LA ZAMPOGNA E LA CUCINA. UNA VISITA A SCAPOLI DI «ITALIA NOSTRA» DEL VASTESE

di Luigi Murolo

 

La visita al Museo della Zampogna di Scapoli organizzata dalla sezione di Italia Nostra del Vastese riserverà sicuramente molte sorprese. Di certo la comprensione dei due strumenti – zampogne e pifferi – che grande relazione hanno con la storia etnologica di Vasto (è una vicenda sconosciuta che mi riservo di affrontare in futuro). Ma non è di questo che voglio parlare. Al contrario, ciò che voglio ricordare è la straordinaria influenza di questi due strumenti “abruzzesi” nella musica sinfonica europea dell’Ottocento. Senza dubbio, il riferimento è a Hector Berlioz e al suo Harold en Italie, op. 16 (1834). Il titolo del terzo movimento è emblematico: Sérénade d’un montagnard des Abruzzes à sa maîtresse. Dunque, un pastore abruzzese che indirizza alla sua amata (che, cavallerescamente, è anche la sua domina) una serenata. In questo componimento di fin’amor romantica, fondamentale è l’attenzione alla musica strumentale popolare. Ed è proprio nelle Mémoires de voyage che Berlioz scrive:

Ho notato solamente a Roma una musica strumentale popolare che tendo a definire come un resto dell’antichità: parlo dei pifferari. Si chiamano così i musicisti ambulanti che, in prossimità del Natale, scendono dalle montagne in gruppi di quattro o cinque e, armati di zampogne e di pifferi (una specie di oboe), eseguono dei pii concerti davanti le immagini della Madonna. […] Ho trascorso delle ore intere a contemplarli nelle strade di Roma. […] Ho sentito in seguito i pifferari direttamente nelle loro terre e, se li avevo trovati così notevoli a Roma, l’emozione che ho ricevuto fu molto più viva nelle montagne selvagge dell’Abruzzo, dove il mio umore vagabondo mi aveva condotto.

Accompagnato dall’altro grande musicista Felix Mendelssohn-Bartholdy, Berlioz scopre le nascoste sonorità di questi strumenti. Ed è il terzo movimento dell’Harold a restituirci in forma “colta” gli effetti che su di sé aveva prodotto quella timbrica. In particolare quello “strano” congegno a otre (la zampogna) che il D’Annunzio alcyonio descrive in questi termini nella lirica titolata, per l’appunto, L’otre:

 

Ma gli alti iddii anco mi fur benigni. Un bel pastore dalla barba d’oro

mi raccolse. Ed all’ombra d’un alloro

mi lavorò con suoi sottili ordigni.

Quattro di bosso ei fecemi cannelle

ineguali, e assai bene le polì.

La più corta alla spalla m’inserì e strinse con cerate funicelle.

In bocca tre l’artiere me ne messe,

l’una più lunga, l’altre due minori;

nella più lunga numerosi fóri

praticò, che diverse voci desse.

Le due brevi, di largo cerchio e stretto,

aperte in giuso a mo’ di padiglione,

servir di grande e piccolo bordone

dovean come le frondi all’augelletto.

Oh meraviglia, quando per la corta

canna egli enfiò la nova cornamusa!

Mi chiedo: riuscirà a produrre stupore e, soprattutto, fascino questo museo al gruppo di visitatori accorti che proviene dalla costa? E poi non è forse vero che, in una delle sue memorabili pagine, Berlioz si sia lasciato a queste considerazioni?

Di tutti i popoli d’Europa, sono incline a considerarlo [quello italiano] come il più inaccessibile all’aspetto evocativo e poetico dell’arte così come a ogni concezione originale un po’ elevata. Per gli italiani la musica è un piacere dei sensi, nient’altro. Verso questa bella manifestazione del pensiero essi non hanno più rispetto di quello che hanno per l’arte culinaria. Vogliono delle partiture che possano essere assimilate al primo colpo, senza riflettere, persino senza prestarvi attenzione, come farebbero con un piatto di maccheroni.

Già. Probabilmente il compositore francese non aveva avuto occasione di gustare il formidabile raviolone scapolese che l’anno scorso ha vinto il Prodotto Topico,  la manifestazione tenuta a Vasto e oggi trasferita altrove. Forse avrebbe cambiato idea. Mi auguro che la sezione del vastese di Italia Nostra, a differenza di Berlioz, sappia coniugare in quel di Scapoli la cucina con la zampogna, attraverso quella stessa  Marches des pelerins che il grande Hector descrive nel secondo movimento di Harold en Italie. Un’occasione, insomma. Un’occasione per trovare nelle sonorità delle sampogne nuovi stimoli per raccordare in un unico percorso la sensibilità di culture diverse.

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