‘NDOCCIATA DI AGNONE, PRESEPE, PRODOTTO TOPICO: CONTAMINAZIONI

di Luigi Murolo

 

 

 

Ho vissuto la mia partecipazione all’ultima ‘ndòcciata di Agnone come Benino,  il pastore dormiente che apre la rappresentazione del presepe napoletano: un sogno. Un sogno immaginato in rapporto alla visita di qualche ora prima alla mostra sull’arte presepiale partenopea allestita sempre a Agnone nelle sale dell’ex convento di S. Francesco (il pezzo di Benino che qui presento è opera dell’artista Beatrice De Simone [fig.1]). Nei fatti, un magnifico e inaspettato prosieguo di quella stessa figurazione modellistica d’antan che ho avuto occasione di ammirare la settimana precedente nei saloni della reggia borbonica di Portici.

 

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Fig. 1: Benino, il pastore dormiente

 

Ch’io sappia, era stato Claude Lévi-Strauss a affermare che: «Rimpicciolita, la totalità dell’oggetto è meno temibile. E anche se non è altro che un’illusione, lo scopo del procedimento è di creare o di conservare questa illusione». Una sottolineatura – aggiungo – che Giorgio Manganelli precisava con queste parole: «Il divino miniaturizzato ha la medesima statura della sua totalità». Che dire di più. Il fuoco di Agnone – concepito per la vigilia di Natale e non per l’8 dicembre – altro non costituisce che la «miniaturizzazione» di un evento di gran lunga più importante. La torcia (o, in dialetto,’ndòccia) che «enallumina la nocte» nel momento in cui il Sol Invictus celebrato dall’imperatore Costantino il Grande diventa il Dies Natalis dell’unico e divino Infante – . E se è vero che, a Pescasseroli, la grande pira che, il 24 dicembre, brucia davanti alla Parrocchiale dai paesani  è chiamata «la Tomba», è ancor più vero che, per i tedofori di Agnone, il fuoco non rappresenta l’assoluta mobilità di ciò che è immobile, ma è il movimento continuo di un qualcosa che, non solo è mobile in se stesso, ma è mobile soprattutto perché trans-portato [figg. 2, 3, 4]. Un fuoco – va detto – che avrà la sua «tomba» nel momento in cui lascerà il posto alla nascita di Colui che sarà considerato il fuoco dei fuochi: il Signore del Sole e della Luce.

 

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Fig. 2: Tedofori di Agnone, La danza delle ‘ndòcce

 

 

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Fig. 3: Tedoforo di Agnone: ventaglio con dieci ‘ndòcce

 

 

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Fig. 4: Tedoforo di Agnone con ventidue ‘ndòcce

 

Il significato tradizionale di ‘ndòccia – oggi defunzionalizzato – lo ritroviamo nella voce ad hoc del Dizionario Abruzzese e Molisano di Ernesto Giammarco: «torcia ricavata da un fascio di legni resinosi o da ginestre, a suo tempo appositamente tagliati e fatti stagionare, che, accese, vengono portate a spalla, in corteo, da giovani contadini, radunatisi all’ingresso della città, al tramonto della vigilia di Natale fino alla chiesa. Un tempo, a corteo concluso, il giovane lasciava ardere la torcia sull’uscio di casa della giovane che aveva prescelto per moglie; se la giovane si affacciava, ciò era un tacito assenso al fidanzamento».

Che bella la miniaturizzazione dell’Evento che si totalizza nella festa agnonese del fuoco. Come quella che, insieme con il dormiente Benino, sogna la Natività e la sua rappresentazione nel presepe napoletano che viene già adombrata nella celeberrima Cantata dei pastori di Andrea Perrucci eseguita per la prima volta a Napoli nel 1699.  E una volta svegliato dal pastore Armenzio, suo padre, Benino, con la splendida lingua barocca del Perrucci, si lascia andare all’esaltazione del Sole e della Luce:

 

Mi parea che si aprisse

In cento lampi il ciel, e che piovesse

Un misto di lassù d’argenti e d’ori,

Che mi abbagliava i lumi, e che in punto

Facea cangiar quest’orrida stagione;

Anzi vedea mutati,

La terra in oro, ed i smeraldi i prati.

I fiori eran balossi,

E lazuli, ed acati e caledoni,

A’ quali, per brine, smalti eran le perle,

Eran diamanti i colli,

Scorreano argenti i rivi,

Pendevan dalle viti

Grapoli di topazi, e di rubini,

Gli alberi producean frutti gemmati

Di piropi, crisoliti e amatisti:

Insomma il mondo tutto era un tesoro:

Oro il piano, oro il vallo, e il monte oro

E mentre estatico io rimirava

Tante ricchezze, rivolgendo il guardo

All’oscura spelonca

Di Betlem, che riguarda all’Oriente,

Di la sorger pareami un lume immenso,

Ch’esser parea centuplicato il Sole.

E uscire da quel lume odo una voce,

Che dici vieni a me, alma sincera,

Che di tante ricchezze io son miniera.

Vieni a me, figlio mio, ch’io quegli sono,

Che discendedo in Terra,

E la Terra, ed il Cielo indoro, e ingemmo;

E perché tu mi veda, e mi conosca,

A te scopro, a te svelo,

Ciò ch’anche abbaglia i Serafini in Cielo.

