DI SCAPOLI, DI ITALIA NOSTRA DEL VASTESE E D’ALTRO. Considerazioni sul patrimonio culturale immateriale

di Luigi Murolo

 

Ma perché mai, nel mio precedente intervento dedicato alla visita organizzata da Italia Nostra del Vastese, avrei dovuto insistere sul rapporto zampogna/raviolo in quel di Scapoli? C’è forse qualche singolare ragione che connetterebbe, in una sorta di foedus culturale, temi tra loro così diversi? Per quale motivo dovrebbero trovare relazione il suono di un aerofono a sacco e un prodotto della cucina? Direi proprio di sì. Da questo punto di vista, la risposta è stata data nella 32a conferenza generale dell’UNESCO tenutasi a Parigi dal 29 settembre al 17 ottobre 2003 con la formulazione del concetto di patrimonio culturale immateriale. In effetti, all’art. 2 della Convenzione sono stati definiti i criteri che caratterizzano tale nozione. Vale a dire:

«le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana».

Ma le cose non finivano qui. In quella circostanza veniva perfino tracciata una casistica tipica ma, non esaustiva, dei possibili patrimoni afferenti a tale enunciazione. In breve, i punti sono i seguenti:

  • tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale
  • arti dello spettacolo
  • consuetudini sociali, eventi rituali e festivi
  • cognizioni e prassi relative alla natura e all’universo
  • artigianato tradizionale

Ora, tornando per un solo momento alla definizione UNESCO, troviamo la proposizione secondo cui l’immaterialità si basa su ciò che «le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale». Movendo da questo assunto, possiamo di certo affermare che, per gli scapolesi, il «raviolone» ha lo stesso valore di ciò che per i vastesi è il «brodetto di pesce». Non una ricetta banalmente riproducibile ovunque. Ma diventa qualcosa di «topico». Cioè, qualcosa che rappresenta il modo con cui la comunità ha storicamente definito il proprio rapporto di alimentazione con il mare. Allo stesso modo con cui gli scapolesi hanno storicamente stabilito il proprio rapporto alimentare con la montagna (proprio con quel leggendario Monte Marrone caro alla Resistenza italiana, con Giaime Pintor lì sepolto). Ecco allora il senso di quel pasto. Attraverso il raviolo, celebrare la “transustanziazione” con la storia della comunità, con la storia del luogo. Un’idea molto suggestiva che Italia Nostra del Vastese dovrebbe meglio sviluppare nella sua  pratica gnoseologica dell’itinerarium (il cibo come bene culturale). Il che vuol dire: nulla di più immateriale e, nello stesso tempo, più simbolico della relazione con il genius loci.

E poi la zampogna – molto diversa dalla scupina (scupuëinǝ) che i vastesi con un po’ di anni sulle spalle, tanti anni fa, ascoltavano durante le novene natalizie –. Da bambino non sapevo (né tanto meno mi interessava) che, a differenza della zampogna costruita in legno, la scupina avesse i due chanter e l’unico bordone realizzati con una graminacea quale la canna palustre (Arundo phragmites o Phragmites communis). A me piaceva solo ascoltare quell’inconfondibile accompagnamento continuo dato alla linea melodica intonata dalla ciaramella (l’oboe popolare chiamato “piffero”). Solo molto più tardi (nell’ultimo decennio di fine secolo), con la frequentazione del Circolo della Zampogna di Scapoli presieduto da Antonietta Caccia, avrei appreso che, in dialetto molisano, la ciaramella era chiamata bbifera. E da lì avrei compreso il senso traslato del lemma dialettale vastese bbëfǝrǝ (al maschile, con l’articolo, pronunciato lu bbuëfǝrǝ) che, oltre al significato proprio di piffero (la bbëfǝrǝ, al femminile), nello scomparso gergo dei muratori (come spiega l’Anelli del Vocabolario vastese) metaforizzava metonicamente (la causa per l’effetto) il fondoschiena (o meglio, il suono che da esso, in qualche modo, sarebbe potuto provenire). Non solo. Ma,  in seguito alla lettura delle Tradizioni popolari di Gennaro Finamore e alla traduzione italiana (1991) di Ann Mac Donnell (In the Abruzzi,  with twelve illustrations after water-colour drawings by Amy Atkinson. – London : Chatto & Windus, 1908) emergeva la notizia della scupina quale strumento tradizionale di Vasto. Al punto che, il sintagma dialettale luvuá’ sunǝ (eliminare il suono), meccanismo fondante la canžónǝ suspuèttǝ (canto offensivo nei confronti della fidanzata che aveva “scombinato” le nozze), designava la coltellata contro l’otre della scupina in grado di sgonfiare l’utricolo e eliminare l’accompagnamento al canto vocale (che recitava in questi termini: «Bbèlla tu si’ di nomǝ, n’ giò di fàttǝ. / ‘Nnammuratèlla mé’, tu si’ di tîttǝ / Vijátǝ a chi ti vànnǝ e ni’ ‘n t’accàttǝ, / li tu’ bbillàzzǝ l’ànnǝ štruttǝ tîttǝ. / Tî si’ ccómǝ la mènnǝlǝ dǝ fràttǝ / chǝ ccàccǝ bbèllǝ fijàurǝ e ttrìštǝ frùttǝ. / Lu ‘ssuèmbijǝ li si’ tóddǝ a la caštàgnǝ / chǝ ffórǝ è bbèllǝ e ddàndrǝ è mmahàgnǝ»*).

