REPUBBLICANI, INTERNAZIONALISTI E LA SOCIETÀ OPERAJA DI VASTO (1864-1879)

di Luigi Murolo

 

 

 

 

Il presente intervento era stato predisposto per la pubblicazione nel volumetto dedicato alla ricorrenza fondativa della Società operaia di mutuo soccorso di Vasto. Ma poi ho ritenuto di non licenziarlo alle stampe in quanto estraneo alla storia specifica dell’associazione (quella oggi esistente, radicalmente diversa dall’altra, viene istituita nel 1890). Ne avevo perso le tracce. L’ho ritrovato in una cartella non trasferita nel nuovo computer.

 

 

 

 

 

Chi è, nel 1864, l’operajo della Società Operaja (1) di Vasto? Di certo non il salariato del rapporto forza-lavoro/capitale, ma il prestatore d’opera. Se si vuole non il dipendente di un «industriante» (così in quegli anni viene chiamato l’imprenditore), ma il realizzatore di un servizio o di un prodotto. In tale prospettiva, l’operajo può essere tanto l’ebanista quanto il professore, tanto il flebotomo quanto il medico, tanto lo scribente quanto l’avvocato. Nei fatti questi soggetti sono tutti considerati  «esercitatori» di un’ attività lavorativa; che lo si voglia o meno, nessuno di loro viene ritenuto sussunto all’altro attraverso il rapporto di scambio. Non è forse vero che all’atto della sua fondazione la Società Operaja ha per presidente un ebanista (Luigi Del Guercio) e per segretario il direttore del Ginnasio comunale, futuro docente di Liceo statale (Pompeo Romani)? Stando così le cose non è forse il caso di parlare di interclassismo, vale a dire di collaborazione tra le classi? La costruzione del neonato Regno d’Italia – con la capitale ancora a Torino – esige la formazione di un consenso generalizzato intorno alla monarchia sabauda saldamente arroccata nel Palazzo Reale della capitale piemontese. Nulla di meglio allora che tentare un accordo intercetuale per raggiungere, attraverso le società operaie, un patto sociale, contrastato, nelle province meridionali, per un verso dal dilagante brigantaggio politico per l’altro dal mazzinianesimo (non va dimenticato che alla fine del settembre 1864 i repubblicani aderiscono – salvo poi allontanarsene – alla Prima Internazionale).

1864, dunque. Dovranno trascorrere ancora due anni per la battaglia di Bezzecca (1866) e tre per quella di Mentana (1867). Prima di questi due eventi, un gruppo di operaj della città (muratori, falegnami, panettieri, ramieri, giardinieri, contadini ecc.) avvierà la formazione di quel plotone di volontari garibaldini che, salutato dalla Società operaja di Vasto, combatterà nei due fatti d’armi e, soprattutto nel secondo, contro gli stessi Savoia (emblematica in siffatto contesto la morte sul campo di Giuseppe Ricci). Anche in questo caso va sottolineato come la scelta garibaldina implichi una rottura con il mazzinianesimo (tutti sanno che Mazzini non aveva affatto condiviso la linea di Aspromonte, di Bezzecca, di Mentana). Insomma, in quel periodo comincia a accadere «qualcosa» di socialmente rilevante che nulla avrà da dividere con la semplice politica del consenso alla monarchia sabauda. Da questo punto di vista, Michele Lattanzio, presidente del sodalizio vastese dal 1866 al 1871 e dal 1876 fino allo scioglimento (1879), sembra diventarne  l’interprete più eloquente. I bilanci conservati tra le carte dell’Archivio Storico Comunale di Vasto consentono di fornire solo una minuscola traccia sul personaggio (purtroppo va ribadito anche in questa sede che l’incredibile scarto dei documenti della Sottoprefettura di Vasto avvenuto nel 1963 non consente di seguire la trama di possibili informazioni su di un adeguato percorso storico locale) (2). Ma anche rispetto a tali evidenti lacune, risulta ugualmente difficile spiegare le ragioni specifiche che hanno determinato la damnatio memoriae delle origini di questa istituzione cittadina postunitaria e, in generale, di quanto è inerente allo stesso periodo.

