DI UN’ANTICA LASTRA FOTOGRAFICA E DEL POSITIVO PUBBLICATO DA FRANCESCOPAOLO D’ADAMO

di Luigi Murolo

 

L’unica parola che rende vagamente l’idea è «meraviglia»; vale a dire, la cosa che desta stupore lasciando interdetto lo stesso osservatore disincantato. Ci si trova di fronte a una di quelle mirabilia urbis che il periegeta contemporaneo sa di non trovare nella fisicità dello spazio, ma che nemmeno ipotizza di poter rinvenire nel nascondimento di una lastra fotografica emulsionata dai sali d’argento. E con sé reca una sola certezza: che il negativo è lì, pronto a disvelare il non visibile in esso è celato. In altre parole, la figurazione di qualcosa perduta per sempre e che sopravvive al nostro sguardo solo perché un obiettivo, con uno scatto, ha «imbalsamato» per sempre il qui e ora all’attimo del clic. Che lo si voglia o meno, quell’immagine, oggi, è connotazione ontologica di un essere-che-non-è-più. La qual cosa implica che l’immagine non rappresenta più alcunché, proprio perché è essa stessa la realtà di quell’assenza.

Ma anche la lastra in questione ha una sua storia. Anzi, una storia particolarissima. Oserei dire di salvazione: proprio come l’anima. In effetti, depositata in uno scantinato come prodotto di un’attività professionale da lungo tempo conclusa (il laboratorio fotografico di Nicola Anelli [1870-1938]), essa viene rimossa – insieme con centinaia e centinaia di altre – dal suo luogo di «riposo» per essere abbandonata in uno sterrato marcescente di immondizie. Ma qui, grazie alla mano caritatevole di un connoisseur di cose vastesi, l’immenso patrimonio iconico veniva salvato per tornare a nuova vita. Da quell’ottobre 1993, data dello scellerato abbandono, il recupero dalla spazzatura che ne è seguito, sta consentendo all’amico Francescopaolo D’Adamo di restituire alla città il suo immaginario perduto a cavallo di due secoli. Un risultato di grande importanza. Con una considerazione. La dialettica rifiuto/recupero ha in sé una forza straordinaria: la capacità di restituire la bellezza perduta. E forse, qui, ritornando con la memoria alle parole di una vecchia canzone di un cantautore genovese, potremmo dire: «dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior».

Torniamo intanto alla lastra scoperta e pubblicata da Paolo D’Adamo. Incontriamo nel positivo la Fontana monumentale della Canale (foto 1) totalmente ignorata dalla stessa documentazione storica (come tale, non risulta nemmeno indicata nell’Apprezzo d’Avalos nel 1742). Per quanto io ne sappia, l’unica immagine fino a oggi nota della località era lo schizzo a penna dovuto alla mano dello scultore Alfonso Celano (1849-1937) dato alle stampe nel 1929 (foto 2). E in quello, non sembra apparire alcun riferimento iconografico alla fontana. Certo, nello stesso bozzetto è presente l’arco sulla cui sommità svettano tre «pupattoni» (e i resti dell’arco sono ancora visibili lungo la SS16 [foto 3]). E’ visibile lo stesso tratto di cinta muraria in orientamento e/o, tuttavia diverso dalle tracce ancora oggi superstiti nel medesimo sito in direzione n/s. Che lo si voglia o meno, sono documentati due elementi che escludono eventuali nessi con il monumento rappresentato nella foto. Alcuni commenti in merito a quest’ultima (stando a quanto risulta dal blog di Paolo) pensano di identificare in una, due  strutture tra di loro non comparabili. Come si può notare nel positivo, il monumento non presenta alcuna tipologia di arco. Nessuna lesena con peducci d’archivolto. Dunque, nessun confronto risulta praticabile.

