Ritorno alla preistonia

di Mauro Ferrara

 

 

Osservazioni scherzose sulle «origini istoniensi»

lette alla luce dei problemi di oggi.

 

 

Non è un errore ‘di stumpa’. Le suggestive scorrerie di Peppino Catania nel passato di Vasto, alla ricerca dei frammenti dell’antropologia dell’homo histoniensis, invitano a risalire più indietro, al tempo in cui i fenomeni lasciano traccia come luoghi del mito. Da un passato favoloso potrebbe venire qualche spunto utile, specie se è un passato più simile all’oggi di altri passati, perfino recenti.

Mettiamola così. Il 5 agosto del 1207 avanti Cristo alle 11.42 (ora solare) il mare è calmo e la visibilità straordinaria. Quattro navi nere scendono da nord lungo la costa adriatica, seguendo le correnti favorevoli. Superano la foce del Sinello e incontrano il lungo zoccolo che si protende sull’acqua. Doppiano il primo corno, entrano nella baia del Bove e approdano.

Dalla nave con le insegne scendono il comandante, l’esperto nocchiero, il giovane apprendista e tre dei venti marinai. Si dissetano a una sorgente in uno scoglio spaccato, risalgono un pendio e vanno sul punto più alto del secondo corno, sporgente in mare a sud. Guardano il sito «attissimo per un porto sicuro». A sinistra vedono, ormai lontanissimo, il monte che precipita in mare, racchiudendolo come un gomito [ankon in greco, da cui il nome di Ancona] , e il cammino già  fatto, a destra le isole e il grande promontorio:

–          Ecco laggiù, le isole e  l’altro monte che incombe sul mare, secondo il responso dell’oracolo di Dodona, –  dice il comandante  –  la nostra meta. Finalmente, sappiamo. Non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare…

–          E nemmeno per il marinaio che è già arrivato – aggiunge il nocchiero.

Che, di fronte allo sguardo storto del comandante, si affretta ad aggiungere:

–          Immenso guerriero, ti ho seguito per dieci anni in una guerra stolta. Ora vaghiamo per dimenticarla…

–          Guerra stolta e tragico nostos. Con la condanna di Afrodite all’oblio. Ma oggi abbiamo una grande avventura di pace. Basta spaccarsi la schiena remando contro un Poseidone molto più forte di noi! Diffondiamo l’energia pacifica di Eolo: con cinque veri marinai fai il lavoro di venti manovali del remo, provviste per pochi, navi veloci, spazio per ospiti e merci…

–          E niente IVA…

–          Dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro, quell’Imposta per la Vittoria degli Atridi è un vero furto.

–          Basta girare ancora, – rilancia il nocchiero – il giovane è ormai un valente pilota e in molti siamo stanchi. Abbiamo disceso pigramente la costa, con molte soste, per esplorare queste terre. I babbari, con le loro zattere di canne, prendono dal mare frutti a volontà e tanti pesci. Hanno sorgenti d’ acqua fresca, olio e vino, grano, erbe, e molta frutta. E carne di pingui bovi, pecore, formaggi e lana. E porci cignali in abbondanza, anche per i millenni a venire. Conservano i pesci più grandi e il ‘senzossa’ con l’aceto. Sanno della guerra davanti al mare della sventurata Elle, sanno che siamo la squadra vincente. Ci ammirano e ci temono. Sono rozzi, ma ospitali…

Così parla l’esperto nocchiero, e cantilenando conclude:

–          Siamo begli uomini, e veniamo dal mare,/parliamo un’altra lingua, però sappiamo amare./Andarcene da qui: ma chi ce lo fa fare?

–          E faremo le feste a miramare, –  motteggia il comandante.  Ma, riprendendo con severità:

–          Le calamità con cui Zeus colpisce l’agricoltura sono funeste alle aree interne, ma facili a sopportare per i popoli marittimi, perché non tutte le regioni ne soffrono nello stesso periodo: dalle contrade fertili i viveri arrivano sempre a coloro che dominano il mare. Non possiamo tradire la missione indicata dalla sacra quercia di Dodona, dobbiamo raggiungere la seconda montagna che precipita in mare.

