QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL «PREMIO VASTO» DEL CINQUANTENARIO

di Luigi Murolo

 

Intriga fortemente il legno di Mario Ceroli qui riprodotto appartenente a un collezionista privato e esposto nell’ultima edizione del “Premio Vasto”, la cinquantesima della sua storia. Mi piace immaginare i due colossi di Riace che, prossimi a uscire  dalla casa in cui sono allocati, tentennano sull’uscio della propria abitazione (fig. 1). Vorrebbero rimanere all’interno. Come se stessero nel cuore del “Grande archeologo”, il bronzo lucidato di Giorgio De Chirico esibito sempre nella stessa mostra, che raccoglie al suo interno le testimonianze dissepolte e sepolte dell’arte antica ( fig. 2). Ma una forza tumultuosa sospinge le due monumentali figure verso l’esterno. Un turbine violento che le allontana sempre più dai propri stalli e che impedisce loro di volgere il capo all’indietro. Fuor di metafora, questa forza che espelle è l’art. 68 del  Ddl sulla concorrenza che, modificando il Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, favorisce le lobby dei grandi mercanti d’arte e la svendita all’estero del patrimonio culturale italiano (con tale norma, infatti, sarà sufficiente che il proprietario dichiari il valore dell’opera non superiore ai 13.500 euro (calcolati su prezzi d’asta) per poter definitivamente esportare all’estero, senza nessuna valutazione da parte della Soprintendenza, qualsiasi bene artistico).

 

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Fig. 1: Mario Ceroli, Senza titolo (1981). 

 

 

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Fig. 2: Giorgio De Chirico, Il grande archeologo (1970)

 

Mi soffermo su tale aspetto perché il “Premio Vasto” di quest’anno configura la risposta più eloquente alla pratica demolitrice della nuova legge. Dimostra come il grande collezionismo italiano – nel nostro caso, abruzzese – abbia trovato il proprio fondamento nelle vecchie leggi che hanno tutelato le opere dai mercati esteri  e garantito la formazione di importanti raccolte private in Italia. Quelle stesse raccolte che, sapientemente utilizzate come nella recente edizione del “Premio Vasto”, non solo consentono un rapporto diretto del pubblico con l’operato delle grandi personalità dell’arte contemporanea (Balla, Barbella, Baruchello, Burri, Basilio, Michele e Tommaso, Cascella, De Chirico, De Pisis, Guccione, Melotti, Monachesi, Paladino, Schifano, Vespignani, Andy Wharol tanto per fare alcuni nomi) ma avrebbero garantito  al visitatore (oggi non più) la certezza che quelle le stesse creazioni, sarebbero restate per sempre in Italia.

Voglio fare un esempio di che cosa accadeva fino a XX secolo, iniziato proprio con un’opera esposta in questa rassegna. Mi  riferisco alla scultura di Costantino Barbella dal titolo Santa Cecilia (1908) di cm 12 x 25 x 36,5 (fig. 3) realizzata l’anno prima dell’approvazione della legge n. 364 del 20 giugno 1909, «Per l’antichità e le belle arti», vero atto di nascita della disciplina nazionale italiana della tutela, in via di disarticolazione dopo le disposizioni contenute nel famigerato art. 68 già citato. Si tratta di un’opera di straordinario interesse. La ragione è semplice e sta nel fatto che il Barbella scolpisce un marmo statuario collocato su un granito egizio di provenienza archeologica (da dove?). Dunque, lavora su un materiale di spoglio fino a quel momento legittimamente utilizzabile. Ciò vuol dire che, senza la legge appena menzionata, ci saremmo potuti trovare di fronte a un’ipotetica (ma non troppo!) situazione del tipo «quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini», la celebre locuzione latina coniata dal Pasquino di turno nel 1625, circa le scelte di Urbano VIII sull’asportazione e sulla fusione delle travature bronzee del pronao del Pantheon, per costruire il baldacchino di S. Pietro e i cannoni per Castel S. Angelo.

