«IN CORNU EPISTULAE ET IN CORNU EVANGELII»: UNA RILETTURA STORICA DEL CIMITERO DI VASTO

di Luigi Murolo

 

 

«Il silenzio e la memoria» è il titolo generale che raccoglie l’iniziativa della sezione di Italia Nostra del Vastese di visita al Cimitero di Vasto inteso come bene culturale in occasione della ricorrenza dei defunti. L’incontro di quest’anno – giunto alla quinta edizione – avrà per oggetto il tema che segue.

 

 

 

«In cornu epistulae et in cornu Evangelii» nel linguaggio ecclesiastico designavano la destra e la sinistra dal punto di vista del fedele che guardava frontalmente l’altare. E ciò perché la cartagloria posta a destra riportava il salmo Lavabo oltre al Deus qui humanae substantiae recitato dall’officiante nel corso dell’offertorio. Quella posta a sinistra, al contrario, raccoglieva il prologo del vangelo secondo Giovanni (fig. 1).

 

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Fig. 1: Esempio di cartaglorie settecentesco

 

Nei fatti, cimiteri geometricamente scanditi come il «quadrato» di Vasto restituiscono all’aperto la forma ecclesiae limitata dal recinto e dalle sue cappelle gentilizie, dove le aree destinate ai solchi profilavano le navate; la cappella, l’altare; e l’ingresso, un pronao prostilo tetrastilo. Da questo punto di vista, il vertice scelto per la localizzazione della chiesa cimiteriale per l’orientamento di tutti gli altari: l’esposizione del lato anteriore verso quell’est cui la multitudo fidelium anelava per raggiungere l’eterna recezione aurorale della lux Crucis. A questo punto, un aspetto va precisato. La prima legge cimiteriale del Regno delle Due Sicilie emanata l’11 marzo 1817 da Ferdinando I agli artt. 1 e 2 del Regolamento presupponeva  esclusivamente queste clausole: «1. Il seppellimento de’ cadaveri umani ne’ Camposanti […] dovrà essere fatto per inumazione, ossia interrimento, non già per tumulazione, ossia dentro sepolture. […] 2. La figura del Camposanto sarà un quadrato, o un parallelogrammo, o almeno la più approssimante a tali figure. Avrà una sola porta d’ingresso chiusa da un forte rastello di ferro, o di legno, così stretto, che gli animali non possano penetrare a traverso esso. […] Vi sarà costruita una Cappella per esercitarvi gli uffizj religiosi. Accanto alla porta del Camposanto potrà costruirsi ancora una casetta pel sepellitore, qualora le circostanze locali ne facciano sentire la necessità. […]». Dalla qual cosa si evince che l’impianto ideologico della struttura in questione risultava interamente inscritto nel progetto dell’arch. Nicolamaria Pietrocola disegnato nel 1840 (conservato nell’Archivio Storico Comunale di Vasto) che rendeva evidente la proiezione dell’axis mundi sulla terra secondo il modello della castramentatio romana (fig. 2):

 

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Fig. 2: Cimitero di Vasto: Il progetto di Nicolamaria Pietrocola (1840)

 

Quando il 21 febbraio 1844, mercoledì delle Ceneri, il Camposanto veniva inaugurato, nella memoria in latino dell’economo curato capitolare Giuseppe de Benedictis dal titolo Monitum posteris relinquendum (vale a dire Monito tramandato ai Posteri) il Camposanto veniva definito monumentum, ben sapendo che nei versetti V, 28-29 del testo latino del Vangelo secondo Giovanni la voce in questione vale singolo sepolcro: «28 Nolite mirari hoc, quia venit hora, in qua omnes, qui in monumentis sunt, audient vocem eius;  / 29 et procedent, qui bona fecerunt, in resurrectionem vitae, qui vero mala egerunt, in resurrectionem iudicii. Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce / e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».

Definendo in questo modo il Camposanto all’aperto monumentum (cioè, l’insieme dei sepolcri individuali e gentilizi), il de Benedictis lo assimilava al sepolcreto intrameniale della chiesa (come già ricordato in precedenza la prima legislazione cimiteriale borbonica risaliva a poco meno di un trentennio prima). Dall’identità di ecclesia e monumentum diventava applicabile la formula delle Ceneri (giorno simbolico scelto per l’inaugurazione del Cimitero) che, nello spargimento di un granello di cenere benedetta ricavata dalla combustione di rami d’ulivo prodotta la Domenica delle palme dell’anno precedente, vedeva l’officiante pronunciare il versetto di Genesi 3, 19: «Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris (“Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai”)» e di Marco 1, 15: «Pænitemini, et credite Evangelio (“Convertitevi e credete al Vangelo”)».  Sempre secondo la testimonianza del de Benedictis, il 21 febbraio 1844 giorno della feria quarta cinerum,  dovevano sfilare nel cimitero sub specie processionis, come un’unica confraternita dell’unica parrocchia esistente (S.Giuseppe), le seguenti confraternite secondo quest’ordine: 1. Madre di Dio del Monte Carmelo 2. Ss.mo Sacramento di S. Maria Maggiore 3. Orazione e Morte 4. Confalone 5. Sodalità di S.Antonio di Padova 6. Ss.ma Annunziata 7. Ss.mo Sacramento di S. Pietro. Doveva chiudere la teoria religiosa la confraternita del Sacro Monte dei Morti di S. Pietro considerata la più antica della città. Qui di seguito il testo completo della memoria pronunciata dall’economo curato capitolare Giuseppe de Benedictis, la cui firma sarebbe stata autenticata dal sindaco pro-tempore Pietro Muzii (fig. 3):

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Il testo completo della memoria pronunciata dall’economo curato capitolare Giuseppe de Benedictis, il mercoledì delle Ceneri, 21 febbraio 1844

 

Un’ultima notazione. A differenza di chi credeva che l’Oriente (la luce) fosse già in loco (secondo le dottrine dei portatori di luce), la liturgia tridentina presupponeva un Oriente da raggiungere. Di qui la presenza nella cartagloria in cornu evangeli (a destra) dei versetti di Giovanni 1, 6-9 relativi a chi testimonia la luce: «6 Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Ioannes; 7 hic venit in testimonium, ut testimonium perhiberet de lumine, ut omnes crederent per illum. 8 Non erat ille lux, sed ut testimonium perhiberet de lumine. 9 Erat lux vera,  quae illuminat omnem hominem, veniens in mundum. (“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”)». Al contrario, nella cartagloria in cornu epistulae (a sinistra), si leggeva il versetto 6 del salmo 26 che, escludendo la successiva formula pilatesca del “lavarsi le mani”, dichiarava esplicitamente il “lavarsi le mani” tra tutti gli innocenti per ottenere il raggiungimento della salvezza: «Lavabo inter innocentes manus meas (“Laverò tra gli innocenti le mie mani)».

La collocazione delle superstiti tombe storiche del Cimitero di Vasto risponde in modo esemplare a questa impostazione – di fatto, antropologica – della dottrina della salvezza (soteriologia). La visita al Camposanto sarà un’occasione per affrontare e discutere tali aspetti.

Venerdì, 3 novembre 2017, ore 15

Ritrovo ingresso del Cimitero

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