Un bene culturale antropologico: la tradizione gastronomica locale

di Luigi Murolo

 

In una lettera inviata all’amico Orazio Di Stefano ho affrontato en passant un tema generale: la tradizione gastronomica locale da classificare come bene culturale antropologico. Ho profilato almeno un paio di casi in cui diventa evidente il rapporto che si stabilisce tra il bene culturale-gastronomia e gli altri beni culturali. Di là dai contenuti specifici che la missiva riveste (pertinenti a un’associazione), penso che quelli appena sottolineati mostrino un carattere generale. Chi è interessato all’argomento può prendere contatti con chi scrive per organizzare un incontro. (l.m.)

 

 

 

Vasto, 23 aprile 2017

 

 

Caro Orazio,

 

pongo a me, ancor prima che a te, un interrogativo: che cosa significa oggi prodotto topico? Dove è finito il tema dell’enogastronomia che ha caratterizzato per ben due anni l’attività del movimento topico che ha realizzato perfino la pubblicazione di un volume ad hoc dal titolo Le vie topiche? Nota bene. Parlo di movimento. Di movimento, perché l’organizzazione del gran circo itinerante sull’alimentazione è stata interamente gestita dall’associazione «Ricerca-azione» che tu presiedi con abnegazione. E la ragione è semplice. In effetti, la vera brillante intuizione della tua iniziativa è stata quella di lavorare sul movimento (incontri tra i partecipanti nei singoli luoghi prescelti, amabili discussioni, conviviali ecc.) non sull’associazione. Movimento che ha prodotto convegni molto proficui. Tanto proficui, che gradirei rimanessero tali e che continuassero a mantenere in futuro la stessa forma organizzativa.

Ora, di là dal mio desideratum (che non importa a nessuno), ciò che va sottolineata è la crescita esponenziale delle attività intraprese in passato che, di fatto, si è trovata a stravolgere la formula cantierata in passato. Che devo dire. È di grande rilevanza culturale-economica l’attenzione sulla piccola produzione alimentare che punta sulla slow production e non sulla eatitaly (come ben sai, un po’ di inglese raccattato tra i vicoletti delle periferie linguistiche oggi è di moda). Molto importante (anzi, da incrementare) la partecipazione delle scuole (a partire dalle secondarie di II grado). Ultima, ma ancor più importante, la relazione stabilita con l’istruzione terziaria (vale a dire l’università), il cui master dovrebbe iniziare (?) nell’ A.A. 2017-2018. Tutti risultati eccellenti e invidiabili. Ma con un rammarico: l’apparente smarrimento dello spirito che ne ha reso possibile il conseguimento. A questo punto, una cosa diventa utile riconoscere. Che in tutta questa operosa intraprendenza si è venuto a determinare un corto circuito. Un corto circuito che trascina con sé un problema. Quale? Che non si può chiedere a una persona di interessarsi di tutto. Che, con tale mole di impegni, prima o poi fine quella persona scoppia. E che, per quanto si voglia, non è bello (oltre a non avere alcun utilità pratica) ragionare con dei brandelli di carne sparsi qua e là che cercano disperatamente di ritrovare in qualche modo la forma perduta!

Di che cosa si tratta, allora: di affiancare qualcuno alla stessa persona? Forse. Ma non è questo il problema. La risoluzione non sta tanto nel fatto di disporre di una pluralità di soggetti coinvolti; al contrario, di definire di un progetto; anzi, il progetto del movimento condiviso da quanti decideranno di sostenerlo. Con una approfondita discussione. E che per favorirla comincio io, proponendo alcuni temi.

 

  • Centrale per tutte le iniziative del movimento è il prodotto topico.

La tradizione gastronomica locale va considerata bene culturale antropologico. E come tale, deve entrare in relazione con tutto il sistema dei beni culturali: materiali e immateriali.

 

  • La conoscenza e la tutela dei beni culturali – a partire dalla tradizione gastronomica locale – diventa il punto di riferimento della strategia topica. Le esperienze di Ielsi, Altino, Lentella, Palmoli, S. Giovanni in Galdo, Scapoli, Tornareccio (tanto per fare qualche esempio) devono costituire un momento di riflessione sull’alimentazione e sulla funzione che essa esercita nell’organizzazione delle comunità. La tutela di questo bene culturale coincide con la sopravvivenza identitaria delle singole comunità.

 

  • La sopravvivenza di beni culturali come le corse dei carri nel basso Molise è un tema antropologico da tutelare come la tradizione gastronomica locale o come il moliškohrvatski, la lingua croato-molisana o l’arbëreshë, la lingua storica degli italo-albanesi molisani. E non è forse vero che il na-našo porta con sé la cucina di tikua udana, di žutenika s kažovem, di džrklje e di tanti altri manicaretti postulando l’indissolubile intreccio tra lingua antica e gastronomia?

 

  • Brevemente. Un altro elemento da considerare è l’attenzione per i ricettari (soprattutto ottocenteschi) delle famiglie abruzzesi. Non è forse il caso di porre l’accento su questi beni culturali che vanno assolutamente conosciuti. Ne ho letti due: uno pubblicato, compilato da una signora teramana – la N.D. Teresa Gozzi-Clemente –; un altro inedito, redatto dalla signora Adelaide Santoleri Magnarapa (di Casalbordino) di cui ho le fotografie. Il terzo che ho solo avuto tra le mani, quello della famiglia Ciccarone ma che, insieme con gli altri, uno straordinario repertorio alimentari delle ricche famiglie abruzzesi. È questo un patrimonio che non può continuare a rimanere absconditus (e qui non è proprio il caso di dimenticare la raccolta di ricette vastesi prodotta da Germana Benedetti- Petroro attraverso la richiesta fatta a vecchie signore: penso a quelle rivolte a mia madre o a mia zia Bettina. Sarebbe il caso che Germana decidesse di pubblicarle).

 

  • Il rapporto con le scuole è fondamentale. Ma il prodotto topico deve chiarire innanzitutto a se stesso il modo in cui il nostro bene culturale antropologico deve costruire la sua relazione con gli altri beni culturali. E solo dopo questa risposta può essere definito il progetto in cui realizzare un corso ad hoc per la formazione docenti. Non solo. Lo stesso master può diventare un momento importante per la formazione, consentendo di aggiungere un titolo universitario superiore agli insegnanti che vorranno iscriversi.

 

Carissimo amico, mi limito qui proponendomi di ritornare sull’argomento qualora dovessero emergere critiche o ulteriori proposte. Come sai, sono sempre disponibile al confronto. Così in attesa di una risposta, gradisci i cordiali saluti di

 

                                                                                                                                           Luigi Murolo

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