In realtà, un’informazione esiste. Ma va letta con attenzione. In particolare, mi riferisco a quella che Francesco  Ciccarone nei suoi Ricordi sottolinea con queste parole: «Nel 1864, per iniziativa di Silvio Ciccarone, sorse in Vasto la Società Operaia di cui fu primo presidente effettivo Luigi Del Guercio, e presidente onorario lo stesso Ciccarone. Questa società che fu inaugurata nel Teatro Comunale con discorso del Ciccarone, attraversò notevoli trasformazioni, ancora dura ed ha la sua sede nel palazzo Mayo» (3). In realtà, in una lettera del 10 settembre 1864 di Silvio Spaventa a Silvio Ciccarone (4) si parla di una presidenza onoraria da conferire al Duca d’Aosta (Amedeo I Savoia-Aosta, secondogenito di Vittoriorio Emaneuele II, dal 1871 al 1873 re di Spagna). Ma l’accettazione da parte del re d’Italia della cosiddetta Convenzione di settembre (15 settembre 1864) con la Francia – che si impegnava a mantenere l’ indipendenza della parte residua dello Stato della Chiesa e la sua difesa da nemici esterni (ma non interni), ivi compreso il trasferimento della capitale da Torino a Firenze – avrebbe destato grande clamore e indignazione nel variegato movimento unitario. Di fatto, al cospetto dell’opinione pubblica, questo atto veniva a costituire la rinunzia a Roma capitale (trascinando con sé la caduta del governo Minghetti e del deputato di Vasto Silvio Spaventa, sottosegretario all’Interno, oltra alla rivolta di Torino). Era comprensibile che, in un contesto di tal genere, la Società Operaja di Vasto non solo rinunziasse alla presidenza del Savoia-Aosta, ma in risposta alla decisione regia nominasse a socio onorario il futuro Presidente del Consiglio dei Ministri Benedetto Cairoli (5), garibaldino e esponente della successiva Sinistra storica, divenuta tale solo con la cosiddetta «rivoluzione parlamentare» del 1876. Rispetto a ciò, risulta difficile poter pensare a una presidenza onoraria affidata a Giuseppe Garibaldi. La drammatica situazione politica non consentiva, in quel momento, una scelta così dichiaratamente antisabauda e filofrancese. Non solo non esiste un atto di accettazione da parte del Generale, ma, in una missiva datata Pavia, 9 aprile 1862 (prima della giornata dell’Aspromonte), il Nizzardo aveva già accolto le sollecitazioni alla presidenza onoraria del Comitato di Signore per Roma e Venezia (6) (un esempio importante di partecipazione politica di genere nella prima fase post-unitaria). Da questo punto di vista, un’ulteriore nomina ad honorem nella stessa città sembra poco probabile. Dal che si evince che, sulla base delle indicazioni qui esposte, appare più che plausibile ritenere Silvio Ciccarone primo presidente onorario (unica notizia non coincidente con l’affermazione di Francesco Ciccarone è quella sul discorso inaugurale che, stando al manifesto fondativo, risulterà tenuta dal segretario generale, Pompeo Romani). Un’ultima considerazione. Nella Società Operaja Ciccarone poteva probabilmente contare sullo stesso appoggio dei garibaldini. Leggendo una lettera di Ciccarone a Silvio Spaventa del 13 dicembre 1862 (dopo l’Aspromonte) ci si accorge dell’atteggiamento moderato che lo stesso mostrava nei confronti delle Camicie Rosse. Pur accogliendo il programma governativo del primo ministro Farini si lascia andare alla seguente osservazione: «Ora non vi date a perseguitare i Garibaldini, essi potranno essere utili e forse ben guidati potranno ridare un po’ di tono alle infiacchite popolazioni […]» (7). Dunque, uomo d’azione di gran realismo politico che, almeno fino alla crisi della Convenzione di settembre del 1864, avrebbe saputo contenere e non esacerbare le spinte mazziniane e garibaldine organizzate in città all’interno della neonata Società Operaja.

