I RESTI DELLA CAPPELLA DI CONA DI MARE

di Luigi Murolo

 

Molti visitatori della concattedrale di S. Giuseppe in Vasto si saranno soffermati sul cosiddetto Trittico di Cona di Mare*, la pala d’altare realizzata dal pittore Michele Greco da Valona (come si legge nel ductus corsivo dell’anta centrale: «op(us) Michael(is) Greci / Velona») che, in basso, precisa: «An(n)o mcccccv. p(ri)mo jannari / hoc [opus] fecit pin[gere] nicolay / vivi[lacqua] pro devotione sua sub […]». E ciò lo si rileva dal restauro eseguito nel 1984 (prima di tale data, la testimonianza più antica era quella trasmessa dallo storico seicentesco Nicola Alfonso Viti).  (fig. 1)

 

imag 002
Fig. 1: Il Trittico di Cona di mare

 

Per quanto si voglia, infatti, nessuno avrebbe avuto la possibilità di leggere quelle iscrizioni nell’immagine che qui ripropongo (fig. 2):

 

fig. 2
Fig. 2: Il Trittico prima del restauro

 

Dove si trovava la pala? Nella sacrestia della chiesa di S. Giuseppe: un quadro tra i tanti. Ma chi, inizialmente, avrebbe potuto ipotizzare che quel legno “nascondesse “un trittico? E chi, in quella tavola oscurata dalle continue ridipinture, avrebbe potuto riconoscere i pigmenti di cinabro, biacca, indaco, orpimento, ocra rossa, acetato di rame, terra che caratterizzavano la Θεοτόκος (Theotókos) o Panaghia odegétria tra S. Caterina d’Alessandria e S. Nicola? E soprattutto: per quale motivo era stata definita Madonna della Misericordia quando, con questo titolo, nella tradizione iconografica cattolica si intende la Vergine che apre il mantello per dare riparo e protezione ai fedeli (in ogni caso va precisato che nel Catasto del 1742 è denominata  Madre Santissima detta della Cona di Mare)? Non solo. L’8 marzo 1711 – stando a quanto racconta il presbitero Diego Maciano – «Dalli sette, sino alli dieci si fece processione con Verginelle in andare p[rimo] al Crocifisso di S. Onofrio, secondo alla Madon[n]a della cona à Mare, et il 3° alla Madonna della Penna» (cito dall’autografo a c. 74 b). Sempre nello stesso Diario, a c. 144 b, Maciano sottolinea che il 9 maggio 1719 «Fù fatta a proprie spese di Sua Altezza la strada p[er] andare alla Cona di Mare, q[ua]le p[er] il passato era stata tralasciata p[er] la gran quantità de’ huomini che moriuano nel luogo detto la costa di Caraminica». Intendendo ovviamente che Cesare Michelangelo d’Avalos risistema e mette in sicurezza la vecchia via di Cona di Mare successivamente denominata Costa del Contino e, in seguito, Costa Continua. Ultimo aspetto da considerare – ma non per questo meno importante – è l’attestazione del funzionamento della cappella nel Catasto napoleonico (1813).

Stando così le cose, l’interrogativo cui conviene soffermarsi è il seguente: dov’era localizzata la «misteriosa» cappella in cui il trittico commissionato da Nicola Bevilacqua a Michele Greco era custodito e che, sempre nel 1742, vantava dei crediti imponibili per un valore di once 25? (fig. 3)

 

fig. 3.JPG
Fig. 3: Le rendite di Cona di Mare (1742)

 

È possibile allo stato attuale procedere a una verosimile identificazione della stessa? Il che vuol dire: è possibile rileggere le generiche notizie fornite dallo storico Luigi Marchesani (generiche per noi, non certo per i contemporanei dello storico) collocandole entro un contesto cronologico in grado di raccordare le stesse con eventuali antiche tracce edilizie grosso modo databili a un periodo  anteriore o, comunque, coevo, al 1505, anno di realizzazione della pala d’altare? La frana del 1816 ha letteralmente stravolto la topografia della zona.

La questione si complica se pensiamo alla profonda modificazione subita dalla toponomastica storica (questa non dovuta a catastrofi naturali, ma al pressappochismo culturale delle amministrazioni comunali). In effetti troviamo indicazioni viarie recenti che disarticolano la comprensione antica dei luoghi.

A questo punto, torna di grande utilità la lettura di un rilievo a mano libera conservato nell’Archivio Storico del Comune di Vasto ricco di nomi di luoghi (fig. 4).

 

fig. 4
Fig. 4: Costa Contini (Costa Continua). La vecchia via di Cona di Mare (mappa di fine Ottocento)

 

In linea di massima la mappa rappresenta l’area al di sotto dell’attuale Loggia Amblingh, il cui muro di contenimento esistente (oggi passeggiata panoramica) viene realizzato nel 1927 dopo l’avvenuto movimento franoso del 1919.