Poi, dopo una breve pausa:

–          Se alcuni sono stanchi, possiamo impiantare qui un altro stabilimento della nostra impresa.  Lo chiameremo Histonnoeo, Tutto per il mare: noi ci sappiamo fare.  Alberi maestri, vele d’ogni misura e colore, telai per tessuti marini, riconversione di barche a remi, manutenzioni ordinarie e riparazioni d’emergenza, nervi di bue, corsi di astronomia e pilotaggio, salopettes

–          Salo… e che è?!, interrompe il nocchiero.

–          Divinazione del futuro. Sono o no un epigono, e per di più di stirpe divina?

Poi, invasato da Eolo, anticipando il dottor Frankenstein junior, lancia il possente grido di guerra, per cui è famoso in tutto l’oriente del mare di mezzo:

–          Si può fareeEE…!!!

Scatta l’acclamazione degli equipaggi delle navi alla riva. Nulla hanno udito, ma se il capo alza la voce, le ciurme plaudono. È il fürer prinzip. Programma approvato. Allora come oggi. E subito le prime istruzioni:

–          Per l’avvio ti lascio una nave, con una ventina di uomini. Procura che fra essi ci siano quattro o cinque che vengono da Asine…”

–          Gli asinelli?

–          Certo, piccoli e tosti, sono i migliori maestri d’ascia. Ci hanno detto che, risalendo per breve tratto il fiume appena passato, un gran bosco ti vien innanzi, ricco d’alberi d’ogni varietà. Paradiso dei venanti, straricco di cignali: bestie a me ostili, di cui si sazieranno con abbondanza. Mandali, e non dimentichino l’offerta alle veggenti della diva Angizia, che veglia sulle selve di questa regione.

Non possiamo fondare una nostra colonia. Non abbiamo né motivi né uomini e armi per una guerra. Non abbiamo le donne, non tutti  i mestieri che servono. Dobbiamo mischiarci con i babbari. Scegliete i luoghi per lavorare e abitare. Prenderete in moglie solo giovani vedove con figli maschi fanciulli o giovinetti. Così non litigherete con i bifolchi, o bucai che dir si voglia,  per le pastorelle, farete contente e alleate le famiglie e avremo gli apprendisti per il nostro stabilimento. Noi partiremo per la terra di re Dauno, re intraprendente e ospitale. Lo convincerò ad associarsi alla nostra avventura, a darci altri mezzi e uomini. Quando la buona stagione tornerà, risaliremo in convoglio con le correnti favorevoli lungo la costa est, rientreremo verso il monte a forma di ankon, dove abbiamo già lasciato due nostre navi e impianteremo il grande porto.   Ci rivedremo fra un anno, quando avrò concluso il patto con Dauno a sud  e avviato un grande cantiere navale a nord.

Così Diomede riparte. In mare, soddisfatto, sogna i risultati: da lì, appoggiandosi all’insenatura con forme bovine (o vucitane, in altri linguaggi) , sarebbe nata, come racconterà Elio Verzellini nel suo fascinoso Pecore e lupi allo sprofondo, «…a dominio del mare, la città delle vele e dei tessuti, grecamente chiamata “Histonion”, popolata da una gente attiva di agricoltori, allevatori, pescatori, artigiani… ». Gli abitanti di questa città sarebbero andati sul mare «…con le loro merci, navigatori e trafficanti attivissimi tra i porti dell’Illiria, dell’Epiro e le coste italiche…», esportando «… prodotti dei telai casalinghi ed abbondanti e rinomati frutti della terra, olio ed olive, vini, uve, grano, ortaggi…».

Ha vision: uno scenario mobilitante, un campo geografico di azione definito, un obiettivo, una strategia, risorse individuate, un cronoprogramma (lui ce l’ha…). Porta innovazione pervasiva (di prodotto/servizio, tecnologica, organizzativa, professionale, sociale). I suoi uomini hanno competenze e cultura relazionale per le genti più diverse, sui mercati vicini e lontani. Il programma di integrazione sociale con le popolazioni locali è chiaro. I templi, già costruiti nelle isolette dell’est più i nuovi, garantivano fama e consenso. Il modello d’impresa avrebbe funzionato: Afrodite, la dea che voleva condannarlo all’oblio per gli scontri sotto le mura di Ilio, sarebbe stata placata e gabbata.

Nel mito fondativo siamo lontani dal gast, dal rinserramento nel castello e dal localismo agro-pastorale: all’origine c’è un IDE, investimento diretto estero per mercati  e relazioni extralocali.  Si può pensare che, qui e oggi, si stia affrontando la globalizzazione con un’attrezzatura equivalente?

 

 

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