 

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Fig. 3: Costantino Barbella, Santa Cecilia (1908)

 

Certo, l’iperbole riesce a funzionare sul versante retorico, riuscendo a chiarire la situazione di quegli anni che, a partire dall’Italia preunitaria, aveva visto i Savoia, fino ai primi anni del Novecento difendere a spada tratta (diversamente dagli altri Stati della Penisola),  i diritti della proprietà privata sul libero commercio e sull’esportazione delle opere d’arte private a scapito del bene pubblico. Va da sé che la piccola scultura di Barbella è emblematica di una temperie culturale su cui va posta grande attenzione. Così come va posta grande attenzione al «Premio Vasto», le cui opere presentate sono quasi tutte collocabili sul mercato internazionale in quanto per molti degli artisti la scomparsa è anteriore ai settant’anni (ad esempio, De Pisis muore nel 1956 e De Chirico nel 1978). Volendo – e il dato non è affatto paradossale – un’amministrazione di là da venire potrebbe (si badi bene! uso il condizionale augurandomi che in futuro rimanga tale) legalmente collocare le opere di Juan Del Prete nell’ambito del mercato internazionale in quanto l’autore è deceduto solo nel 1987 (e da oggi di anni ne dovranno trascorrere ancora quaranta per avere la sicurezza assoluta). Come si può notare l’incredibile art. 68 che equipara il patrimonio culturale italiano ai taxi della Uber – ricordo che stiamo parlando del Ddl sulla Concorrenza e non saprei come definire tale follia – mette in discussione il destino dell’arte contemporanea. Un buio capitolo dei nostri tempi che, suo malgrado, (è ciò che penso, ma potrebbe essere anche voluto) il «Premio Vasto» mette in evidenza in tutta la sua drammaticità. Ecco perché son voluto tornare a visitare il Museo Archeologico di Alfedena. Per quale motivo? Perché in una bacheca tutti possono leggere come, nel 1979, l’Istituto di Storia e Protostoria dell’Università di Tubinga avesse restituito al Comune sangrino il Diario di scavo di Antonio De Nino sulla necropoli di Alfedena-Campo Consilino proditoriamente sottratto dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale (fig. 4). Che cosa significa tutto questo? Che mentre, in un passato non molto remoto, l’Italia in qualche modo si era preoccupata di tornare in possesso di quanto fosse stato trafugato dal suo suolo, oggi, al contrario, lo stesso Stato, in ossequio alla libera concorrenza sbandierata dall’Europa, rende cedibile all’estero la cultura della contemporaneità accumulata nei suoi fines.

 

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Fig. 4: Alfedena, Museo archeologico: pagina del Diario di scavo di Antonio De Nino (1882/83; 1894/96)

 

«Collezionando nel tempo»: questo il titolo della rassegna curata da Silvia Pegoraro e Daniela Madonna (e qui – non so perché – mi piace pensare alla temporalità heideggeriana in quanto progetto, esser-gettato e deiezione). Una retrospettiva – aggiungo – che apre importanti discussioni sull’inquietudine del presente con decreti che rendono liquida la solidità dell’arte. Un’associazione come Italia Nostra del Vastese – che ha invitato i suoi iscritti a sottoscrivere la petizione contro l’attuazione dell’art. 68 – deve necessariamente affrontare i temi del collezionismo suggeriti dal «Premio Vasto». Far sì che le stesse scuole – tradizionalmente lontane da questa rassegna (cosa di cui ignoro le ragioni) – si misurino con i rischi culturali della contemporaneità. Far capire che istituti vastesi come «Palizzi» e «Paolucci» conservano tele di quel Nicola Galante che, con Carlo Levi, è stato protagonista dei Sei di Torino. Magari, tornare a discutere intorno alle donazioni di Alfredo Paglione e Juan Del Prete (quella di Palizzi sarà affrontata nel bicentenario della sua nascita) sulle quali si cominciano appena a avvertire i primi bagliori della solare luminosità mediterranea.  Ciò diventa necessario. Onde cercar di evitare che, in un futuro dietro l’angolo, un novello banditore possa dichiarare con la cornetta: «Vengano signori d’altri lidi! La ditta Italia svende e regala prodotti d’arte».

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