La via che dall’odierna Piazza del Popolo va alla Fonte Nuova risulta denominata Strada della Fonte nuova. Quella che volge verso est – e che su Google earth è detta via vicinale Tubello – in realtà è chiamata Strada della Diritta. Al contrario, quella che appena si imbocca verso sud-est dalla Diritta ha il toponimo Costa Contini. Qui si incontrano i resti visibili della cappella di Madonna della neve, la cui pala d’altare è conservata presso la chiesa di S. Maria Maggiore.

Questa è la via che conduceva alla cappella di Cona di  Mare. La strada in questione viene distrutta dalla frana del 1919. L’altra che viene realizzata dopo tale data (detta Costa Continua) è la stessa oggi intitolata via Cona a Mare (rinvio sempre a Google earth) e che conduce a Piazza Fiume, il piazzale della vecchia stazione ferroviaria. L’incredibile caos nella toponomastica storica impedisce oggi l’orientamento a chi non è pratico dei luoghi.

Oggi questa via è cancellata in ragione degli appoderamenti fatti dai confinanti. Quasi non bastasse, al punto (calcolato non in gradi decimali, ma sessagesimali) lat. N 42.1075969, long E 14.7080021 un insediamento edilizio interrompe definitivamente il percorso.

In ogni caso, ancora oggi è presente lo sbocco della vecchia strada di Cona di mare sulla via che conduce alla Marina (oggi via Donizetti, in passato SS.86 «Istonia)». Proprio di fronte è posto il «Villino Crisci» la cui indicazione è collocata sugli stipiti in laterizio del cancello.

Che dire di più! Da qui comincia la ricognizione alla ricerca di tracce edilizie antiche.

Proviamo a spostarci verso sud di qualche metro dove incontriamo subito un gruppo di case. Si attraversa una viuzza che volge a est (un tempo interpoderale e collegata direttamente al mare) sulla cui targa (si fa per dire!) c’è l’ intitolazione al musicista abruzzese Gaetano Braga (1829-1907). All’improvviso balza davanti agli occhi un singolare paramento murario misto che intriga l’attenzione del visitatore (fig. 5).

 

fig. 5.JPG
Fig. 5: Le murature di via Gaetano Braga

 

Blocchi di tufo grossolanamente squadrati si incastrano con pietrame vario legati da calcimonio (una marna calcarea locale). Qualcosa del tutto inusuale – anzi, unico – per una vecchia casa colonica in abbandono che si innesta su una muratura di quel tipo. Una tipologia edilizia – va osservato – che trova riscontro in un’altra parte della città. Dove? Presto detto: in quella Torre Damante realizzata nel 1493 (fig. 6).

 

fig. 6.JPG
Fig. 6: La muratura di Torre Damante

 

Che cosa significa tutto questo? Molto semplice. Che il muro di cui stiamo parlando localizzato in via Braga identifica il perimetro di una cappella di cui si era persa la memoria topografica: Cona di Mare (fig. 7).  Cona designa una chiesa d’angolo. Ed è ciò che si evidenzia dal percorso ricostruito.

 

fig 7.JPG
Fig. 7: I resti della cappella di Cona di Mare

 

E che qui, proprio in questo sito, a partire dal percorso che congiunge le cappelle di Madonna della Neve  e di Cona di Mare (fig. 8), i volti della Theotókos e dei santi Nicola di Myra e Caterina d’Alessandria volgono la ieraticità del loro sguardo verso l’Oriente bizantino.

 

fig. 8.jpg
Fig. 8: La linea gialla indica il percorso ricostruito da Madonna della Neve a Cona di Mare e la sua continuazione verso la spiaggia.

 

L’anno è il 1505: cinquantadue anni dopo la caduta di Costantinopoli (1453) a opera dei turchi ottomani.

Un vecchio canto vastese oggi perduto dedicato alla Madonna della Schiavonia raccolto e pubblicato da Antonio De Nino nel 1883 (Usi e costumi abruzzesi. Sacre leggende, vol. IV, Firenze, Olschki, 1883, pp. 201-203) racconta un umanissimo miracolo attuato dalla Vergine costantinopolitana (la scrittura dialettale non era stata ancora codificata). Gli ultimi tre versi, ricolmi di nostalgia verso la patria bizantina divenuta turca, immaginano ancora la via di luce tracciata dalla Madre di Dio al raggiungimento dell’Occidente. Che dire! Forse sarà lo stesso sentimento provato dal valonese Michele Greco durante la realizzazione del Trittico di Cona di Mare:

 

Canta se partì la Matra de Ddejie

Li prete de la vejie torcia allumave,

E lu sblandàure avanti a lla Turchejie

 

 

(Trad.: Quando la Madre di Dio se ne andò via / le pietre della strada erano come torce che illuminavano il cammino. E c’era splendore di fronte alla Turchia).

 

 

 

 

 

 

 

I commenti sono chiusi.