«BORGHI NUOVI». CONSIDERAZIONI SUI CENTRI URBANI DI NEOFONDAZIONE IN ABRUZZO E MOLISE DURANTE IL FASCISMO

di Luigi Murolo

 

 

Città e borghi di nuova fondazione costituiscono un tema fondamentale dell’insediamento sociale e abitativo del fascismo nella società italiana. La politica urbanistica rappresenta l’altra faccia del controllo sociale del territorio, soprattutto nelle aree marginali. Ma di là dalle definizioni generiche che nulla dicono intorno alle scelte degli architetti di regime, occorre cercare di “leggere” entro i singoli episodi le diverse tipologie che ne hanno caratterizzato la realizzazione. Mussolinia di Sardegna (dal 1944 Arborea) è il primo esempio noto (1928) di siffatto modello progettuale. Nessuno però fino a oggi ha considerato l’impianto di Piazza Rossetti e di Corso Littorio (poi Nuova Italia) – pensato nel 1924 e cominciato a essere attuato sempre nello stesso anno – come testimonianza di un razionalismo urbanistico novecentesco anteriore a quello enunciato da Mussolini nel cosiddetto Discorso dell’Ascensione del 26 maggio 1927 (appena due anni dopo l’inaugurazione di Piazza Rossetti e del primo dei due palazzi scolastici. Il “discorso” per un verso sottolineava la contrarietà all’inurbamento dei vecchi centri, per l’altro favoriva gli insediamenti ex-novo). La ragione di questo assunto è semplice. Nel caso di Vasto non si tratta della pura e semplice strutturazione di una piazza (e che piazza!), ma di un’intera area residenziale destinata a classi medio-alte, con palazzo degli studi, sala cinematografica e uffici (il secondo palazzo scolastico da utilizzare come sede istituzionale del Comune). Da questo punto di vista, si può solo affermare che ci si trova di fronte a una vera e propria garden city (a tal proposito, si veda il progetto per il Testaccio a Roma [fig. 1]); di un’edilizia caratterizzata da giardini (ne sopravvive ancora qualcuno), avente un duplice scopo: da un lato, liberare la nuova middle class [?] dell’epoca dal sovrappopolamento dei bassi e del centro antico (torna utile ricordare, ad esempio, che la grande maggioranza delle case “appigionate” non era dotata di servizi igienici interni! Il che voleva dire scaricare gli orinali alle ripe della Madonna delle Grazie, delle Lame, della Catena con tutte le conseguenze immaginabili); dall’altro, dare ordine urbanistico a un “vuoto” chiuso su tre lati.

 

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Fig. 1

 

Ecco allora il punto. Quando Mussolinia di Sardegna viene concepita nel 1928 come centro di bonifica integrale (per altro già avviato in età giolittiana). Al contrario, «fórә a la pórtә di lu Quaštèllә» già si misura con un diverso rapporto tra gli spazi e i ‘pieni’ allora tendenti al gusto dell’eclettismo, con una città che torna demograficamente a crescere tra il 1921 e il 1931. Esprime una progettualità tutta propria, del tutto estranea ai modelli “popolari” e “proletari” che saranno favoriti dal Fascismo. E ciò in piena continuità con gli interventi di qualche anno prima in quello stesso centro antico di Vasto che era stato investito da analoghi cambiamenti: il diradamento della Corsea, l’installazione del Monumento ai caduti, il rifacimento della Cattedrale (con il massiccio finanziamento dei Genova-Rulli), la trasformazione in abitazione del muro ovest del convento agostiniano, la costruzione ex-novo di Palazzo Ritucci-Chinni. Aspirazioni di una vecchia e ricca borghesia notabilare estranea alle tematiche della massa. E, soprattutto, in tale contesto, sottolineata dalla rimozione dell’unico elemento «vasciaiuolo» presente nell’allora salotto buono della città: vale a dire, la Fontana [fig. 2], trasferita in Piazza Barbacani nel 1927.

 

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Fig. 2: Vasto. La fontana prima del “trasferimento” in piazza Barbacani

 

 

