AGNONE 2017: PRODOTTO TOPICO E CONSIDERAZIONI SULL’ALIMENTAZIONE DEGLI ANTICHI ITALICI

di Luigi Murolo

 

 

17 agosto 2017. Nuova finale regionale del Prodotto Topico a Agnone. Un’occasione in più per avviare una riflessione sulla storia dell’alimentazione in periodi arcaici nella manifestazione che vede due nuove adesioni: Capracotta e Schiavi d’Abruzzo. In effetti, proprio in ragione di queste due presenze – nei cui territori comunali sono emerse testimonianze fondamentali per la conoscenza del regime alimentare in epoca tardo-sannitica (tra II e I sec. a.C.) – diventa utile fissare alcuni punti fermi per comprenderne le diverse fasi storiche.

Che dire! Siamo abituati a proiettare nel passato le stesse modalità che troviamo nel presente. Leggiamo con le stesse lenti deformanti due momenti che non hanno in comune alcuna relazione. Dobbiamo pertanto cambiare atteggiamento e rimuovere tutte le sovrapposizioni per consentire un approccio filologicamente corretto delle temporalità.

Da questo punto di vista non si può non sottacere come risulti largamente diffusa l’idea che nell’antichità le aree montuose a cavallo di Abruzzo e Molise fossero caratterizzate dall’alimentazione ovina. L’ossessiva attenzione per il tratturo e per la transumanza – buoni a spiegare tutto e il contrario di tutto – pare aver dimenticato di connettere le testimonianze archeologiche – sia esse epigrafiche, sia faunistiche – alla materialità della dieta italica in quest’area. Una rilettura ad hoc della cosiddetta Tabula Agnonensis – cm 28 x 16,5 – (rinvenuta però a Capracotta in località Fonte del Romito), conservata al British Museum (figg. 1 e 2) e dei resti faunistici di Schiavi d’Abruzzo consente di trarre indicazioni che sembrano sfatare luoghi comuni.

 

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Tavola di Agnone: lato A

 

 

 

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Tavola di Agnone: lato B

 

 

Va sempre precisato che stiamo parlando di testimonianze cultuali specifiche e, di conseguenza, non generalizzabili. Malgrado tutte le cautele inferenziali (da cui non possiamo in nessun modo trarre conclusioni frettolose e trancianti), il quadro che emerge non sembra coincidere con quanto ricordato dal più tardo rescritto imperiale (età di Marco Aurelio, tra il 169 e il 172 d.C.) De grege oviarico transeundo in cui i prefetti del pretorio Basseo Rufo e Macrinio Vindice dichiarano, tra l’altro: «[…] admonemus / ut abstineatis iniuris faciendis conductoribus gregum oviarico / rum cum magna fisci iniuria, ne necesse sit [et] cognosci de hoc / et in factum, si ita res fuerit, [ut oportet] vindicari» (cito dall’edizione Laffi del CIL IX 2438). Vale a dire: «vi ammoniamo di astenervi dal fare violenza agli appaltatori delle greggi di pecore, atto che porta un grave nocumento alla cassa imperiale, altrimenti sarà inevitabile avviare un’inchiesta e intervenire, se del caso, con gli opportuni provvedimenti». Come si vede, in tardo II sec. d.C., la via pastorale in questione (coincidente con il posteriore tratturo aragonese Pescasseroli-Candela) risulta fortemente strutturata e capace di rispondere legalmente alle fraudolenze provocate dalle magistrature locali. Essa non ha nulla da dividere con la più arcaica pastoralità sannitica. Anzi, se leggiamo la cultualità celebrata nella lastra opistografa bronzea di Agnone-Capracotta troviamo riferimenti solo a divinità naturali protettrici di piante. Pertinenti, cioè, a un’alimentazione di tipo cererio-vegetale. Da questo punto di vista, l’elenco del pantheon in questione risulta così definito:

 

Diumpaís, infe delle sorgenti Líganakdíkeí Entraí, divinità della vegetazione e dei frutti

Anafrís, ninfe delle piogge

Maatúís, divinità della perfetta maturazione del grano

Diúvei Regatureí, Giove apportatore di pioggia

Patanaí Piístíaí, divinità della vinificazione

Fluusai, divinità protettrice dei germogli di grano

Pernaí, forse identificabile con Pales, divinità protettrice dei pascoli di altura

 

Salvo l’attestazione di Pernaí (forse riconducibile alla romana Pales), che potrebbe avere relazioni con una pastoralità stanziale, non stagionalmente migratoria (tanto ovina quanto bovina, più centrata su quest’ultima se pensiamo al víteliú della guerra sociale effigiato in alcune metope in terracotta di un frontone rinvenute a Schiavi d’Abruzzo). Stando così le cose, certamente il bue e non il capri-ovino risulterebbe avere importanza nel mondo italico (anche nel regime alimentare).

