EZRA POUND E IL CONCETTO DI “USURA”: DUE PAROLE ALLA BUONA

di Luigi Murolo

 

 

Ho ritrovato casualmente su facebook Franco Di Meco, mio vecchio compagno di banco. Una scoperta che giunge all’oggi da tempi ormai remoti. E proprio per tale ragione, mi piace potergli ricordare ciò che affermava Agostino di Tagaste, il santo, «Il presente delle cose passate è la memoria; il presente delle cose presenti è la vista; e il presente delle cose future è l’attesa». Voglio subito dire che questi tre momenti mi interessa solo il primo. Anzi, per essere chiari, degli altri due non saprei – e, soprattutto, no so – che cosa farmene. Al contrario, vedo Franco impegnato sulla linea del terzo momento agostiniano: l’attesa. E che posso dire! Sono davvero contento per lui che, nella sua profondità interiore, riesca a vivere la forza del Christus Rex.

Proprio perché mi è congeniale solo la memoria, le esternazioni en politique di Franco, mi hanno fatto tornare alla mente una straordinaria lirica di Ezra Pound che lui avrà di certo  letto ideologicamente sul versante della contrapposizione lavoro-usura. Per quanto mi riguarda, in gioventù, fascinato dalla lotta  di classe, avevo trovato una formidabile relazione tra quel canto e il terzo ms. sul capitolo sul denaro  dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Karl Marx. L’allora imberbe studentello di filosofia aveva pensato di ritornarci sopra in giorni meno concitati. Diventato però quel pensiero parte integrante di un repertorio abbandonato (un vero peccato!), l’ex-studentello l’ha rinvenuto molto squassato, anzi ridotto ai minimi termini. Al punto di averlo rammentato solo leggendo qua e là la veemente polemica antiusuraria di Franco Di Meco.

Ma lungi da me operare su suggestioni ermeneutiche. Non è proprio il caso di indugiare su argomenti che non frequento più da decine di anni.

Perché dico questo? Perché vorrei solo tentare di spiegare rapidamente a me stesso (una sorta di ricapitolazione volante) in quale tradizione culturale si colloca quell’incredibile testo poundiano sepolto nella memoria. Chissà, potrebbe forse interessare anche a Franco. Di che cosa sto parlando? E’ evidente. Del XLV Canto (posto proprio a metà della quinta decade dei Cantos pisani) che, Ezra Pound, in una straordinaria invettiva di sapore dantesco, indirizza contro l’usura. Mi pare che essa possa fare il paio proprio con la potentissima e insuperabile orazione contro il denaro (oro) che Shakespeare lascia pronunciare a Timone d’Atene (IV, III)

 

«Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, dei, non infrango il mio voto. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce ne basterà un po’ di questo [oro] per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, nobile il volgare, giovane il vecchio, valoroso il codardo. Ah! Voi dei! Perché questo? Che cosa è questo, dei? Ebbene, questo [oro] strapperà dagli altari i vostri sacerdoti; strapperà il guanciale di sotto la testa dei malati ancora vigorosi. Questo giallo verme unirà e infrangerà le fedi; benedirà i maledetti e renderà gradita l’orrida lebbra; onorerà i ladri e darà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. E lui ciò che farà risposare la vedova esausta; colei che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea, ma il denaro la profumerà e imbalsamerà come un giorno d’aprile. Orsù, dunque,  fango maledetto, comune puttana del genere umano che getti discordia tra la feccia delle nazioni, ti farò agire secondo la tua natura».

 

E qui, il grande Bardo dell’Avon sottolinea come Timone avrebbe restituito al denaro la sua vera natura: quella del non-valore produttore di usura, in perfetta linea con la concezione ad hoc tomistico-dantesca. Pound ne ha sviluppato il senso, e lo si ritrova pienamente dispiegato nell’abissale canto dell’anima contro l’usura. Lo propongo nella traduzione della figlia, Mary de Rachewiltz, Milano, Mondadori, 1985, pp. 444-447. Aggiungo anche il testo originale:

 

 

Contro l’usura

 

Ezra Pound

Con usura nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia per istoriarne la facciata, con usura non v’è chiesa con affreschi di paradiso harpes et luz e l’Annunciazione dell’Angelo con le aureole sbalzate, con usura nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine non si dipinge per tenersi arte in casa, ma per vendere e vendere presto e con profitto, peccato contro natura, il tuo pane sarà straccio vieto arido come carta, senza segala né farina di grano duro, usura appesantisce il tratto, falsa i confini, con usura nessuno trova residenza amena. Si priva lo scalpellino della pietra, il tessitore del telaio Con usura la lana non giunge al mercato e le pecore non rendono peggio della peste è l’usura, spunta l’ago in mano alle fanciulle e confonde chi fila. Pietro Lombardo non si fe’ con usura Duccio non si fe’ con usura né Piero della Francesca o Zuan Bellini né fu «La Calunnia» dipinta con usura. L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis, nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit. Con usura non sorsero Saint Trophine e Saint Hilaire, usura arrugginisce il cesello arrugginisce arte e artigiano tarla la tela nel telaio, nessuno apprende l’arte d’intessere oro nell’ordito; l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling Usura soffoca il figlio nel ventre arresta il giovane drudo cede il letto a vecchi decrepiti, si frappone tra giovani sposi

Contro Natura

Ad Eleusi han portato puttane Carogne crapulano ospiti d’usura.

