«EI FU». SUL PALAZZO SIRENA DI FRANCAVILLA. LETTERA ALL’AMICO ANTONIO PAOLUCCI

di Luigi Murolo

 

 

Caro Tonino,

 

l’abbattimento di Palazzo Sirena ha tutte le caratteristiche del «parricidio» nella fattispecie del metaforico – vale a dire, l’eliminazione fisica di un «qualcosa» pertinente al genius loci dell’«abitare» voluta da un membro della comunità –. E che non ha nulla da dividere con l’antico «omicidio» del precedente edificio perpetrato dai tedeschi in fuga. In quel caso si trattava di soggetti estranei alla «comunità». Che nulla avevano da spartire con la storia del luogo. Che nessun sentimento avvertivano per la qualità dell’edificio. Avevano un solo interesse. Per di più, funzionale: ritardare – anche per un solo momento – l’avanzata degli alleati. Con una logica non dissimile da quella espressa dagli alleati – estranei alla storia dei luoghi – che non hanno esitato a compiere un delitto molto più grave: quale? Presto detto: il bombardamento a tappeto dell’abbazia di Montecassino, rea di essere posizionata sulla linea Gustav. Anche in quel caso si è trattato di omicidio. Per una ragione: gli autori erano estranei alla storia di quel luogo universale, della comunità locale che vi abitava.

E poi, non è forse vero che in Italia c’è stata una levata di scudi generalizzata contro la folle proposta ideologica di abbattere gli edifici «marchiati» da simboli fascisti? Pur se accomunati dal medesimo «stigma», tutti (o quasi) si sono rifiutati di compiere il «parricidio». Perché si sono rifiutati? Molto semplice. Perché belli o brutti che fossero, buoni o cattivi, nessuno si è sentito di abbattere testimonianze che, nel bene o nel male, erano tracce eloquenti della storia italiana – o, se si vuole, della «comunità» (sempre che esista ancora) o identità italiana –. Dunque, nessun «parricidio». E nemmeno «omicidio», se è vero che nessuno straniero ha attentato al permanere delle architetture del Ventennio.

Ma torniamo a Francavilla. I tedeschi hanno fatto brillare un edificio vecchio di 55 anni (1888-1943); i francavillesi di 66 anni (1951-2017). L’ultimo più vetusto rispetto all’altro. Un fatto interessante sul rispetto della memoria. Che vuol dire: perché rispettarla solo nei cimiteri? Che dici, caro Tonino! Non sarebbe il caso di demolire tutte le sepolture visibili della città dei morti (rendere l’area libera da quegli inutili edifici – per di più non ingombranti come il Palazzo Sirena –, ma vecchi di 66 anni e oltre, che intristiscono l’allegria [uso la parola in senso ungarettiano] del luogo)? Non sarebbe meglio costruire immense necropoli sotterranee dove tumulare migliaia di cadaveri scarnificati? E aggiungo: non sarebbe bello rendere godibile ai cittadini la superficie deturpata dalle tombe!

Da questo punto di vista si realizzerebbe l’etimologia di ciò che in italiano costituisce la parola «immune» opposta al valore semantico originario di «comune» e di «municipio». «Comune» – di là dalla sua accezione amministrativa importata dai napoleonidi nel Regno di Napoli (1806) – rinvia al latino «cum-munis» con il significato di “avere obbligo” nei confronti di un “bene della comunità” (si faccia attenzione: non “bene comune” ma “bene della comunità”) . Quasi a dire un bene storico, rappresentativo di un’epoca. «Municipio», al contrario, rimanda al latino «munis-capĕre» che implica l’“assumere un obbligo” nei confronti di un “bene della comunità” «In-munis» – cioè «immune»  – “non avere obbligo”. Tutto questo vuol dire: il sindaco “aveva obbligo”, “assumeva obbligo” o non ne aveva nei confronti del Palazzo Sirena, bene della comunità? In quest’ultimo caso vuol dire che era immune dalla comunità? Ma è proprio vero che un sindaco è “immune” dalla città la cui maggioranza lo ha eletto?  Che ha assunto un vaccino nei confronti di un comune o di un municipio – che dir si voglia – di cui è il primo cittadino? In un comune ogni cittadino è comune degli altri comuni (cittadini). Per quanto si voglia, non esistono soggetti immuni. A meno di voler sostenere che la città è «immunizzata» o in via di «immunizzazione». Stando così le cose, qual è il valore etimologico di «sindaco»? Molto semplice. Il tardo latino syndĭcu(m) deriva dal greco sýndikos con il significato di “patrocinatore”. Del soggetto, cioè, deputato a sostenere o appoggiare una questione della comunità, a difenderla in giudizio, a controllare. Ma non è immune. Come non è immune il Consiglio Comunale.

