D’UN MONDO IPOGEO E DI COSE UMANE

di Luigi Murolo

 

 

Da tutti era definita La Mórtǝ di Sand’Ahuštuëinǝ. Ma, per quanto fosse esplicita nella sua denominazione, nulla aveva da dividere con la storia del Santo. In effetti, per gli agostiniani del convento di Vasto si trattava di effettuare un singolare ufficio che, tra gli abitanti della città, aveva prodotto perfino un detto ironicamente significativo: «si cchiù bbuèllǝ tî, chi t’arsummuëjj’a la mórtǝ di Sand’Ahuštuëinǝ» (“sei più bello tu, che somigli alla morte di sant’Agostino). Per cui, tale  cerimoniale non poteva che svolgersi il giorno stesso in cui, per tutta la terra, cominciavano a librarsi in volo (la ššciùtǝ) l’àlmǝ di lu Prîhatóriǝ (le anime del Pugatorio) – il 2 di novembre – per poi ritornare – il 6 di gennaio, giorno dell’Epifania nelle tombe da cui erano uscite.

La stretta coesistenza orfica di anima e di corpo costituisce, tra l’altro, lo stesso dispositivo del cosiddetto presepe popolare napoletano. Che, in netta contrapposizione, con il modello del luminoso presepe settecentesco borbonico (conservato nel Palazzo Reale di Napoli), scandisce la sua temporalità con le medesime date di sortita e di rientro delle anime purganti. Intriso, dunque, di rappresentazione simboliche della morte – con l’incredibile buio che lo connota (da questo punto di vista, di straordinario interesse risulta la descensus ad inferos del presepe portatile vastese ottocentesco di Luigi Vassetta), di fatto restituisce la figurazione della prigionia nei corpi di anime che, con la nascita del Divino Infante, attendono solo di essere spiritualmente liberate dall’oscura catena del soma.

Ma qual è il rapporto che connetteva il presepe popolare alla mórtǝ di Sand’Ahuštuëinǝ? E qui si perviene alla particolarità della messinscena, perché di vera e propria messinscena si tratta.

Al centro della chiesa intitolata al grande pensatore cristiano (attuale cattedrale di S. Giuseppe), era posta la grata di un cubicolo che immetteva al cimitero ipogeo (dell’antico edificio – salvo il paramento murario dell’abside – non si conserva nulla a causa dei continui rifacimenti strutturali dagli quaranta dell’Ottocento al 1928). Nella parte superiore del vano, all’attenzione dei fedeli  – quasi si trattasse di una delle mummie della cripta dei cappuccini di Palermo (fig. 1) – marchingegni di vario tipo mantenevano in posizione eretta e verticale uno «scheletro» familiarmente chiamato dagli antichi abitatori del Vasto la mórtǝ di Sand’Ahuštuëinǝ (in verità, penso che si trattasse di una mummia, come quella di Inigo III d’Avalos, nel 1905 tumulata nella chiesa di S. Maria Maggiore).

 

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Fig. 1: Palermo, Cripta dei Cappuccini

 

In questa rappresentazione del memento mori, sembra di poter ravvisare la stessa sensazione provata da Ippolito Pindemonte durante la visita alla palermitana cripta dei cappuccini il 2 novembre 1779 espressa nel poema I sepolcri (1807, vv. 126-136. Due anni prima, lo stesso autore aveva pubblicato I cimiteri):

 

«Colà m’apparve: spazïose, oscure

Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come

Simulacri diritti, intorno vanno

Corpi d’anima vôti, e con que’ panni

Tuttora, in cui l’aura spirar fur visti.

Sovra i muscoli morti e su la pelle

Così l’arte sudò, così caccionne

Fuori ogni umor, che le sembianze antiche,

Non che le carni loro, serbano i volti

Dopo cent’anni e più: Morte li guarda,

E in tema par d’aver fallito i colpi».

 

Ecco allora il punto. Di fronte al cadavere scheletrito (o meglio, mummificato): «Morte li guarda / E in tema par d’aver fallito i colpi». Il che vuol dire: non potendo superare la dicotomia anima/corpo in funzione della prima – il 6 gennaio le anime ritornano sempre nella cripta –, l’esibizione pubblica del corpo essiccato combatte la paura della morte proprio nel giorno tabuato (un esempio significativo di mummificazione naturale si può trovare nello stesso «uomo di Torricella Peligna» rinvenuto nel 1990 durante i lavori di restauro della chiesa di S. Giacomo [fig. 2]. A tal proposito, torna molto utile il saggio di A. Fornaciari, Processi di tanatometamorfosi: pratiche di scolatura dei corpi e mummificazione nel Regno delle Due Sicilie, 2008, in «Paleopatologia.it».).

 

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Fig. 2: Torricella Peligna, La mummia

 

Da questo punto di vista i pupattelli del presepe popolare sostituivano in funzione domestica ciò che la mórtǝ di Sand’Ahuštuëinǝ rappresentava per la multitudio fidelium congregata. Le statuine di Munzù – il Domenico Miscione (1826-1904) figurinaio di Vasto – mostrano un forte riscontro con i corpi mummificati (fig. 3).

 

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Fig. 3: Munzù (Domenico Miscione, 1826-1904): La verdumara

 

Il giorno in cui i magi rendono visibile ai pastori e al mondo l’avvenuta «manifestazione» ἐπιφάνεια (epifàneia) del Divino, la luce rischiara la resurrezione delle anime. Non più l’àlmǝ spìrze (anime sperdute) vaganti senza meta nel buio della notte, ma anime poste di fronte all’abbagliante forma umana della Verità.

I dodici giorni che collegano la presenza della Verità alla sua Coscienza (24 dicembre-6 gennaio) sono quelli raccontati dal presepe popolare. Il presepe settecentesco borbonico celebra la luminosità del Vero – il 6 di gennaio – (chissà, fino a qual punto, per Carlo III di Borbone la laicizzazione della luce veniva a coincidere con quella strana parola riformatrice chiamata Illuminismo). Il ogni caso, il 6 gennaio – giorno della manifestazione del fuoco rischiaratore – segnava la fine (o, se si vuole, la sconfitta) della temporanea morte dell’anima annunciata il 2 novembre.

Si capiscono, dunque, le forti radici simboliche che segnano le tappe della resurrezione cristiana dell’anima (quella umana sarà completata dalla Pasqua, a partire dalle Ceneri): l’impenetrabile tenebra della morte, la nascita del Sole, la sua manifestazione. Ecco perché la rappresentazione presepiale ha il suo inizio nel terribile giorno tabuato.

Un’ultima considerazione. Il Thomas Mann de La Montagna incantata offre un passaggio molto garbato della palermitana Cripta dei Cappuccini: «Passeggiando non torna essere garbato e presentabile come i cittadini di Palermo, allineati nei corridoi sotterranei dei Cappuccini a Porta Nuova. Stanno là allineati rinsecchiti e godono la stima di tutti». Una stima – aggiungo – che, in qualche modo, avrebbe potuto riguardare anche lo stesso anonimo corpo abbandonato nell’ambulacro del cimitero ipogeo della chiesa di S. Antonio di Vasto (fig. 4).

 

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Fig. 4: Vasto, Fossa ipogea chiesa di S. Antonio

 

Quel lontanissimo 21 febbraio 1844, giorno delle Ceneri, tutte le fosse intrameniali delle chiese di Vasto venivano chiuse perché, da quel dì, cominciava a funzionare il Camposanto della città. E chissà, quei resti fuori dal tumulo, dovevano forse assolvere a un compito molto importante: testimoniare il vero e unico destino delle cose umane.

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