SUL RAPPORTO CENSIS

di Mauro Ferrara

 

 

 

 

Reddito che non aumenta, figli e nipoti che non vivranno meglio, tenore di vita in calo: quel che si aspetta poco meno dei due terzi degli italiani per i prossimi anni, secondo il Rapporto del Censis.

Da qui 114,3 miliardi di risparmio cautelativo negli ultimi nove anni e 818,4 miliardi di liquidità. Solo un quinto circa pensa a investimenti di lungo termine, gli altri pensano a tagliare le spese di casa e risparmiare. 16,6% del PIL gli investimenti nel 2015: Francia (21,5%), Germania (19,9%), Spagna (19,7%),  media europea (19,5%), ritorno ai livelli minimi dal dopoguerra.

Chiacchiere antigufi, zero tituli: «… vince la mentalità difensiva di moltiplicazione del risparmio, non come presupposto di investimento e impiego produttivo dei soldi, ma come arma di pura difesa. Si diffonde l’agire da rentier, che si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza proiezione sul futuro, con il rischio di svendere pezzo a pezzo l’argenteria di famiglia.»

Ne fanno le spese i giovani sotto i 35 anni, con reddito e ricchezza molto inferiori alla media: 25 anni fa avevano reddito maggiore e ricchezza di poco inferiore.

Passerà? No, se continuano a crescere i lavori a produttività decrescente, come nell’ultimo anno e mezzo. Aggiungere che tra il 1997 e il 2007 è la produttività totale dei fattori è diminuita del 2,5%, mentre nei paesi euro e in Usa è cresciuta a 2 cifre.

Segni positivi: mica tanti. Il Rapporto cita i “flussi irresistibili” dell’export di merci del 2015, in cui siamo al 10° posto, tra i primi 20. Ma nel 2010 eravamo all’8° e nel 2014 pure. Si vede che è tornata la voglia disperata di cercare il positivo: perché nel 2010-2015 è stato  +2,6% contro il +12,2% dei primi 20, nel 2014-2015 -13,4% contro -10,5%. C’è un consolidato, ma si perde terreno.

Va abbastanza bene il turismo, tra il 2008 e il 2015: con flussi polarizzati tra lusso e low cost. Ma manca il confronto internazionale.

 

Impatti demografici:

–       proliferazione di nonni-sprint, rarefazione di nipotini. Se non ci fossero gli immigrati, ancor meno nipotini. Resta da chiarire se l’entità della mutazione possa disegnarla, in proiezione, come una sostituzione di popolazione che calca il suolo dello stivale. Certo questo non dipende tanto dagli arrivi degli sfollati: l’aumento dal 2013 è spettacolare, quest’anno si è già arrivati a 158mila sbarcati e 172mila parcheggiati nelle strutture temporanee. Ma nel mondo gli sfollati sono oltre 65 milioni e i rifugiati sono 21,3 milioni. In Europa c’è solo l’11,3% (circa 1,8 milioni). Gli altri stanno nei paesi vicini a quelli da cui scappano. In Italia forse il problema è la gestione burocratica e “affarona”;

–       la destrutturazione della famiglia mononucleare tradizionale, i cui esiti non si cristallizzano ancora in modelli riconoscibili. Economia precaria=relazioni fluide, tutto non si può avere.

 

Sono andato a riguardarmi lo schema di una conversazione del febbraio 2011. Annotavo: il declino dei paesi europei è inevitabile (dipende dai dinamismi dei paesi emergenti), inarrestabile e positivo (la crescita dei paesi emergenti contrasta la saturazione del mercato).

Può essere relativo, crescita più lenta e perdita di posizioni in un contesto di avanzamento. O assoluto, con regresso dei livelli di reddito e di benessere della popolazione: il destino dei paesi avanzati che si fanno trascinare in una competizione basata principalmente sui costi. Si preparano un lungo periodo di impoverimento continuo. Contromisure: sgonfiamento dell’economia parassitaria, rilancio della produttività totale (e della spesa pubblica) e dei consumi privati e sociali con modelli nuovi.

 

Secondo il Rapporto, ci siamo. « Non servono nuove riforme, occorre progettare il nuovo. … Sono almeno quindici anni che alcune grandi trasformazioni scuotono alla  radice la società contemporanea….un cambiamento profondo …Di fronte al quale la responsabilità pubblica sembra progressivamente arretrare, affidandosi a un ciclo sempre più fitto di riforme, di revisioni, di nuove architetture di funzionamento, che però alla prova dei fatti si dimostrano non adeguate.

 

Nel corso degli ultimi decenni l’azione del potere pubblico è stata improntata, in misura sempre più larga, a tracciare forme d’intervento urgente, straordinario e transitorio, come testimoniano i 112 decreti legge

emanati negli ultimi cinque anni per misure eccezionali tese a introdurre  riforme strutturali o a modificare riforme appena adottate. Ogni settore d’intervento pubblico è stato rimodulato più volte, con un’accelerazione delle riforme dettata più dall’affermazione del primato della politica che da vere basi di innovazione amministrativa. Ma il passaggio all’implementazione operativa non è stato programmato o è stato molto più impervio di quanto dichiarato. La mobilitazione dei funzionari pubblici, la definizione di una catena di comando per l’uso delle risorse europee e  nazionali, lo schema per politiche di sviluppo imprenditoriale sono alcuni esempi di quanto sia poi mancato ai processi di riforma dopo il loro annuncio».

 

Sono usurate le figure retoriche usate dalla politica: “abbiamo fatto la legge”, contrabbandato come attuazione di politiche; la rivendita dei propri fallimenti come obiettivi e innovazioni per il futuro (v. discorso del Lingotto); ultima, porsi all’opposizione di sé stessi (sono contro le trivelle, ma sostengo chi vuole appiopparcele). Risultato: i cittadini non amano più la politica e l’89,4% degli italiani esprime una opinione negativa sui politici: a tutte le età (anzi in quella della maturità, 35-64 anni, sale al 92%). E i partiti politici sono al penultimo posto nella fiducia dei cittadini. Appena sopra le banche. Abissalmente lontani dai soggetti più “fiduciati”.

 

«In tale scenario, ancora una volta la politica sceglie …  un salto verso una maggiore e diversa verticalità. Cavalcare ancora la disintermediazione, renderla retorica di supporto al rapporto sempre più diretto tra capo e popolo…». Una schiettezza apprezzabile.

 

Come se ne esce? Si può provare con la poesia

 

Bonsenso pratico

di Trilussa

 

Quanno, de notte, sparsero la voce

che un Fantasma girava sur castello,

tutta la folla corse e, ner vedello,

cascò in ginocchio co’ le braccia in croce.

Ma un vecchio restò in piedi, e francamente

voleva dije che nun c’era gnente.

 

Poi ripensò: “Sarebbe una pazzia.

Io, senza dubbio, vede ch’è un lenzolo:

ma, più che di’ la verità da solo,

preferisco sbajamme in compagnia.

 

Dunque è un Fantasma, senza discussione”.

E pure lui se mise a pecorone.

 

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