La tradizione iconografica vastese (in proposito, conosco solo due fotografie ottocentesche. E qui parlo di archeologia dell’immagine, non di patrimonio culturale immateriale) conferma, almeno nella più antica (uno scatto di Giuseppe De Giuseppe databile intorno al 1890), la specificità “urbana” della divisa (foto 1). Un unicum, si può dire, nella rappresentazione. Non due scupinari (scupunuérǝ) vestiti con giubbe di pecora. Ma un uomo (scupunuárǝ), normalmente abbigliato con completo, cappello pork pie in feltro, falda non girata e cupola ovoidale. Con due bambini ugualmente in completo, uno dei quali con la bbéfǝrǝ pronta all’uso.  A dirla tutta, lu cuštîmǝ è tipico della città, non certo di pastori provenienti dalle Mainarde (area di Scapoli) o dal Matese (S. Polo).

 

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foto 1

 

Diversa è l’altra foto di poco posteriore (fig. 2). Ci si trova di fronte a una sorta di “ingannevole” raffigurazione pastorale (in effetti, i suonatori non hanno giubba di pecora ma cappa con completo e gilet. Solo le ghette di panno e di lana rientrano nella sfera iconica degli scupunuérǝ. L’unica vera particolarità sta nella didascalia della cartolina: Vasto. Zampognari. A riconferma della localizzazione dello strumento e non della sua produzione.

 

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foto 2

 

Tra archeologia dell’immagine (dove il dettaglio è più rilevante dell’intero) e patrimonio culturale immateriale si stabilisce un gioco di rinvii che apre a una prospettiva antropologica delle comunità più ricca di sollecitazioni ermeneutiche. La stessa lectio tenuta da Franco Izzi, costruttore di zampogne (foto 3), restituisce il senso più compiuto di quanto espresso dalla definizione Unesco: «questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità».

 

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foto 3

 

Il «ricreare» è la condizione necessaria per garantire la traditio (foto 4). La zampogna (una volta estinta la scupina) non è più solo strumento di accompagnamento della ciaramella, ma riunisce in  sé le due funzioni. E’ dunque uno strumento nuovo nel suo ripensamento organologico ma che dà senso e forza alla tradizione.

 

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foto 4

 

Scapoli offre questa importante lezione sul patrimonio culturale immateriale. Si tratta solo di ricavarne le debite conseguenze.

 

 

 

 

 

 

*Trad.: Bella tu sei di nome, non di fatto. Innamorata mia, tu sei di tutti. Fortunato chi ti vende, e non chi ti compra. Le tue bellezze le hanno violate tutte. Tu sei come la mandorla di siepe, che lascia germogliare bei fiori e frutti velenosi. L’esempio lo hai preso dalla castagna: fuori è bella, dentro guasta.

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