Ma torniamo all’argomento iniziale. Dalle fonti locali apprendiamo che, nel 1871, il presidente del sodalizio Michele Lattanzio viene segnalato dalla compagine dei moderati vastesi al governo cittadino come persona di «non buon colore politico». Ora, salvo il giudizio morale non richiesto, si potrebbe dire: beh, se per i conservatori non ha un buon colore, ciò potrebbe significare che avrebbe potuto far parte degli oppositori (non ancora organizzati con Francesco Ponza in Sinistra storica). In realtà le cose non stanno proprio in questi termini. Le carte della Questura di Napoli del 1874 rivelano un orizzonte del tutto inaspettato. Secondo la nota del 15 settembre inviata dal Questore al Prefetto dell’ex-capitale partenopea, Michele Lattanzio risulta essere uno dei venticinque corrispondenti abruzzesi del mazziniano e internazionalista Centro Regionale di Napoli  capeggiato da Carlo Dotto de Dauli (8) (sei residenti in Abruzzo Citeriore (9) e diciannove in Abruzzo Ulteriore). Considerati alla stregua di sovversivi, hanno il loro organo periodico ne «La Giovane Democrazia. Giornale razionalista socialista popolare» pubblicato a L’Aquila, le cui copie superstiti si conservano presso l’Archivio di Stato del capoluogo abruzzese negli atti processuali del Tribunale civile e correzionale a carico dei responsabili editoriali (soprattutto Carlo Leoni e Vincenzo Scenna) (10).

A conti fatti, il repubblicanesimo di Michele Lattanzio sembra sfociare nell’internazionalismo proprio nel momento in cui, per la seconda volta, torna sulla scena della Società Operaja di Vasto. Non solo a dimostrazione del consenso di cui gode nel sodalizio (anche se va sottolineato che gli iscritti effettivi, vale a dire coloro che versano il contributo per la quota sociale, sono davvero pochi). Ma anche a testimoniare l’ esistenza di una spinta eccentrica al moderatismo filosabaudo (sia esso di destra che di sinistra) fino a oggi del tutto ignorato nella storia della città. In questa chiave diventa importante sapere chi sia il sottoprefetto di Vasto del 1879, anno in cui più dura risulterà la repressione verso la locale società operaia.

Da questo punto di vista è sicuramente vero che l’insurrezione anarchica del 1877 nel Matese (con Cafiero e Malatesta) produrrà una forte tensione nella vita politica delle città centro-meridionali con la massima pervasività (anche in anni successivi) del controllo di polizia. Ma è altrettanto vero che, nel 1879, l’attività del sottoprefetto di Vasto Dotto de Dauli, padre del citato leader dei repubblicani napoletani, renderà ancor più greve la sorveglianza nei confronti di quel Michele Lattanzio, appena cinque anni prima corrispondente politico del figlio Carlo a sua volta divenuto più tardi deputato della Sinistra storica. E forse perché a conoscenza della pregressa attività internazionalista del presidente del sodalizio vastese – di fatto considerato un soggetto periculosum maxime – l’ufficiale di Stato avrebbe tentato in tutti i modi di chiudere la sede dell’associazione.

Null’altro, a tutt’oggi, è dato di sapere intorno alla figura del Lattanzio. Ancor meno – aggiungo – degli altri aderenti della Società Operaja di Vasto. Abbiamo solo notizia che dopo la liquidazione di quest’ ultima (come già detto, avvenuta nel 1879), verrà ricostituito un nuovo organismo sociale che del primo avrebbe ereditato il solo mito di Garibaldi, depotenziato e purgato ovviamente di tutta la sua carica repubblicana e antimonarchica. Quel vecchio dipinto dell’eroe dei due mondi conservato dall’attuale Soms resta l’unica eredità materiale superstite del rapporto che legava il vecchio organismo mutualistico (sorto nel 1864) al “nuovo” rifondato nel 1890.

In Abruzzo Citra, sono soprattutto i tipografi-editori gli animatori dell’indirizzo filomonarchico e conservatore in campo operaio. I nomi sono emblematici di questa tendenza che viene affermandosi nell’ultimo trentennio dell’Ottocento: Giustino Ricci a Chieti, Rocco Carabba a Lanciano, Luigi Anelli a Vasto (i primi due presidenti delle relative Soms; il terzo, estensore dello statuto sociale vastese). Il modello della fabbrica tipografica sembra diventare il medium attraverso cui passa l’organizzazione del consenso sabaudo nell’Italia umbertina. L’ideologo di questo movimento nella provincia di Chieti, Raffaele Tarantelli, così si trova a precisare («Istonio», 20 aprile 1890) il senso di tale forma associativa:

