PER NINNI’ TANA, A UN MESE DALLA SCOMPARSA*

di Mauro Ferrara

 

 

 

 

 

Con Ninnì ci siamo incontrati in IV e V elementare, col maestro Carfagnini, compagni di banco. Lo ha ricordato anche Scalino, compagno di classe e qui a salutarlo. Fili sottili che arrivano lontano.

Ci siamo rivisti nei cinque anni del ginnasio-liceo, durante un’età che crea spesso legami inscindibili. Età in cui una classe scolastica è un laboratorio teatrale, di creazione continua di una piccola commedia. Ninnì, sempre allegro, cooperativo, colto, ironico, fulmineo nel cogliere il lato buffo di persone ed eventi, ne era un protagonista e, soprattutto, un critico impareggiabile.

Litigare con lui, più che impossibile, era del tutto inutile: non lo smuovevi dalle sue posizioni. Come lo scrivano Bartleby: preferirei di no.

Una volta sola l’ho visto arrabbiato. Nel rito dello ‘struscio’, oggi dismesso allora quotidiano, era il viandante (e ritornante) più divertente. Una volta due compagne di scuola lo incontrano sul corso e vanno dritte al sodo: “Ninnì, facci ridere!!”. Si è arrabbiato di brutto, ma tutto è finito lì.

Gli studi e il lavoro ci hanno diviso. L’ho rivisto di sfuggita nei giorni in cui stava decidendo di lasciare il lavoro. Anche lassù, in Friuli, ha lasciato più segni positivi. Ne sono testimonianze la presenza degli amici ‘friulani’ oggi e la targa che il Comune di Vito d’Asio gli ha mandato, per ringraziarlo della sua opera nel dopo terremoto.

Ma i conflitti con la grettezza del contesto burocratico l’hanno indotto a ritirarsi.

Ha avuto molti dispiaceri nella vita. L’assenza del padre l’ha seguito come ombra fin da ragazzo; nel periodo di rientro a Vasto ha accompagnato tutti i cari vicini nell’ultimo viaggio: la mamma, una zia molto amata, lo zio. Una dimestichezza con la morte che lo ha segnato profondamente.

È stato anche molto fortunato: ha incontrato due amici come Grazia e Andrea, che l’hanno accolto come familiare e fratello ‘adottivo’. Senza il loro impegno generosissimo – e anche faticoso – avrebbe sperimentato molte più asprezze della vita.

Ha cercato incessantemente sé stesso e la libertà. L’ho aiutato a risistemare la sua biblioteca, ampia, da lettore pubblicamente conosciuto e da soddisfatto tv free, che sdegnava l’aggeggio che scandisce i tempi delle giornate. Tutta la biblioteca porta la traccia evidente di questo cammino. Nei ‘conversari’, come avrebbe detto, dialoghi di verace confronto conditi dal gusto della parola, dava spesso l’impressione di approdare a una specie di nichilismo cosmico. Senza uno schema definito, ma con variazioni continue su un tema unico: la vanità delle sorti umane. Come il Qoèlet, il poeta dell’Antico Testamento, colui che ‘ha la parola’ nell’assemblea, dopo aver cercato la saggezza: “Il saggio ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio. Ma so anche che un’unica sorte è riservata a tutti e due”.

Ninnì contrastava l’insostenibilità esistenziale di questo approdo con le risorse a lui più congeniali: la leggerezza, sottesa a ogni gesto del vivere, e il gusto della bellezza.

Nei dialoghi degli ultimi mesi due temi lo coinvolgevano e, talora, l’appassionavano:

–          l’amore per Vasto, per la sua storia, le tracce che il tempo ha seminato nei suoi beni culturali. E si finiva a ragionare di una rivisitazione del ‘pantheon’ cittadino;

–          la musica. Si appassionava alla musica tardorinascimentale e barocca, si passavano ore a parlare di Palestrina, Lupacchino, Gesualdo da Venosa, Tomàs de Victoria, Frescobaldi. Infine, della monumentale opera di Bach.

L’arte, la bellezza, al suo orecchio ipersensibile (che desiderava scoprire la posizione spaziale degli strumenti anche nella incisione digitale), aprivano spazi vitali, riscattavano la vanità, davano senso e compenso alla sua ricerca.

Gli antichi al termine del cammino salutavano l’amico con l’augurio: “Ti sia lieve la terra”. Un augurio in questo caso inutile. Ninnì è già là, oltre “il limite azzurrino delle conoscenze”, che svolazza come un folletto, tra il bosco di Paneveggio e un quartetto d’archi e un concerto d’organo portativo in una sala d’antica magione.

 

 

*Orazione funebre

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