Ora, pur parlando di borgo moderno di neofondazione (progettato e realizzato ex novo), incontriamo due diverse narrazioni che lo rendono diverso dal contemporaneo modello fascista: da un lato, la tipologia sociale dell’insediamento (come già detto, rivolto alla middle class vastese dell’epoca); dall’altro, la forma dell’investimento (non si tratta di un intervento diretto dello Stato, ma di una lottizzazione di terra comunale rivolta a privati e gestita dal comune stesso). Al contrario, diversamente da questi due aspetti, l’impianto si trova in perfetta coerenza con il Discorso dell’Ascensione: vale a dire il meccanismo non favorisce nuovo urbanesimo ma ridisloca sul territorio la popolazione esistente. Del resto, è ciò che, sempre a Vasto, sarebbe capitato a un segmento del mondo contadino: il bracciantato agricolo, che viveva in città. Sarebbe stato allontanato da quest’ultima e ricollocato nella campagna con quei contratti di mezzadria considerati elementi chiave del corporativismo. Ma torniamo alla piazza. Dall’iniziale progetto Annibale Sprega – Luigi Pietrocola del 1903 che prevedeva un unico edificio compreso tra le attuali via Vittorio Veneto e via Cavour – affacciantesi interamente sull’attuale piazza Rossetti (fig. 3), nel 1924, con il commissario prefettizio Cesare Perdisa, si passava alle due unità edilizie che avrebbero determinato la nascita del corso Littorio-Nuova Italia. Il progetto generale dell’ing. Antonio Mancia approvato il 4 marzo 1924 (il primo dei due edifici inaugurato nel 1926) sarebbe stato ripresentato nel 1928 dall’ing. Antonio Izzi, direttore dei lavori della seconda unità edilizia, approvato il 25 giugno 1929 con il completamento nel 1933 (fig. 4). Quasi non bastasse, sarebbe lo stesso ing. Izzi a realizzare il progetto del Politeama Ruzzi (iniziato nel 1931), sottolineando la forte rappresentatività che la nuova area residenziale avrebbe dovuto assumere (fig. 5).

 

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Fig. 3: Vasto. Progetto Sprega-Pietrocola (1903). In alto, la successiva Piazza Rossetti con la chiusura a sud, senza il corso

 

 

 

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Fig. 4: Vasto. Progetto Mancia (1924) riproposto dall’ing. Izzi (1929). Il Corso è concepito come un boulevard che si proietta  all’infinito.

 

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Fig. 5: Vasto, Politeama Ruzzi. Prospetto ing. Antonio Izzi (1929). L’edificio testimonia l’alta progettualità residenziale dell’area.

 

 

Ora, se questa risulta essere una neofondazione urbana sui generis, esistono in Abruzzo e in Molise esempi riconducibili alla progettualità sensu stricto del Fascismo? Ne sono pochi, è vero. Ma comunque presenti. Mi piace soprattutto iniziare con Nuova Cliternia di Campomarino (con il recupero funzionale del Santuario di “Madonna Grande”) proprio perché realizzata tra il 1922 e il 1929, gli stessi anni di Vasto. Anche se risulta avviata in un periodo anteriore al Discorso dell’ Ascensione, di fatto presenta il modello base del regime: vale a dire, una piazza centrale con Torre Littoria intorno alla quale sarebbero dovuti essere eretti municipio, chiesa, casa del fascio, caserma MVSN, ufficio postale, scuola (come si può notare, tutti aspetti che non coincidono con il paradigma residenziale vastese). Esemplificativa, a tal proposito, una foto aerea d’insieme del 1962 [fig. 6].

 

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Fig. 6: Campomarino. La ridefinizione del santuario di Madonna Grande

 

Altra traccia importante è il Villaggio Celdit di Chieti (Scalo) sorto nel 1939/40 come insediamento operaio nei pressi della stazione ferroviaria [fig. 7]. In realtà, fin dal 1880 l’area era stata interessata dall’industria Calvi per la produzione di macchine agricole. Nel 1936, in via Colonnetta (attuale sede della Carichieti), sarebbe stata realizzata la Manifattura Tabacchi a forte occupazione stagionale femminile. Ma la vera strutturazione urbanistica veniva determinata dalla società Celdit [acronimo di Cellulosa d’Italia] fondata nel 1935 dai capitali dell’ing. chietino Ottorino Pomilio e della cartiera Luigi Burgo che, utilizzando il brevetto dello stesso Pomilio per la produzione di cellulosa con processo al cloro applicato ai vegetali, realizzava un’industria per la fabbricazione di cellulosa dalla paglia e non dal legno. Intorno a questa azienda (che deteneva il monopolio di tale prodotto attraverso gli stabilimenti di Chieti e di Foggia) – denominata la «balena bianca» per il latteo edificio rilucente nel verde della valle della Pescara – veniva organizzandosi il villaggio, funzionale all’ abitazione popolare delle maestranze [fig. 8]. Non vi sono dubbi. Il continuo incontro allo scalo di uomini e cose figurava lo scambio mobile tra materia prima e prodotto finito che lì s’intrecciava.

 

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Fig. 7: Chieti, Villaggio Celdit

 

 

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Fig. 8: Chieti, Villaggio Celdit. Unità abitativa

 

Ecco allora il punto. La stazione è una delle polarità dell’insediamento fascista in Abruzzo. Lo si rileva anche a Aielli e a San Salvo. Nel primo caso – Aielli –, il terremoto della Marsica del 1915, avendo determinato la distruzione del vecchio borgo, aveva favorito lo spostamento delle nuove costruzioni verso lo scalo allocato sulla linea ferrata Pescara-Roma. Ma solo sotto il regime di Mussolini, con l’interessamento di Guido Letta – un prefetto del Regno originario di quel paese –, la stazione (con le casette antisismiche) sarebbe divenuta snodo urbano. Il 26 settembre1937 il gran commis dello Stato fascista inaugurava la chiesa [fig. 9] insieme con il vicino Sacrario ai Caduti [fig. 10], alla Casa Littoria con annesso dopolavoro, il cinema e l’albergo diurno. Ma l’intitolazione dell’ecclesia a S. Adolfo (oggi S. Giuseppe) la dice lunga sull’indirizzo ideologico del prefetto (sostenitore, tra l’altro, delle leggi sulla razza). Ma non è ciò che importa in questa sede. Al contrario, interessa la funzione che avrebbe dovuto assolvere il nuovo sito. In buona sostanza, un diverso centro, sostitutivo del precedente e sede del nuovo municipio. E con un risultato inatteso per le autorità del regime: l’operazione non riuscita per la ribellione degli abitanti.

