IL CANTORE DELLA TRADIZIONE: UN PUNTO DI VISTA

di Luigi Murolo

 

Quella che segue è una breve considerazione sull’antico canto vastese del Capodanno.

 

Dopo essersi smarrito per un anno della sua vita nello spazio della città, il cantore dell’antico capodanno vastese, con la sua intonazione, mostra di aver saputo ritrovare il percorso del suo inizio: la casa. Di fatto egli testimonia la capacità di aver saputo sempre fare i conti con gli accadimenti che lo hanno sovrastato. Come il nostos dell’eroe omerico, ritorna sempre nella patria da cui era partito. Cresciuto di esperienze nel corso del tempo circolare, il cantore racconta sempre la stessa storia: un ne varietur. Ma lu quandàjjǝ (il canto) che porta è sempre una néuvǝ (le néuvǝ oggi si chiamano con una lingua extracomunitaria come l’inglese: news): una notizia! E quella notizia è sempre sconvolgente. Annunzia che anche quell’anno tutto ricomincia dalla casa. Proprio così. Nell’incessante circolarità del tempo.

I canti rituali hanno questa particolarità: sono sempre cantati allo stesso modo. Muoiono gli uomini che li intonano, non il canto. È  il patrimonio culturale che viene tràdito, trasmesso. Per questo motivo è traditio, tradizione. Immutabile. Ogni piccolo cambiamento, genera qualcosa di diverso: spezza la tradizione. Non c’è néuvǝ (notizia): ma alterità. La vera notizia sta solo nel fatto che una cosa rimane uguale a stessa: che non muta. A dimostrazione di un dato: che il mutamento dovrà necessariamente implicare un vocabolario diverso: perfino neologismi. La lingua della tradizione è sempre quella degli inizi. La sua forza sta nel ritornare al cominciamento. Scriveva Walter Benjamin dell’Angelus novus, il singolare messaggero che va eternamente in avanti con il capo sempre rivolto all’indietro:

 

«Dove c’è esperienza nel senso proprio del termine, determinati contenuti del passato individuale entrano in congiunzione, nella memoria, con quelli del passato collettivo. I culti coi loro cerimoniali, con le loro feste […], realizzavano di continuo la fusione fra questi due materiali della memoria».

 

Già. Il cantore intreccia due memorie: la sua e quella collettiva. Quest’ultima – va detto –, sempre che ne continui a sussistere un brandello in grado di restituire la circolarità del tempo. Poi, che il cantore, stanco del percorso seguito, sappia ripetere a se stesso l’antico aforisma di Karl Kraus che recita: «Sei rimasto all’origine. L’origine è la méta».

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