Ma ciò che rompe totalmente con questo tipo di “paesaggio” è la fauna rinvenuta nell’area dei Santuari italici di Schiavi d’Abruzzo. Nei fatti, si incontrano quindici frammenti mandibolati o di denti mandibolati che occupano una vetrina espositiva dell’omonimo museo archeologico allocato nel piccolo centro del Vastese (fig. 3).

 

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Schiavi d’Abruzzo, Museo Archeologico: resti mandibolati di suino selvatico

 

Il rapporto tra soggetti selvatici e domesticati risulta a favore dei primi: undici capi di sus scrofa ferus (cinghiale) e quattro di sus scrofa (un verro e tre scrofe di maiale domestico). Il rito sacrificale non è mai casuale; anzi, rigorosamente ordinato. Ciò implica che prevalente è la carne suina proveniente dalla caccia e non dall’allevamento. Quasi non bastasse, sempre sul versante alimentare, i resti di Schiavi sottolineano che il pasto sacro consumato nel tempio concerneva porzioni non particolarmente pregiate dell’animale (mandibole). Data l’assenza di altre parti del corpo, vuol dire che queste dovevano essere consumate dai partecipanti al rito fuori dall’area del tempio.

Nella sua De agri cultura (scritta intorno al 169 a.C.), al cap. 134, Catone il Censore ricorda che il sacrificio di una scrofa (nel nostro caso di cinghiale femmina) era previsto per i rituali dedicati a Cerere. Stando a questa fonte letteraria latina coeva alle testimonianze di Agnone-Capracotta e Schiavi d’Abruzzo diventa chiaro il rapporto di interdipendenza culturale tra i due siti: entrambi legati al culto cererio. L’unica differenza tra la pratica romana e quella sannitica sembrerebbe stare nell’uso dei suini: domestici per la prima, selvatici per la seconda. A partire da ciò, lo stesso mondo della selva risulta sussunto all’agricoltura. In questa prospettiva, vale la pena soffermarsi su quel passo della Praefatio al suo opus magnum, Catone sottolinea il primato dell’agricoltura (cito dall’ediz. a c. di G.M. Berengo, Venezia, Antonelli, 1846):

 

«Virum bonum quom laudabant, ita laudabant: bonum agricolam bonumque colonum; amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur. Mercatorem autem strenuum studiosumque rei quaerendae existimo, verum, ut supra dixi, periculosum et calamitosum. At ex agricolis et viri fortissimi et milites strenuissimi gignuntur, maximeque pius quaestus stabilissimusque consequitur minimeque invidiosus, minimeque male cogitantes sunt qui in eo studio occupati sunt».  («E l’uomo che [i nostri antenati] lodavano, lo chiamavano buon agricoltore e buon colono; e chi così veniva lodato stimava di aver ottenuto una lode grandissima. Ora, reputo sì coraggioso e solerte nel guadagnare chi si dedica alla mercatura, ma, come dicevo sopra, soggetto a pericoli e sciagure. Dagli agricoltori, invece, nascono uomini fortissimi e soldati valorosissimi, e il loro guadagno è giusto e al riparo da ogni insicurezza, nulla ha di odioso; e coloro che si dedicano all’agricoltura non sono tratti a cattivi pensieri»).

 

Ecco allora il punto. L’etica catoniana del contadino trova il pendant nell’agricoltore sannitico che inscrive nel proprio orizzonte lo stesso universo della selva. Grano, vino, cinghiale (in minor misura, maiale domestico, bovini) costituiscono i temi portanti dell’alimentazione (assenti nelle due aree prese in esame resti di capri-ovini). Una storia, dunque, che, sugli italici, apre a indagini ancora tutte da sviluppare e approfondire.

Il prodotto topico di Agnone 2017 vede l’incontro delle comunità che, in antico, hanno prodotto il mondo qui rapidamente descritto. Chissà! I ludi Florales della Tabula Agnonensis che si celebravano az húrtúm («presso il recinto») forse vorranno dire ancora qualcosa. C’è da augurarsi che proprio il prodotto topico sappia raccogliere i remoti echi di quella voce lontana.

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