 

Le Società Operaie non debbono essere i gradini degli ambiziosi, ma invece gli esempi di concordia, di amore e di moralità, ed ogni loro sforzo deve mirare al miglioramento della propria classe, insinuando in tutti la dignità operaia e non l’orgoglio di classe. Nella città di Vasto […] i sentimenti di patriottismo sono modellati ai veri principii di fede nell’avvenire, che non dovrà essere di sopravvento di una classe sull’altra, ma di accordo tra capitale e braccio e di armonia fra ricco e proletario, fra popolo e Stato, fra nazione e nazione, fra capi supremi ed umanità.

 

Va da sé che in una prospettiva di tal genere (11) viene a mancare il tratto fondante della paideia mazziniana: il che vuol dire, di là dalla forma statuale, il rapporto tra educazione popolare e emancipazione politica (con la concordia raggiungibile attraverso la promozione di spazi crescenti di economia sociale e di «piena responsabilità e proprietà sull’impresa»). Ben lontano dal successivo paradigma giolittiano della gestione del conflitto, non ha nemmeno remote connessioni con la dottrina sociale della Rerum novarum (15 maggio 1891) che si sarebbe tradotto nel postulato di quello «stato distributivo» sostenuto da Gilbert K.Chesterton e da Hilaire Belloc che presuppone – stando a quest’ultimo – «un agglomerato di famiglie di diversa ricchezza, ma di gran lunga il maggior numero di proprietari dei mezzi di produzione». Al contrario, il modello paternalistico di società operaia proposto dal Tarantelli (ordine, operai, patria) (12) e dai tipografi dell’ Abruzzo meridionale sembra ben rispondere alla verticalità dell’ organizzazione sociale vastese di fine secolo e alla trama dello sviluppo industriale tentato nel 1906, attraverso il meccanismo delle «zone franche», da Beniamino Laccetti nell’area di Punta Penna (13). Ma nello stesso tempo, avrebbe costituito la base per la strutturazione del comunitarismo d’emigrazione nella New York di inizio Novecento con la costituzione a Little Italy, nel 1904, della Società operaia Lucio Valerio Pudente.  E qui vale la pena soffermarsi brevemente. In effetti, il regolamento dell’associazione americana sarebbe stato modellato sullo Statuto dell’organismo vastese (cfr. «Istonio», a. XVII, n. 2, 17 gennaio 1904). L’idea, in ogni caso, era stata lanciata qualche anno prima  da Uriele Pietro De Luca (14) il 23 aprile 1899, al 407 Canal St. di N. Y., sala Mazzini, in quell’occasione luogo di riunione di tutti vastesi residenti a N. Y.  per costituire un comitato atto a raccogliere fondi per le feste estive di Vasto del 1899 in ragione dell’invito rivolto da Gelsomino Zaccagnini (15). Un’idea – va detto – che, suggerita da una circostanza occasionale, tentava di fondare un organismo mutualistico sulla base di un’identità antropologica della migranza (se ne può cogliere il senso nell’opera letteraria di Pietro Di Donato) (16). Ma per dare forma all’associazione occorrerà attendere il 1904 perché il sarto Giacinto Blandi – uno dei 162 soci rifondatori, nel 1890, della Soms di Vasto – (17) prendesse la necessaria iniziativa. Dopo un’iniziale permanenza a Birmingham in Alabama – dove viene eletto nel 1898 presidente della Società principe Umberto di Savoia («Istonio» n. 2, 23 gennaio 1898) –, il Blandi si trasferisce nella Big Apple. Qui, con l’esperienza acquisita, restituisce la forma del modello vastese (ordine, operai, patria) adeguato alle esigenze rappresentative della società statunitense (tra i membri di questo consiglio direttivo, oltre al Blandi, altri sei risultano essere stati soci fondatori della Società operaia di Vasto) (18).

1879-1890. Lo strappo del sodalizio vastese con il suo passato apre a un percorso di neutralità interclassista che lo avrebbe traghettato con tranquillità attraverso le maglie dello stesso fascismo (quella vastese è una delle soms che non viene soppressa durante il Ventennio). Uno strappo che mostra oggi tutte le crepe del tempo. Sarà in grado di rinnovarsi? La risposta sta nella testa e nelle mani dei suoi soci.