 

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Fig. 9: Aielli: chiesa di S. Adolfo, oggi di S. Giuseppe

 

fig. 10
Fig. 10: Aielli. Sacrario dei Caduti

 

 

Dal canto suo, il «borgo-stazione» di San Salvo previsto dal fascismo non implicava una tipologia insediativa di trasferimento della città lungo la costa, ma una “colonizzazione” contadina connessa con gli effetti delle bonifiche della risaia e delle terre malariche il cui nodo era costituito dalla stazione ferroviaria (fig. 11). E perché no, della stessa sistemazione idraulica del bacino fluviale del basso Trigno. Come si può notare, qualcosa di molto più prossimo a quanto il regime stava realizzando nell’Agro Pontino. Nel caso specifico, una trasformazione della piana e della Padula che avrebbe incorporato lo stesso percorso tratturale compreso tra il vallone di Buonanotte e il Formale del Molino. Tra il 1939 e il 1940 (dopo la realizzazione due anni prima di un silos per l’ immagazzinamento del grano) [fig. 12] sarebbero stati costruiti alcuni edifici per ospitare uffici pubblici, scuole, infermeria e altri servizi (alcuni di quei manufatti edilizi sopravvivono ancora come quelli della vecchia stazione). L’entrata in guerra dell’Italia ne avrebbe bloccato il completamento.

 

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Fig. 11: San Salvo, Unità abitative nei pressi della vecchia Stazione ferroviaria

 

 

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Fig. 12: San Salvo. Silos

 

Tra i comuni di neofondazione il più rilevante, oggi – almeno dal punto della conservazione –, è Salle, denominata sotto il fascismo Salle del Littorio. Certo, la comunità, nel tempo, ha subito diverse migrazioni (da questo punto di vista, l’attributo sallese – che indica l’abitante del paese –  sarebbe stato successivamente cognomizzato, designando il migrante proveniente da Salle. Sallese, ad esempio, è un cognome piuttosto diffuso a Vasto). Va detto, però, che il vero e proprio trasferimento insediativo (con l’allocazione urbanistica in un sito più in basso rispetto all’antico, ex feudo dei baroni Genova di Vasto) si sarebbe cominciato a manifestare dopo il terremoto della Marsica (1915) quando il paese avrebbe subito il primo forte decremento demografico novecentesco (tra i censimenti del 1911 e del 1921 viene registrata la perdita del 25% della popolazione). Ecco allora il punto. La costruzione del nuovo borgo sarebbe stata conclusa nel 1933: lo testimonia un’iscrizione da poco ricollocata all’interno del Comune e che, qualche anno fa, ha suscitato forti polemiche (fig. 13). Ma di là dall’impianto urbanistico (coerente con l’architettura neofondativa del Regime), Salle si presenta come una sorta di museo del fascismo all’aperto (che apre un’importante discussione sui beni culturali). Oltre all’epigrafe su ricordata, il viale che conduce dalla piazza principale (con il municipio, la scuola, la chiesa, l’ufficio postale) alla fontana ha una denominazione emblematica: via dell’Impero (fig. 14). Lungo il percorso, si incontra un’effigie di Mussolini con il motto sottostante che recita: «Noi tireremo diritto» (fig.15). Al termine della strada, sulla testata della fontana e al di sopra della cannella, un fascio littorio centralmente disposto con la data A XI (1933) che chiude il tracciato (fig. 16). Sullo sfondo, l’indicazione delle Museo delle corde armoniche, storica produzione artigianale sallese oggi conosciuta in particolare da musicisti interpreti di composizioni barocche.

 

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Fig. 13: Salle. Iscrizione con dedica a Mussolini

 

 

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Fig. 14: Salle. Targa stradale con indicazione toponomastica “Via dell’Impero”

 

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Fig. 15: Testa in anilina di Mussolini con slogan dell’epoca

 

 

 

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Fig. 16: Salle. Fontana con fascio littorio

 

Le tracce sono lì, visibili, e celate a chi non vuole vederle. Sono mute. Mute perché nessuno ha deciso di studiarle. Vivono. Vivono sopravvivendo a sé stesse perché solo il silenzio ha avuto la pietas di avvolgerle nei panni dell’oblio.

Il tutto relativo a un comune in provincia di Pescara, con meno di trecento abitanti, ai piedi del Morrone.

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