 

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Fig. 1: La fontana della Canale. Positivo di foto su vetro. Scansione di Francescopaolo D’Adamo

 

 

 

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Fig. 2 A. Celano, La Canale. Schizzo a penna pubblicato nel 1929

 

 

 

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Fig. 3. La Canale. Resti visibili lungo la SS.16

 

Ma c’è di più. Il robusto organismo architettonico si adagia sul fianco di una collina (cosa che non accade nei resti oggi visibili). Sul versante nord (almeno credo) del monumento, un paramento murario in conci di pietra prospetta un muro di contenimento del «lèmmǝtǝ» (in dialetto vastese, il declivio). Sul versante ovest – sempre un ovest ipotetico – si osserva un paramento laterizio con la stessa funzione. Sempre vicino a quest’ultimo, si intravede un edificio posizionato a ridosso del poggio. Anche in questo caso, nessuno degli elementi ravvisabili nell’immagine è riconducibile allo spazio fisico delle superstiti tracce architettoniche distribuite lungo la SS16. Ancora qualche considerazione. La facciata è ripartita in due rettangoli incorniciati da pilastri aggettanti in laterizio. Il primo, in alto, anche in laterizio, con un quadrato cavo probabilmente destinato a ospitare un’iscrizione (di cui non si ha notizia) o, molto più verosimilmente, un bassorilievo. Nella parte inferiore, delimitata ai lati da pilastri in conci di pietra, con il marcapiano superiore e la parete intonacati. In basso, la vasca con ornamenti sui lati superiori e due bocche dell’acqua. Interessanti, le due figure umane che consentono di fissare il rapporto di altezza tra il costruito e la persona (una relazione di ca. 1 su cinque). Gli stessi laterali risultano edificati in pietra e in laterizio. Nella parte posteriore del rinfianco, una base lapidea con marcapiano sormontato da una voluta laterizia a gola rovescia e sul bordo un pilastrino con pinnacolo. Sul coronamento della fontana, una doppia rocaille suddivisa da una chiave superiore sui cui vertici si innalzano elementi decorativi (sono questi i famosi «pupattoni» di cui favoleggia la tradizione dialettale? Alla domanda non so dare risposta).

Se le cose stanno in questi termini, è possibile stabilire la localizzazione del monumento? Direi di sì, se andiamo a valutare i resti difficilissimi da raggiungere che due anni  fa, dopo una lunghissima passeggiata,  l’amico Michele Crisci mi ha fatto conoscere. Sul suo blog, «Banca della memoria», ha pubblicato tre eloquentissime fotografie che qui ripropongo. Certo, fino a qualche giorno fa, non sapevo a che cosa quelle tracce archeologiche si riferissero. Ipotizzabili quanto si vuole. Ma non definibili con chiarezza. L’immagine su lastra scansionata da Paolo D’Adamo ha risolto finalmente l’arcano.

Innanzitutto  il sito. La foto 4 riquadra l’area collinare in cui i resti sono distribuiti. La foto 5 il paramento murario di contenimento addossato sul fianco della collina con il canale di scolo per l’acqua imbibita dal terreno. La foto 6, un particolare. La foto 7 il condotto idrico per l’alimentazione della fontana. Come si può notare, sono conservano solo frammenti della parte esterna al manufatto; non il manufatto in quanto tale.

 

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Fig.4. La Canale. Area dei resti indicati da Michele Crisci

 

 

 

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Fig. 5. Fontana della Canale. Resti del paramento di cinta

 

 

 

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Fig. 6. Fontana della Canale. Particolare del paramento di cinta

 

 

 

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Fig. 7. Fontana della Canale. Resti del condotto idrico

 

Qual è l’amara constatazione? Che è stato sufficiente un secolo perché della sconosciuta struttura monumentale non restasse nulla. Della stessa abbiamo potuto apprenderne la testimonianza, solo perché un’umbratile traccia è stata sottratta al destino in discarica? Che cosa dobbiamo dire di una città che non solo non è in grado di conservare organismi architettonici di quella qualità, ma nemmeno la loro ombra. E’ bene sospendere ogni giudizio. Tanto non frega niente a nessuno. Che cosa ci resta da dire? Eccellente, Paolo! E che tu, salvatore di ombre, possa riservarci ancora qualche altra magnifica sorpresa.

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