 

 

 

 

Note

 

(1) La denominazione ufficiale del sodalizio risulta essere Società operaja di mutuo soccorso e mutuo lavoro.

(2) Cfr. C. Viggiani, Documenti di interesse vastese conservati negli istituti archivistici di Chieti e di Lanciano, in Immagini di Vasto, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 1985, pp. 79-83.

(3) F. Ciccarone, Ricordi, a c. di M. De Luca e C. Felice, Vasto, Cannarsa, 1998, p. 34.

(4) La lettera non è pubblicata in P. Romano [ma Alatri], L’inedito carteggio Spaventa-Ciccarone (1860-1879), in «Bergomum», a. 1942-XX, n. 1. Un frammento in 1864-1964. Un secolo di civismo, a c. di G. Peluzzo, Vasto, Soms, 1964, p. 30. Così recita il testo: «[…]  Ho scritto già al Nigra per ottenere la sua assistenza presso S. A. R il Duca di Aosta onde accetti di buon grado il nome di Presidente Onorario. Spero che non ci sia difficoltà, sebbene non siano pochi i capi in cui i Principi si sono dimostrati alieni di accogliere siffatte proposte. Vi lodo grandemente di essere riusciti a costituire anche tra voi così utile e Santa Associazione. Però bisogna che pensate a farla prosperare e dovete pensare a farla prosperare e dovete pensare ancora ad una Società di Tiro a Segno se riuscite ad impiantarla, il Ministro dell’Interno può venirvi in aiuto con un migliaio di lire, come fa con quelle degli altri Circondarii. […] Aff.mo tuo Silvio Spaventa».

(5) Il documento è conservato nella sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso.

(6) Le lettere sono pubblicate in L. Anelli, Ricordi di storia vastese, (III ed., Vasto 1906), Vasto, Arte della Stampa, 1982, pp.234-235.

(7) P. Romano [ma Alatri], art. cit., p. 33.

(8) Su questo personaggio cfr. di A. Scirocco la voce in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XLI, Roma, Istituto dell’ Enciclopedia Italiana, 1992.

 

(9) Oltre al Lattanzio, il prof. Pietro Cerritelli e Giovanni Porta di Chieti, Vincenzo Flaiano di Pescara, Nicola Pollidori di Lanciano, Angelo Colonna di Scerni. Cfr. G. Di Leonardo-M. R. Bentivoglio, Internazionalisti e Repubblicani in Abruzzo. 1865-1895, Mosciano S. Angelo, Media edizioni, 1999, p.82.

(10) Per tutte le notizie riportate in questo paragrafo cfr. Ibid.

(11) È il caso, tra l’altro, di considerare i discorsi sull’educazione tenuti dall’allora direttore delle scuole di Vasto, Francesco Di Rosso: Per la distribuzione dei premj agli alunni delle scuole comunali della Città di Vasto, Tip. C. Masciangelo, 1881; Per la festa scolastica in Vasto, Vasto, Tip. C. Masciangelo, 1883.

(12) L’intervento è pubblicato in opuscolo. R. Tarantelli, Ordine Operaj e patria. Discorso per la solenne inaugurazione della Società di mutuo soccorso degli operaj di Vasto, Chieti, Giustino Ricci, 1890. Nella dedica si legge quanto segue: «Al chiarissimo signor / Camillo cav. De Attiliis / presidente onorario perpetuo / della società operaja centrale di Chieti / All’egregio signor / Gaetano Anelli / Presidente della Società di Mutuo Soccorso / degli operaj di Vasto / alla / Società operaja di Ortona a Mare / ed a tutte le altre / società operaje di mutuo soccorso della provincia di Abruzzo Citeriore […]».

( 13) Sull’argomento cfr. il successivo intervento di B. Laccetti, Direttissima Italo-Jugoslava, Napoli, Tip. Ciolfi, 1926, pp.15-20.

