1870: IL QUARTIERE COMBUSTO E LA FAMIGLIA IALACCI

di Luigi Murolo

 

 

 

 

 

 

L’amico Nicola D’Adamo, direttore di “Noi Vastesi”, mi ha chiesto se potevo fornire qualche informazione sull’ incendio del 21 novembre 1870 nella via Stanziani (attuale via Buonconsiglio) di Vasto che aveva causato cinque vittime dilaniate dal fuoco. Secondo la  delibera del Consiglio Comunale  n. 131 del 7 dicembre 1870 nelle prossimità del luogo era allocato un deposito di polvere da sparo con quattro quintali di materiale esplosivo. La domanda di Nicola è stata del seguente tenore: chi era a conoscenza di questo arsenale? Perché non se fa menzione nelle testimonianze dei contemporanei? Il racconto di tradizione orale della famiglia Ialacci, protagonista della vicenda, riferisce di un rogo cagionato da un fatto accidentale (l’asino che scalcia, facendo cadere una lanterna e, di conseguenza, producendo il devastante effetto). Così ne parla una erede oggi residente nello stato di Washington, USA: la signora Barbara Ialacci Pfeifer.

Non vi sono dubbi. In casi come questo tornano di fondamentale importanza le annotazioni dei parroci nei registri dei morti, soprattutto per i defunti non muniti di conforti religiosi. Una cosa va precisata: nei libri mortuorum è indicata la causa di morte, non le ragioni che l’hanno determinata. Nel caso specifico risulta quanto segue:

 

Atto di morte n. 361, 22 novembre 1870.

Anna Maria De Rosa, vedova di Pasquale Ialacci, nata il 19 aprile 1796, sepolta nel polyandrum (“città dei morti”) il 22 novembre 1870, risulta morta il giorno prima «non munita Sacramentis, quia domus eius, nocti, nescio quo modo, succensa est, et in incendio miserrima periit». Il che vuol dire: “non munita dei sacramenti religiosi, perché la sua casa, di notte, per ragioni che non conosco, fu bruciata con il fuoco e morì miseramente nell’incendio”. (doc. 1).

Di grande interesse la sottolineatura della formula «nescio quo modo». Perché se ne parla quando se ne poteva tranquillamente fare a meno? Per quale motivo viene espressa in questi termini dall’arciprete don Giuseppe Spataro, parroco della chiesa cattedrale? Non poteva forse accennare alla fatalità? Che lo si voglia o meno, ciò lascia emergere più di un sospetto sulle possibili cause del rogo. Davvero una circostanza fortuita o altro?

 

Diverso è il caso di Serafina Vinciguerra.

Atto di morte n. 362, 22 novembre 1870.

Serafina Vinciguerra, moglie di Domenico Ialacci, figlio di Pasquale Ialacci e Anna Maria De Rosa, nata il 29 novembre 1835, sepolta nel polyandrum (“città dei morti”) il 22 novembre 1870, è morta il giorno prima, per incendio improvviso, non bruciata, ma addirittura «incinerata» (cremata). (doc. 2)

 

Gli Atti di morte nn. 363 (doc. 3), 364 (doc. 4), 365 (doc. 5) parlano di corpi cremati per i figli di Pasquale Ialacci e Serafina Vinciguerra: Giuseppe (senza indicazione di nascita, ma 20 aprile 1864), Cesario (1° luglio 1866), Luigi (11 maggio 1870).

 

Da questo punto di vista, le morti risultano cagionate da un incendio. Ma per quanto si voglia, ciò non esclude affatto la possibilità di un rogo susseguente a un qualcosa rimasto non chiarito.

 

Alla signora Barbara e al parente vastese Vincenzo, corista del “Polifonico Histonium”, faccio omaggio dello Stato d’Anime del 1817 aggiornato al 1854 e dello Stato di famiglia del Catasto Onciario (1742), (docc. 7-8). Con questi documenti, la famiglia Ialacci può ricostruire la genealogia fino al 1676, anno di nascita di Lorenzo.

 

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