Sono solo i comuni congregati (cittadini) in pactum societatis a poter assumere una decisione immune (un tempo si chiamava “sovrana”. Sss! Ma non diciamolo forte! C’è il rischio di essere tacciati di “sovranismo”!). L’unica decisione in qualche modo a essa riconducibile è quella pronunciata dalla consultazione referendaria (che ha solo valore consultivo). Che lo si voglia o meno, è l’unica voce possente in grado di dicare (così i latini stabilivano il consacrare) la communium voluntas. Quello stesso ius communis contra legem  cui oggi si appellano i catalani per rivendicare la propria indipendenza dalla Spagna.

Vedi, caro Tonino, per il fu Palazzo Sirena occorreva accettare il rischio referendario. Perfino il rischio di non farsi capire. Ne sarebbe comunque valsa la pena. Nella peggiore delle ipotesi si sarebbe ottenuto il «vuoto». Che è quello di cui oggi siamo testimoni oculari.

Un’ultima considerazione. Ho parlato in precedenza di «bene della comunità». Un tema che mi piace affrontare partendo da una straordinaria pagina di Martin Heidegger che risponde a una domanda: «In che modo il costruire rientra nell’abitare?» (in Saggi e discorsi, a c. di G. Vattimo, Milano, Mursia, 1985, pp. 96-108).

 

«All’abitare, così sembra, perveniamo solo attraverso il costruire. Quest’ultimo, il costruire, ha quello, cioè l’abitare, come suo fine. Tuttavia non tutte le abitazioni. Un ponte e un aeroporto, uno stadio e una centrale elettrica sono costruzioni, ma non abitazioni […]. Questa sfera oltrepassa l’ambito di queste abitazioni, e d’altro lato non è limitata alle abitazioni. […] Queste costruzioni albergano l’uomo. Egli le abita, e tuttavia non abita in esse, se per abitare in un posto si intende avervi il proprio alloggio. […] Le costruzioni che non sono abitazioni rimangono pur sempre anch’esse determinate in riferimento all’abitare, nella misura in cui sono al servizio dell’abitare dell’uomo […] Abitare e costruire stanno tra loro nella relazione del fine al mezzo. […] L’antica parola altotedesca per bauen, costruire, è buan, e significa abitare. […] Il significato autentico del verbo bauen, e cioè “abitare”, è andato perduto. […] Costruire significa originariamente abitare. Là dove la parola abitare parla ancora in modo originario, essa dice anche fin dove arriva l’essenza dell’abitare. Bauen (costruire), buan, bhu, beo sono infatti la stessa parola che il nostro bin (sono) nelle sue varie forme: ich bin (io sono), du bist (tu sei), la forma imperativa bis, sii. Che significa allora: ich bin, io sono? L’antica parola bauen, a cui si ricollega il bin, risponde: “ich bin”, “du bist” vuol dire: io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi siamo uomini sulla terra, è il Buan, l’abitare.

 

Questo, dunque, il senso del «bene della comunità» come il Palazzo Sirena. Esso rappresenta (anzi, rappresentava) il senso stesso dell’abitare, dell’essere, del costruire. Ci siamo trovati di fronte a uno dei tanti sindaci che ama vivere nel «vuoto»  e non nel «pieno» del costruito che è il modo di essere degli uomini sulla terra. Ma vedi, amico mio, ciò che spiace più di tutto è il fatto di non aver congregato i comuni per costruire il referendum. E se non il risultato sperato, almeno una forte opposizione culturale (non parlo di opposizione sociale). Una presenza, amico mio. Una presenza.

Per il resto, dobbiamo tutti imparare a vivere ancora una volta l’insensatezza dell’assenza.

 

Stammi bene, caro Tonino. Un affettuoso saluto dal tuo

 

Luigi Murolo

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