lacerazione dell’anima ancor più che dello stesso vedere, capace di fargli ri-conoscere in modo definitivo ciò che aveva saputo da sempre. Vale a dire, l’incrollabile amicizia di Andrea, sodale di tutta la sua vita, che lo avrebbe  accompagnato ovunque. Ovunque, ripeto. Fino al rinvenimento del suo corpo in quel giaciglio divenuto, in una sorta di nominalistico contrappasso, «letto della vita». Sì, proprio così: «letto della vita ». Del resto, non saprei in quale altro modo chiamare quel luogo di solitario patimento, restituito alla trepida attesa dei giorni, dall’amorevole affetto di Andrea e di Grazia.

Chapeau, dicono i francesi! Le parole cedono il passo all’ammirazione. Anzi, a quegli Esercizi di ammirazione scritti dal vecchio Cioran che, discussi un giorno con il caro Ninnì, si erano concentrati su di un folgorante passo del libro che suona: «Niente di più miserevole della parola, eppure grazie ad essa ci si apre a sensazioni di felicità, a una dilatazione estrema in cui si è totalmente soli, senza il minimo senso di oppressione. Il supremo raggiunto con il vocabolo, con il simbolo stesso della fragilità».

Non ragionamenti astratti sui massimi sistemi; ma riflessioni sull’esistenza. Niente, cioè, che pretendesse di spiegare o di dimostrare la bontà delle proprie capacità argomentative. Una conversazione tutta centrata sulla ricerca di un senso delle cose. Questa la discussione avuta con Ninnì. Una discussione – aggiungo – che non ha lasciato tracce. Che Liberatore non voleva fosse affidata al nero su bianco di una missiva. Per lui un assurdo di fronte alla vitalità della parola enunciata.

Che strano! Ninnì rifuggiva la sua scrittura, non quella altrui. Il riordino della sua biblioteca avvenuto con l’ affettuosa partecipazione di Mauro consente di rileggere il suo mondo interiore. La collocazione del volume nella scaffalatura è indice della reticolarità delle sue idee. Della successione che voleva imprimere allo stesso rapporto dell’alto con il basso nelle scansie del mobile. Insomma, una sorta di ars combinatoria in cui il vedente avesse potuto capire – qualora l’avesse voluto – il linguaggio del tempo in cui praticava il suo «visibile parlare». Poi il forzato abbandono delle mimeticae artes, e la scelta definitiva delle sonorità musicali. Ma di questo periodo nulla conosco. Nulla ho più saputo. Anche in ragione di una mia colpevole inerzia.

L’altro ieri il cuore di Ninnì ha cessato di battere. Non vedeva più, ma guardava. Andava oltre la superficie delle cose. La sua era visione, profondità. E da corpo esanime ha voluto darmi un ultimo silenzioso insegnamento, allocandosi nella cappella a fianco di quella «a ‘ddo’ li mi’ rәpósә l’òssә». Ho capito caro Ninnì e ti ringrazio.

A me è dato il solo compito che mi è possibile. Quel saluto che dice: Buona notte, amico gentile. E che tu possa ricordarti qualche volta di chi, come me, non è stato capace di esserti vicino nel momento del bisogno.

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