(14) Uriele Pietro De Luca nasce a Vasto il 2 giugno 1872. E’ figlio del patriota avv. Domenico (1817-1881) e di Cleopatra Marinelli. Il sito http://www.ellisisland.org non registra indicazioni sul suo conto. Del personaggio si hanno scarse notizie (salvo il fatto che la famiglia lascia definitivamente Vasto per New York nel 1901). Si sa solo che si trasferisce a Filadelfia dove esercita il mestiere di tipografo. In questa città muore per paralisi cardiaca il 12 maggio 1906 («Istonio», a. XIX, n. 22-23, 3 giugno 1906)

(15) Il Comitato risultava così composto: Uriele De Luca, presidente; F. Paolo Cieri, segretario; Gregorio Marchesani, tesoriere; F. Paolo Marchesani fu Nicola, Nicola Marchesani, assistenti (cfr. «Istonio», a. XII, n. 19, 28 maggio 1899). Dell’ideatore e presidente del comitato si sa che nasce a Vasto il 2 giugno 1872, figlio del patriota e massone avv. Domenico (1817-1881) e di Cleopatra Marinelli. Il sito http://www.ellisisland.org non registra indicazioni sul suo conto. Da una lettera datata New York 30 maggio 1899 risulta la lista dei sottoscrittori con la somma raccolta (oblazioni per un totale di lire 357). Questo l’elenco: Uriele De Luca, Paolo Cieri, Gregorio Marchesani Filoteo Trivelli, Nicola Marchesani, Francesco Paolo Marchesani, Paolo D’Ermilio, Beniamino Trivelli, Filippo Reale. Antonio Izzi, Giuseppe Marchesani, Giuseppe Suriani, Errico Celano, Luigi D’Ermilio, Giuseppe Villamagna, Umberto Reale, Giuseppe Trivelli, Pasquale Della Guardia, Michele D’Angelo, Domenico Celenza, Nicola Suriani, Vincenzo Marchesani, Pasquale Caponigri, Vincenzo Miscione, Raffaele Bottari, Francesco Di Can-dido, Sebastiano Raimondi, Cesare Di Fabio, Nicola Miscione, Domenico Monteferrante, Giovanni Monteferrante, Antonio Trivelli, Lorenzo Agosta, Luigi Barbati, Lorenzo Marchesani, Angiolino Gamberale, Alfredo Di Chiacchio. («Istonio», a. XII, n. 19, n. 23, 29 giugno 1899). E’ il primo documento conosciuto sull’argomento.

(16) Cfr. L. Murolo, La cazzuola e la penna. Su Pietro Di Donato, Vasto, Q edizioni, 2011.

(17) Giacinto Blandi nasce a Vasto il 25 novembre 1860. E’ figlio del capoguardia delle prigioni di Vasto, Antonio (1830-1910) e di Clorinda Laccetti (1826-1898). La famiglia abitava al Belvedere Romani. Sposa nel 1889 Giovanna Pietrocola (20 agosto 1865) di Gregorio e fu Francesca Mattucci. Svolge il mestiere di sarto Dopo tale data emigra con la famiglia negli S.U. Il sito http://www.ellisisland.org non registra indicazioni sul suo conto. Nel gennaio 1898 a Birmingham (Alabama) è eletto presidente della Società principe Umberto di Savoia («Istonio» n. 2, 23 gennaio 1898). Si trasferisce in seguito a New York dove nel 1904 viene eletto presidente della Società Lucio Valerio Pudente («Istonio» n. 2, 17 gennaio 1904).

(18) Si riporta l’organigramma del primo Consiglio direttivo: Giacinto Blandi, presidente; Filoteo Trivelli, v. presidente; Paolo D’Ermilio, segr. di finanza; Michele D’Angelo, segr. di corrispondenza; curatori, Giuseppe Mirandola, F. Paolo Cieri, Filippo Stranieri, Domenico Celenza fu Nicola; consiglieri, Cesare Di Guilmi, Antonio Cascioli, Silvio Di Camillo, Luigi Barbati, Luigi Villamagma, Nicola Suriani, Paolo Ulisse, Beniamino Trivelli; Clemente D’Andrea, portabandiera italiana; Giuseppe Suriani, portabandiera americana; sergente d’armi, Gregorio Marchesani; Giuseppe Tomasulo, dottore. Questi i nomi dei consiglieri americani già soci fondatori della Società operaia di Vasto: Antonio Cascioli, Michele D’Angelo, Silvio Di Camillo, Giuseppe Suriani, Beniamino Trivelli, Paolo Ulisse

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