PER GIANNA SPADACCINI

 

Carissima Gianna,

 

è struggente la rievocazione della tua fanciullezza. Quel desiderio melanconico e potente di ritornare alla tua patria – quella costruita da papà Gennarino e mamma Natuccia – sembra avvolgere ogni momento della tua esistenza. Da mamma e da nonna vivi con una partecipazione che commuove la tua imitatio maiorum, “imitazione dei genitori”, assunta come guida inimitabile per i tuoi successori. Ti seguo con trepidazione, mia dolcissima amica. E spero che le due parole scritte in ricordo di tuo padre in quel triste 2009 (pubblicate su “Vasto domani”) ti giungano affettuosamente vicine per cogliere il vuoto che ha lasciato in chi l’ha conosciuto. Anche se le hai lette ti prego di rileggerle. Sono una testimonianza di stima e di tenerezza per la persona che ti ha reso la vita uno splendido rifugio dell’anima.

Un modestissimo omaggio dal tuo

 

Luigi Murolo

 

 

 

 

Un ricordo di Gennaro Spadaccini,

maestro di «parlatura» dialettale

 

Nessuno come Lui sapeva dare senso ed espressività al detto che in sé concentra il sarcasmo degli antichi abitatori della città: «La vìcchije chi ‘n żapàive ‘ddó štá’ lu Quasarëine, ci jáve a ppišcé’ tutte li sàire». Con buona pace di tutti, era solo Lui, con la sua straordinaria forza mimica, a dare forma ai mille volti di signîre e pupuléne che aveva incontrato nella sua lunga e onorata esistenza. Il racconto dell’“altro” si intrecciava con la corporeità dei personaggi di cui parlava. Nel suo campionario di vite narrate tra parole e gesto, sopravviveva in una sorta di beata atemporalità la comunità dei Vastesi che aveva conosciuto nelle viscere e nell’anima. Gran custode della lingua perduta – quella dei Padri –, ‘Mbuà Gginnarëine ne carezzava tutte le nuances, tutte le sfumature possibili offrendo all’interlocutore sonorità talvolta impossibili. E’ bene dirlo. Gennaro Spadaccini sdirrazzáve le parole. Le ripuliva di tutte le incrostazioni successive per restituire all’originarietà dei foni quella che, nella prima metà dell’Ottocento, lo storico Luigi Marchesani aveva definito «rozza lingua». Sì, ‘mbua’ Gginnarëine giocava con i ritmi fonetici di quella tostissima parlatîure. Li piegava a suo piacimento con la facilità di lu furráre. E con grande naturalità – senza alcuna conoscenza della metrica antica – sapeva trasformare in cadenza giambica perfino una semplice proposizione della parlata gnomica e sentenziosa: «La vìcchije chi ‘n żapàive / ‘ddó štá’ lu Quasarëine».

Incontratolo qualche anno fa a lu pundàune di la Cummìune, gli ho fatto una domanda impertinente in smaldesco (o, se si vuole, in lombardesco), l’antico gergo dei muratori di Vasto: «Embé, ‘mbua’ Ginnarë’, si ‘ttarunnuáte lu bbuattènde?». Con una risposta sferzante – tipica di chi dà la frîšte a tutti – ha replicato: «Eh, ‘mbua’ Lujuggë’, ni’ ‘mba’ lu bbuèrre di hóffie. I’ l’àjje attarunnuáte, e signuruë?».

Che dire! Da lu Quasarèine di Sam Bìtre dov’era nato e aveva formato la sua granitica famiglia si era trasferito, in seguito alla frana del 1956, in via dell’Ospedale dove ho conosciuto i suoi figli e con loro ho giocato: Gianna, Cicco Paolo, Aldo, Annamaria, Silvana. Ed è lì che torno con la memoria quando penso alla mia infanzia dorata. Penso ad Aldo che, con tono scherzoso, mi apostrofava “via Canaccio” – in effetti, la via dove vivevo. Ma, soprattutto, penso alla diaspora da via dell’Ospedale che ha interessato uomini e donne con cui ho condiviso un pezzo importante della mia vita. Mi chiedo. Dove sta Prèngipe? E Mastriggiuhuànne? E la Magnafáfe? E la Femmina bbèune? E Frisciàune? E Marmillàtte? E la Carisèlle? E Vásce e Caràzze? E poi, dove sono quelli allocati sull’altro lato: Casciuluàtte, la Bballarëine, la Bbarżillótte, lu Municarìlle, la Ruzzuluàlle? E Chille di Mîrle? Dove sono, oggi, Chille di Mîrle che frequentavano la casa di Casciuluàtte?

Quei nomi ‘mbua’ Gginnarëine li conosceva tutti. Erano i suoi nomi. Li aveva nel cuore. Ne aveva seguito i destini. Anche se lontano dalle origini (chi abitava nei pressi della cappella di Madonna del Soccorso soleva dire: àjja jë’ a lu Huàšte), quelle origini lo avevano accompagnato come l’angelo custode. Li vianùve dell’Ospedale e di San Pietro continuavano a rimanere i suoi percorsi dell’anima.

Gennaro Spadaccini ha lasciato dei fogli dispersi. Ciamarèlle (carte raggrumate come i suoi sonetti), li chiamava Gaetano Murolo, il mio prozio. Quelle ciamarèlle costituiscono il vero senso delle cose. E con quelle cose – le ciamarèlle, per l’appunto – che, pur scomparendo rimangono per sempre attaccate agli uomini di cui sono umbratile testimonianza, mi piace ricordare l’opera semplice e garbata del carissimo ‘mbua’ Gginnarëine: «Facétele vulá’ ssi ciamarèlle / p’ la terra addo’ li mi’ ripose l’òsse: / pi’ ccamb’ e vvègne e p’ogne rruvuarèlle, / d’addo’ šta Rîlle addonna šta Palòsse. // Barda’, chi tti’ nnascošte lu quappèlle / va’ a fa’ a ‘nginècchie e nin mi fa li mòsse: / ta criti ca so’ llùcen’ e cappèlle / nate da lu fumire di nu fòsse? // N’ avašte ca lu céle ha dištinate / farle cambá’ nu jurne solamende?: / li ‘léte acchiappá pruprie a šcupputtate? // Facétele vulá’ libbiramènde / ssi ciamarèlle mi’ pi’ ‘na jurnate:/ dumane?… sarrá’ murte tutte quènde! –».

 

                                                                                                                                                                     Luigi Murolo

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