SULLE TRACCE DELLA «PANDIRE» DI VIGNOLA

di Luigi Murolo

 

 

Qual è il significato del lemma dialettale vastese pandìrǝ? Se ci soffermiamo sulla definizione fornita dal Vocabolario dell’uso abruzzese di Gennaro Finamore (18801, 18932) esso vale «pozza d’acqua ferma». Nei fatti, poco più di una «pozzanghera» che, sempre in vastese, si dice cutuëinǝ (foneticamente /ku’twƐinǝ/. Il valore semantico del termine in questione differisce nettamente dall’abruzzese. In lingua vernacola designa un «laghetto»  – tanto naturale quanto artificiale – con acqua bassa dolce o salmastra,  utilizzabile soprattutto per il lavoro umano (lu cutuëinǝ, ad esempio, serviva per abbeverare gli animali). Da questo punto di vista, il laghetto della Villa comunale è solo formalmente assimilabile a una pandìrǝ; ma di fatto non lo è, per il fatto di non presentare alcuna funzione ergonomica. L’unico esempio da me conosciuto in città (posteriore all’inaugurazione dell’acquedotto del Sinello avvenuta il 12 settembre 1926) è il piccolo specchio d’acqua localizzato proprio di fronte alla nuova chiesa di S. Maria del Sabato Santo, nascosto oggi da una foltissima vegetazione lacustre. Risulta formato da una deviazione dell’antico acquedotto delle Luci e veniva (e viene) impiegato per finalità irrigue (fig. 1).

 

fig. 1
Fig. 1: Vasto. Il relitto della pandìrǝ delle Luci

Una cosa va però ricordata. Il 1926 segnava l’avvenuta realizzazione di un’altra opera idraulica. Vale a dire la massiccia bonifica dell’area di Vignola con il prosciugamento dell’omonima laguna (non una padula), fatta di laghetti di acqua salmastra in cui gli abitanti del luogo raccolti in un piccolo villaggio tuttora esistente e ristrutturato (fig. 2, tutti appartenenti al gruppo familiare dei Tummuassìllǝ [foneticamente /tummwas’sillǝ/]) praticavano nel XIX secolo, oltre all’agricoltura, la pesca di specie ad hoc; specie – va detto – che popolano ambienti a corrente debole o assente.

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Fig. 2: Il villaggio ristrutturato di Vignola

Il tutto inizia due anni prima, quando l’allora commissario prefettizio di Vasto Cesare Perdisa comunicava al ricostituito Consiglio Comunale il 1° giugno 1924 quanto segue:

«Per la bonifica di Vignola le difficoltà furono maggiori giacché si trattava anzitutto di ottenere la classifica di 1a categoria […]. Questo era certo un gran passo verso la risoluzione del problema; ma non bastava […]. Perciò anche a questo riguardo occorreva propugnare l’attuazione di un programma minimo e cioè lo stralcio dalla bonifica dell’intera contrada di quella parte di essa ove la malaria è più sviluppata. Fu concordemente scelta quella dei cosiddetti Laghetti dove si presume che il germe si sviluppi e si propaghi con maggiore intensità […]». (C. Perdisa, Relazione al ricostituito consiglio comunale di Vasto, Vasto, Arte della Stampa, 1924, p.14).

Si noti bene. La bonifica delle pandìrǝ di acqua salmastra avviene sulla base di una presunzione del commissario prefettizio, non del Consiglio Comunale. Di un luogo di grande interesse che, nel 1909, aveva visto la visita voluta, per la sua specificità paesaggistica, da Francesco Paolo Michetti. Una nota del settimanale «Istonio» del 25 luglio 1909 (a.XXII, n.31) registra quanto segue:

«In questi giorni è stato in Vasto Francesco Paolo Michetti, ospite del cav. Alfonso Marchesani, per una gita artistica a S. Nicola della Meta ed ai laghetti di Vignola. E’ probabile che faccia quanto prima altra escursione alla scogliera della Penna».

Non vi sono dubbi. Già dagli inizi del Novecento i laghetti di Vignola costituivano un riferimento per il rapporto tra arte e bellezze naturali. Quello stesso rapporto che Benedetto Croce aveva codificato come Ministro della Pubblica Istruzione nella Legge n.778, 11 giugno 1922, pubblicata su G.U. 24 giugno 1922, n.148. Stiamo parlando della prima legge in Italia sulla tutela del paesaggio che il filosofo napoletano (di origine abruzzese) aveva storicizzato con queste parole nella presentazione del testo legislativo:

«Il movimento a favore della conservazione delle bellezze naturali rimonta al 1862, allorquando John Ruskin sorse in difesa delle quiete valli dell’Inghilterra minacciate dal fuoco strepitante delle locomotive e dal carbone fossile delle officine, e si diffuse lentamente ma tenacemente in tutte le nazioni civili, e specie in quelle in cui più progredite sono le industrie e i mezzi di locomozione. Infatti questi mezzi, togliendo più facilmente gli uomini all’affannosa vita delle città, per avvicinarli più spesso alle pure gioie dei campi, han diffuso questo anelito, tutto moderno, verso le bellezze della natura, mentre le industrie, fatte più esigenti dalla scoperta della trasformazione della forza, elettricità, luce, calore, attentano ogni giorno più alla vergine poesia delle montagne, delle foreste, delle cascate».