Così assuefacendomi la vista

A quel fulgore, in mezzo vi scorgea

Un bellissimo infante

Che nel leggiadro viso

Portava epilogato un paradiso.

E mentre mi facea

Di tutto quel tesor signore e dono,

Voi mi svegliaste e mi rompeste il sonno.

 

E qui, una volta assodato il ritorno alla veglia, la Vita ri-comincia. La quotidianità si incrocia con il sacro. E soprattutto l’alimentazione – con ciò che a essa si connette – diventa un tema determinante dell’arte presepiale. Nell’esposizione di Agnone, il Venditore di Lucio Ferraro e la Bancarella di Rosaria Tancredi, con salumi, caci, ricotte, fichi, uova, limoni, verdure delineano i prodotti topici del momento [figg. 5, 6, 7].

 

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Fig. 5: Agnone, mostra di arte presepiale. Il Venditore

 

 

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Fig. 6: Agnone, Mostra di arte presepiale: la bancarella

 

 

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Fig. 7: Agnone, Mostra di arte presepiale: la cucina

 

A rammara e il Vinaio di Bruno Rosolino [figg. 8, 9] restituiscono le forme e gli attrezzi di cottura dei cibi con i modi e le misure di conservazione dei vini (è evidente la contrapposizione tra crudo e cotto, secondo l’ermeneutica di Lévi-Strauss). Insomma, le eccellenze  alimentari del presepe hanno trovato riscontro nella realtà del prodotto topico che, ad Agnone, ha fornito il ristoro di qualità alle migliaia di persone che hanno affollato il corso della città [fig. 10].

 

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Fig. 8: Agnone, Mostra di arte presepiale: ‘A rammara

 

 

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Fig. 9: Agnone, Mostra di arte presepiale: il Vinaio

 

 

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Fig. 10: Agnone, Prodotto topico: Concetta, l’ostessa di Ielsi

 

Ndòcciatori, fuoco, presepe, cibo hanno prodotto una circolarità virtuosa capace di realizzare un meccanismo identitario dove ognuno dei quattro elementi coincide con i restanti. Il che vuol dire: gli uomini in carne e ossa e quelli «miniaturizzati» sono tutti parte di un’unica rappresentazione. Mentre la città è lo scenario del fuoco vivo, lo «scoglio» (cioè, la base presepiale) si regge con legno compensato e multistrato dove chiodi, viti, colla termoplastica e vinilica strutturano sugheri a corteccia e a tavoletta prima della dipintura con acrilici o tempera. Ora, se la rappresentazione del  fuoco vivo della ‘ndòcciata si è andata  rinnovando con la realizzazione della spettacolarità della sfilata, la stessa arte presepiale si inscrive in questa ricerca di cambiamento. Un mutamento – va detto – che si trova nella stessa scena della Natività che non costituisce più il centro della figurazione ma una parte della totalità [fig. 11].

 

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Fig. 11: Agnone, Mostra di arte presepiale: la Natività

 

Da  questo punto di vista, la grande rappresentazione tradizionale della macchina devota  apre a un diverso modo di percepire il sacro rivolto verso tutte le contaminazioni provenienti dal presente che le botteghe di S. Gregorio Armeno propongono ogni anno. Insomma, proprio a partire da questa sorta di economia del sacro,  l’arte presepiale inventa il modo di sussistere non tanto nella riproposizione dell’immaginario tout court della Terra Santa, ma il solo «odore» di quel mondo. Cioè, di quell’«odore di Gerusalemme» di cui, per altri versi, aveva parlato il Fabrizio De Andrè de Il ritorno di Giuseppe.

La contaminazione, dunque. Qualcosa che il prodotto topico è riuscito a costruire, come parte integrante della totalità scenografica della ‘ndòcciata agnonese. Con l’aggiunta che, di quest’ultima, va colta la struttura presepiale della sfilata [fig. 12].

 

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Fig. 12: Agnone, la Ndòcciata: Corteo dei figuranti

 

Per concludere, una semplice considerazione. È indiscutibile la splendida capacità miniaturizzatrice dell’arte napoletana. Ma l’espressività degli antichi figurinai popolari dell’Ottocento – elementari manipolatori di argilla – è sconvolgente. Il primitivismo di quei pupattelli ci restituisce l’intensità emotiva di popolani e di lazzari senza alcuna mediazione culta, portatori non di comédie humaine ma di drammi del vivere. Penso al poverissimo Domenico Miscione, detto Munzù (Vasto, 1826-1904), che vendeva i suoi pupattelli nelle feste. Il sonno del suo Benino, un vero e proprio sans culotte, non è ristoratore. Non ha nulla da dividere con la felicità del personaggio della Cantata dei pastori. Il Benino di Munzù ha il colore della notte, sempre posizionato nelle prossimità del castello di Erode. Ha gli incubi della strage degli innocenti. Nel presepe popolare la notte ha il colore del morte (si provi a vedere il presepe nero e senza vita di Gioacchino Vassetta custodito nella Pinacoteca Civica di Vasto). Il Benino di Munzù ha la straordinaria forza espressiva di questa tragedia (fig. 13).

 

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Domenico Miscione, detto Munzù (1826-1904): Benino. Vasto, collezione privata

 

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