 

N.B. Usura: una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre. (Onde il fallimento della Banca dei Medici.)

 

 

With Usura

 

With usura hath no man a house of good stone each block cut smooth and well fitting that delight might cover their face, with usura hath no man a painted paradise on his church wall harpes et luthes or where virgin receiveth message and halo projects from incision, with usura seeth no man Gonzaga his heirs and his concubines no picture is made to endure nor to live with but it is made to sell and sell quickly with usura, sin against nature, is thy bread ever more of stale rags is thy bread dry as paper, with no mountain wheat, no strong flour with usura the line grows thick with usura is no clear demarcation and no man can find site for his dwelling Stone cutter is kept from his stone weaver is kept from his loom With usura wool comes not to market sheep bringeth no gain with usura Usura is a murrain, usura blunteth the needle in the the maid’s hand and stoppeth the spinner’s cunning. Pietro Lombardo came not by usura Duccio came not by usura nor Pier della Francesca; Zuan Bellin’ not by usura nor was «La Callunia» painted. Came not by usura Angelico; came not Ambrogio Praedis, No church of cut stone signed: Adamo me fecit. Not by usura St. Trophime Not by usura St. Hilaire, Usura rusteth the chisel It rusteth the craft and the craftsman It gnaweth the thread in the loom None learneth to weave gold in her pattern; Azure hath a canker by usura; cramoisi is unbroidered Emerald findeth no Memling Usura slayeth the child in the womb It stayeth the young man’s courting It hath brought palsey to bed, lyeth between the young bride and her bridegroom CONTRA NATURAM They have brought whores for Eleusis Corpses are set to banquet at behest of usura.

 

  1. B: Usury. A charge for the use of purchasing power, levied without regard to production; often without regard to the possibilities of production. (Hence the failure of the Medici bank.)

 

Torno intanto su quanto espresso in precedenza. Per quanto concerne Pound, va ricordato che, a proposito dell’usura (chiaramente definita nel N.B. della lirica), egli muove dalla concezione aristotelico-dantesca secondo cui il denaro, semplice strumento utile alla compravendita, è di per sé sterile e incapace di fruttare. Nel medioevo, diversamente da quanto la si intende oggi, usura è considerata qualsiasi attività bancaria, non il prestito a tassi elevati. Del resto. È ciò che conferma Boccaccio nel Comento sopra Dante: «chiamasi ‘usuriere’ (usuraio) per ciò che egli vende l’uso della cosa la quale di sua natura non può fare alcun frutto, cioe de’ danari» (cito da un’edizione fiorentina del 1832 conservata nella Biblioteca dell’Università di San Diego in California: Opere volgari di Giovanni Boccaccio, vol. XII, Firenze, Moutier, 1832: G. Boccaccio, Il Comento sopra Dante Alighieri, t. III, pp. 56-57). Ciò che traspare da questo passo è che l’usura vende l’uso della cosa, non la cosa in quanto tale. Non è vendibile il suo valore d’uso (perché non produce denaro) ma il suo valore di scambio (cioè, il tempo necessario per produrlo chiamato “denaro”). Nel medioevo, il tempo non appartiene agli uomini, ma a Dio. Dunque, il mercante si appropria di qualcosa che non è suo (il tempo) andando contro natura e, in questo modo, altro non facendo che bestemmiare Dio! Se si vuole, è questa per Shakespeare, la vera natura del denaro (e dell’usura in essa strutturalmente connessa). Vale a dire, quella di «fango maledetto, comune puttana del genere umano». Da tale punto di vista, il meccanismo feneratizio (usuraio) si dispiega come forma estrema di violenza perché reato contro natura (questione spiegata da Dante in Inf. XI, vv.91-115 e ripresa da Pound). Ripeto. Per il tomismo, la ragione di tutto questo sta nel fatto che gli usurai, più dei sodomiti, offendono direttamente Dio guadagnando su ciò che, per natura, non è possibile lucrare: il tempo (sul cui uso viene fondato il denaro, equivalente generale del lavoro degli uomini). Per l’uomo, insomma, come scrive Dante, la «…natura lo suo corso prende / dal divino ’ntelletto e da sua arte» (Inf. XI, 99-100). In altre parole, la natura deve procedere dal lavoro umano o dalla creatività dell’intelligenza (in altre parole, l’arte).  E come sottolinea nel Convivio (IV, 14), citando Aristotele, «quanto più l’uomo subiace a lo ‘ntelletto, tanto meno subiace a la fortuna».