Da tale punto di vista, la malaria diventa un mezzo per superare la legge approvata due anni prima. E ciò per rimettere in moto il meccanismo dei lavori pubblici lungo la costa che, dopo il finanziamento di un milione di lire per la costruzione del porto di Punta Penna nel marzo del 1919, ne aveva visto il declassamento con decreto governativo del 4 agosto 1921. E che, nello stesso tempo, aveva trovato nel deputato socialista Mario Trozzi il patrocinatore per la costruzione del porto peschereccio in località Scaramuzza con l’interrogazione rivolta al governo nel marzo 1920. Va da sé che tutto questo non nega la presenza della malaria. Anzi! La parassitosi (detta anche paludosi) era diffusa soprattutto nelle padule del cosiddetto Rione Marina (così come precisava lo stesso Perdisa). Al punto che già nel 1914 era stata praticata la diffusione e la somministrazione gratuita del chinino. Insomma, un’urgenza sanitaria legata alle acque stagnanti delle aree dunali dell’arenile e del Fosso del Ponte Marino che alla foce si insabbiava. Non certo alla spiaggia ghiaiosa di Vignola. E c’è di più. Secondo la testimonianza di ‘Za Micchilëinǝ (foneticamente /za mikki’lƐinǝ/), la novantaduenne matriarca del villaggio dei Tummuasìllǝ, nessuno dei suoi maggiori ricordava episodi di malaria. E ciò, grazie alla preziosa acqua curativa della Funduciuàllǝ (foneticamente /fundu’tƪuallǝ), una piccola fonte di acqua sorgiva purtroppo distrutta dalla galleria del nuovo tracciato ferroviario (fig. 3). Con una sottolineatura non secondaria: vale a dire, l’interesse etnoantropologico per l’attribuzione alla materia liquida di un valore apotropaico se non, addirittura, immunizzatore nei confronti dell’antico «mal d’aria» che, in altre parti del litorale vastese, aveva dominato incontrastato.

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Fig. 3: Il luogo della scomparsa Funduciuàllǝ. In primo piano i resti del vecchio tracciato ferroviario; a ridosso, il piano rialzato della nuova galleria

Già! Ma dov’erano quei «laghetti» che tanta attenzione avevano suscitato agli occhi dell’artista per l’immateriale selvaggia bellezza di cui erano portatori? Luoghi impraticabili oggi, accerchiati dalle privatizzazioni, raggiungibili solo attraverso uno scosceso sentiero interpoderale tra campi coltivati e agrumeti noto ai connoisseur Sebastiano Ciccotosto e alla consorte Clelia Bruno (fig. 4). Devo a questi amici l’approdo per via terra verso un lido caratterizzato da muraglioni in cemento armato caduti e con bassi fondali popolati in estate da urticantissimi anemoni di mare la cui colonizzazione è visibile dall’alto grazie alle foto zenitali di Google maps cui, per la visione, rinvio il lettore curioso.

 

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Fig. 4: gli amici Clelia Bruno e Sebastiano Ciccotosto

Dopo aver raggiunto tra una chiacchiera e l’altra una pineta impiantata negli anni Ottanta del secolo scorso ho chiesto a Sebastiano: «c’è un relitto della vecchia pandiera?». «Un relitto? – risponde l’amico Sebastiano –. Ma di quale relitto stiamo parlando? La pineta in cui ci troviamo sostituisce interamente il vecchio habitat. Ricordo ancora un laghettino distante una decina di metri dalla linea di costa dove noi bambini ci divertivamo a pescare, sostituito da un campetto dove giocavamo a calcio prima dell’impianto di questa pineta» (figg. 5, 6). Ecco perché mi piacerebbe chiedere agli Squacciarìllǝ (foneticamente /Skuattƪa’rillǝ/) della Canale oppure ai Marrucquàllǝ (foneticamente /Marruk’kwallǝ/) di Punta Penna se rammentano ancora quello stato di stato di cose a metà XX secolo. Per quanto mi riguarda, ho cercato di trovare nella mappa del territorio disegnata nel 1858 da Carlo Luigi Dau (fig. 7) sulla base cartografica dell’Atlante Rizzi-Zannoni (1807) la corrispondenza della laguna ottocentesca con l’attuale pineta documentata da Google maps. La perfetta corrispondenza morfologica tra le due testimonianze conferma la relazione che si stabilisce tra loro. Del resto, l’amico Sebastiano Ciccotosto ricorda ancora quando, da bambino, pescava gli avannotti nel relitto di bacino lacustre ancora esistente negli anni Sessanta del Novecento. Poi i primi calci tirati nel campetto di calcio che lo aveva sostituito. Infine, la pineta. Che posso dire! Una storia del presente che, nel volgere di poco più di un decennio, hanno visto il radicale stravolgimento naturalistico e paesaggistico di questo tratto di litorale vastese.

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Fig. 5: Veduta di insieme della Pineta di Vignola precedentemente occupata dalla pandìrǝ

 

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Fig. 6: Veduta dalla pineta di Vignola (prima pandìrǝ) verso la spiaggia

 

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Fig. 7: Carlo Luigi Dau. Pianta topografica di Vasto (1858). Cerchiata in rosso l’area della laguna di Vignola

 

Chissà che cosa avrebbe detto oggi il buon Michetti, dopo aver visto quel passato dalla bellezza selvaggia. Non possiamo dirlo. Però qualcosa possiamo aggiungere. Che cosa? Conservare, per quanto possibile, almeno la memoria di ciò che un tempo fu la «pandìrǝ» o, se si vuole, i «laghetti» di contrada Vignola.

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