UN RAGAZZO DEGLI ANNI SESSANTA

di Luigi Murolo

 

Curvo, ripiegato su stesso. Quasi una L rovesciata con una sigaretta in mano. Di fatto, un corpo tormentato dal quale una flebilissima voce si era levata biascicando un meccanico «ciao». Un «ciao» – aggiungo – cui, ancora prima di rispondere, mi aveva posto un’inquietante domanda: «Ma è lui? È davvero lui?». Volevo fermarmi. Scambiare quattro chiacchiere. Ma niente. Aveva continuato a percorrere con  lo stesso passo cadenzato l’angusto marciapiede di via Giulia.

Da allora non l’ho più visto. E non lo nascondo: quell’aspetto mi aveva profondamente turbato.

Era l’ombra di se stesso Franco Malatesta. L’ombra di quello stesso Franco che, agli inizi degli Sessanta, intrigava gli apprendisti chitarristi con gli assolo strumentali degli Shadows: Riders in the sky, Apache, FBI/crackerjack , Stardust, Mustang, tanto per fare qualche esempio. È  vero che Franco imitava il sound dell’allora celeberrimo gruppo inglese di “ombre”. Ma è ancor più vero  che in quel periodo non era l’ “ombra” che sarebbe diventata poi. Era il nostro Hank Marvin (solista degli Shadows), leader indiscusso  dei chitarristi locali. Il vero problema di Franco stava nel fatto che non era convinto del suo talento. Malgrado le sue enormi possibilità di crescita e maturazione artistica è rimasto sempre legato al suo ambiente. Per lui importante era suonare. Che fosse un matrimonio, una comunione o un concerto era indifferente. E ch’io sappia non ha mai tentato la via del concerto.

Che dire! Un imperdonabile peccato!

Nel volumetto che ho dedicato alle band vastesi degli anni Sessanta (Cominciammo a suonar le chitarre, 1992) ho scritto che Franco Malatesta ha chiuso la sua esperienza in un complesso stabile nel 1965. Quella data – che avrebbe dovuto costituire un momento decisivo per un passaggio a una nuova fase di sperimentazione – ha visto Franco ritirarsi nel suo guscio. Gettare alle ortiche il suo grande estro strumentistico. Pro captu lectoris habent sua fata libelli (vale a dire, “secondo le capacità del lettore i libri hanno il loro destino”), diceva il poeta latino. E Franco ha scelto la strada del silenzio. Di un destino solitario il cui sound sarebbe vissuto nella sua anima. Perché l’abbia fatto, non so. E per quante volte io l’abbia chiesto al fratello Lino, mio vecchio compagno di scuola all’elementare, non ho mai avuto risposta.

Che bambino di belle speranze era Franco Malatesta in questa foto dell’asilo pubblicata da “Noi Vastesi” qualche giorno fa.

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Mi sono chiesto: chissà se il caro Franco avrà ascoltato quell’antica canzone dei Nomadi intonata da Augusto Daolio che recitava

 

Amico non chiedere qual è il tuo destino

un fiore avvizzisce se pensa all’autunno

i fiori che hai dentro non farli morire,

ma lascia che s’aprano ai raggi del sole.

 

Credo di no. I fiori che Franco aveva dentro non ha mai lasciato che si aprissero ai raggi del sole!

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