Al mio vecchio amico Franco dico: questa è la linea domenicana (o se vuoi, tomistico-dantesca) che, mi pare, Pound segua nel Canto che sto qui discutendo.  Al contrario, se leggiamo il Canto XLII, ci accorgiamo che, in qualche modo, Pond modifichi il punto di vista,  indirizzando la sua attenzione sul versante francescano, la cui impostazione en philophe e giuridica avrebbe portato, nel 1472, alla istituzione del Monte dei Paschi di Siena. In effetti, i francescani, accettavano la liceità del contratto di mutuo attraverso i principi del «danno emergente» e del «lucro cessante». In questo senso, il pegno si configurava come copertura del prestito, impegnando il ricevente a fare cose buone con i denari ricevuti. L’invenzione dei Monti di Pietà

si basava su questo presupposto per sconfiggere la pratica dilagante dell’usura.

Ironia della sorte (Sì! Incredibile dictu! Monte dei Paschi di Siena, un nome la cui sola pronuncia fa oggi raggelare il sangue)! Proprio leggendo quelle carte fondative, Pound si lascia andare ai seguenti versi, citati direttamente dall’archivio senese:

 

Che sia libero a ciascheduno cittadino mettere

denari nel Monte, e valersi de’ frutti che saranno …

cinque per cento, dovendo chi li piglia dal Monte

pagare qualche cosa in più

per le spese dei Ministri et altro,

che sarà circa mezzo scudo per cento all’anno […]

 

a che il denaro si dia

a chi sia per impiegarlo più utilmente

a prò delle case loro, o a benefitio

de’ negoti di campo, como ancora di lana, di seta

[…] che i sopravanzi … si devino … ogni cinque anni …

Distribuire dal Collegio di Balìa …

ai lavoratori del Contado, riservando … una discreta portione

per … accidenti […]

 

Non vi sono dubbi. I due cantos presi in considerazione (XLII e XLV) pongono due atteggiamenti diversi su di un unico problema: la lotta all’usura. Il primo – quello dell’etica aristotelica-dantesca – avrebbe risolto il problema con la radicalità dello scontro politico:  la sconfitta e l’esilio dell’Alighieri. Il secondo – a quello minoritico del XV secolo –,  attraverso la conciliazione tra i ceti sociali. Gli anni Trenta del Novecento vedono sempre più Pound propendere sul piano pratico verso la linea francescana. Senza per questo dimenticare teoricamente quella aristotelico-dantesca, soprattutto quando, nel Canto XLVI, lanciandosi in una violenta polemica contro la Banca d’Inghilterra, affermerà: «La banca trae beneficio dall’interesse / su tutta la moneta che crea dal nulla».

Vista in prospettiva odierna, quest’analisi non fa una grinza. Si può essere d’accordo o meno. Ma su di una cosa tutti devono convenire: la sua argomentazione risulta di una lucidità straordinaria. Malgrado tutto, devo dire, però, che il Pound fascinoso lo trovo nel mondo del filologo-poeta. O, ancor meglio, in ciò che Pasolini vede in Pound. Proviamo a leggere questo passo vergato dal grande intellettuale:

 

«Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana».

 

Nulla da aggiungere e nulla da tagliare. Pasolini legge Pound in questa chiave: l’uomo che non ha rinnegato gli antichi modelli culturali e che lotta contro l’edonismo favorito dall’usura. Questo è il mio Pound. Non solo. Ma nell’intervista del 1967 che Ezra concede a Pier Paolo (trasmessa dalla Rai! E oggi, a frammenti, è disponibile su You Tube), il secondo si rivolge al primo con una brevissima poesia che Pound stesso aveva dedicato a Walt Whitman dal titolo Patto. L’unica differenza sta nella modificazione del nome: non Walt ma Ezra. Il testo è il seguente:

 

PATTO

 

Stringo un patto con te, Ezra Pound:

ti ho detestato ormai per troppo tempo.

Vengo a te come un figlio cresciuto

che ha avuto un padre dalla testa dura;

or sono abbastanza grande per fare amicizia.

Fosti tu ad abbattere il nuovo legno,

ora è tempo d’intagliarlo.

Abbiamo un solo fusto e una sola radice:

ristabiliamo commercio tra noi.

 

La risposta di Ezra è francescana. «Bene … Amici allora … Pax tibi… Pax mundi». E pare poco? D’altro, non dire. No. Forse no. Resta un’ultima cosa. Un fazzoletto di pietra con un nome. Lo si trova a Venezia, nell’isola di San Michele. E’ ricoperto d’erba, ma non per questo illeggibile. L’appellativo è di nove lettere. Si pronuncia come una parola sola: Ezra Pound. Ma avrebbe detto l’Eliot della Terra desolata: «Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono / Da queste macerie di pietra?». Lo avremmo capito tre anni più tardi quando l’altro sottoscrittore del patto avrebbe trovato ospitalità, in quel di Casarsa della Delizia, sotto una lastra lapidea  adagiata sulla terra. Anche lì il nome è leggibile: Pier Paolo Pasolini. Nella terra si sono ritrovati. E sempre lì avrebbero potuto rafforzare quel sacro giuramento che recita: «Abbiamo un solo fusto e una sola radice: / ristabiliamo commercio tra noi».

 

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