DI UN SANTUARIO, DI UN LAICO E DI MISTERI

di Luigi Murolo

 

 

 

 

Non avrei pensato di sviluppare brevemente un tema come quello che segue. Da laico (e perché no, da anticlericale, bella parola demodèe) non rientra nelle mie corde. Ma dato che investe la storia della città non mi sottraggo alla questione. Dico soltanto che una discussione sul tema dell’esistenza di un santuario in quel di Vasto mi pare del tutto speciosa. Se non fosse per la polemica suscitata in questi giorni non me ne sarei affatto occupato. Per tale ragione entro subito in medias res.Inizio da una bolla pontificia del 12 dicembre 1777 (Pius PP. VI) relativa alla Collegiata di S. Pietro che recita testualmente (cito solo le parti che interessano):

Ad perpetuam rei memoriam […] omnibus et singulis utriusque sexus Christifidelibus vere poenitentibus et confessis ac sacra communione refectis […] Collegiatam et Parochialem Ecclesiam S. Petri oppidi civitatis nuncupatae del Vasto, Theatinae Dioecesis, tertia dominica Ianuarii a primis vesperis usque ad occasum solis diei hujusmodi singulis annis devote visitaverint […] ad Deum praeces effuderint  plenariam omnium  peccatorum  suorum indulgentiam  et remissionem  misericorditer in domino concedimus […].

Il testo qui pubblicato restituisce grosso modo il seguente significato. «Che a tutti i fedeli in Cristo dell’uno e dell’altro sesso penitenti,  confessati e risanati dalla sacra comunione concediamo, dopo aver devotamente visitato, rivolgendo preghiere a Dio, la Chiesa collegiata e parrocchiale di S. Pietro del Vasto, tutti gli anni, nel solo giorno della terza domenica di gennaio, indulgenza plenaria e remissione dei peccati». Come si vede, sono tutti atti che conducono alla configurazione di un santuario.

Ora come tutti sanno – perfino un laico e profano come chi scrive – manca qualsiasi definizione di Santuario nel Codice di Diritto Canonico del 1917. Un fatto davvero singolare che consentiva a tutti i luoghi sacri con particolari caratteristiche di definirsi santuari. Per superare tale situazione (per la chiesa davvero incresciosa), nel 1956 la Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi proponeva a Pio XII la seguente definizione approvata dal pontefice il 22 dicembre 1955 e inviata agli ordinari diocesani sotto forma di Responsum l’8 febbraio 1956:

«Sanctuarii nomine intelligitur ecclesia, seu aede sacra, divino cultui publice exercenda dicata, quae ob peculiarem pietatis causam (ex.gr. ob immaginem sacram ibi veneratam, ob reliquiam ibi conditam, ob miraculum quod Deus ibi operatus est, ob peculiarem indulgentiam ibi lucrandam), a fidelibus constituitur meta peregrinationum ad gratias impetrandas vel vota solvenda» (in X. Ochoa (a c. di), Leges Ecclesiae post codicem iuris canonici editae, vol. II, Romae 1969, p. 3455, n.2558).

Che cosa significa? La traduzione dal latino è pressappoco la seguente: «Per santuario s’intende una chiesa o un edificio sacro destinato all’esercizio del culto pubblico che, per un particolare motivo di pietà (per es. un’immagine sacra lì venerata, per un miracolo che lì Dio ha operato, o per una particolare indulgenza da lucrare), è costituita dai fedeli meta di pellegrinaggi per chiedere grazie o per sciogliere voti». Ciò vuol dire che sono i fedeli a determinare con il loro pellegrinaggio la qualità giuridica di santuario senza alcun riconoscimento da parte dell’Ordinario diocesano. Le parti indicate in neretto sottolineano l’aspetto che concerne il punto della chiesa vastese di S. Pietro. Non solo. Ma ancora sul finire degli anni Settanta del Novecento uno studioso come Arturo Carlo Jemolo riteneva come quello di santuario non fosse un «termine tecnico del diritto canonico» (A. C. Jemolo, Lezioni di diritto ecclesiastico, Milano, Giuffré, 19795, p. 349). Per cui, solo con il canone 1230 del Codice di Diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983 ed  entrato in vigore il 27 novembre dello stesso anno viene dichiarato:

 Con il nome di santuario si intendono la chiesa o altro luogo sacro ove i fedeli, per un peculiare motivo di pietà, si recano numerosi in pellegrinaggio con l’approvazione dell’Ordinario del luogo.

Ecco allora il punto. Solo con i nuovi santuari si rientra in questa norma. Ma tutto ciò che era prima – e la chiesa di S. Pietro in quella data lo era già da 206 anni (diconsi duecento sei anni; a oggi duecento trentanove) – lo è per sua natura, sulla base dello stesso Responsum del 1956, decretato sull’allora vigente Codice di Diritto canonico del 1917.

Tutto questo significa una cosa. Che salvo voler attuare la retroattività della legge (inammissibile in diritto), l’atto proclamato dal vecchio parroco don Stellerino D’Anniballe rientra coerentemente nella storia della chiesa di S. Pietro e della sua indulgenza plenaria lucrabile fin dal 1777. Vale a dire, tale senza alcun riconoscimento formale da parte dell’Ordinario diocesano.

Nulla da aggiungere.

Non ho titoli da esibire. Non ho cariche pubbliche. Sono un semplice laico (e come tutti i laici, ignoranti delle cose sacre) che, avendo i piedi piantati sulla terra, ha gli occhi che non sanno andare oltre le nuvole. Non sono dotato della Sapienza dei chierici, ma solo possessore di qualche notizia rabberciata qua e là dalla lettura en passant di qualche libro. So bene di non esserne all’altezza. Ma non nascondo mi piacerebbe ascoltare il fervorino di un predicatore che mi spiegasse il motivo per cui la chiesa di S. Pietro non deve essere considerata santuario. E, soprattutto, gradirei sapere il motivo perché i titolari di cariche pubbliche, sempre presenti nelle cerimonie religiose, abbiano disertato l’invito di un vecchio parroco prossimo ai novant’anni che poteva dichiarare la presenza di un santuario attivo da 239 anni.

Davvero “misteri della fede”! E come potrebbe un laico e profano come me riuscire a capire cotanti “misteri”?

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