I fratelli Munzù secondo Francesco Pisarri

di Paolo Calvano

 

DSC_0047.JPG

 

Dopo l’inaugurazione della Mostra sul presepe Munzù, organizzata dalla Società Vastese di Storia Patria “Luigi Marchesani”, vorrei riproporre la parte del mio intervento che riguarda l’unica notizia pubblicata sui Miscione, che ci porta a scoprire come non solo Domenico, l’unico a noi giunto come fama, ha prodotto e venduto pezzi del presepe ma anche i fratellastri Giuseppe e Michele. Ce ne parla Francesco Pisarri ne Il Vastese d’oltre Oceano.

 

Il Pisarri è un personaggio vastese di cui si è quasi persa la memoria. Nato a Vasto il 26 ottobre del 1884 è tra i fondatori del’associazione Culturale La Stella Azzurra; giovanissimo scrive fiabe e novelle su Il  Corriere dei Piccoli negli ultimi anni dell’ottocento; collabora in cinquant’anni di attività con tutti i periodici vastesi dall’Istonio all’Histonium con poesie e racconti; viene ricordato per essere stato insegnante di Enrico Mattei nella Regia Scuola Tecnica “Gabriele Rossetti”; e, prima dell’avvento del fascismo, é nominato commissario prefettizio al comune di Vasto. Dopo essersi trasferito a Roma continua a produrre racconti, romanzi e opere teatrali. Muore nella Capitale l’8 maggio del 1957.

Ecco il suo testo trascritto dell’intervento sui Miscione da lui declamato in una pubblica manifestazione.

“Compagni, ricordate di quanta gioia siamo debitori ai fratelli Miscione, alias Munzù? Tre fratelli: Domenico, il maggiore, che non usciva mai dal suo tugurio a li pignatere, dove un giorno ebbe l’onore di ricevere una visita del sommo pittore Filippo Palizzi;

Giuseppe e Michele che abitavano a le Casarelle (Giuseppe, grand’uomo e celebre beone, che la domenica si trascinava dietro una turba di monelli, ai quali di tanto in tanto gettava una manciata di soldi; Michele, sempre cupo e taciturno.

Le loro case erano continua meta di una folla di ragazzi, che andavano a ordinare e a ritirare Li pizzarille, cioè gli angeli, i pastori e gli animali per il Presepe. Non so perché li chiamassero Munzù, con una corruzione dialettale del francese Monsieur. Ma essi stessi si davano questo soprannome.

E io ricordo benissimo il secondo dei fratelli, Giuseppe, quando, nei pomeriggi delle sagre, dopo aver, di solito, abbondantemente bevuto, si metteva ad arringare i compratori, in piedi come un oratore, dietro al banchetto dei suoi pupi, presentandosi al pubblico: “Giuseppe Miscione, alias Monzù, scoltore, fabbricante di popattelli”. Una volta uno gli disse per ischerzo: “Bada che vengono i carabinieri.” Ma egli con grazioso gesto di amichevole noncuranza, rispose subito: “ Puff…, ni tinghe tante sott a lu lette!”, alludendo al numero stragrande di pupi in forma di carabinieri a cavallo, che egli fabbricava continuamente e, per mancanza di spazio nell’umile sua casetta,1 conservava persino sotto al letto.

Povero Miscione, che pazienza con noi! E come erano carini i suoi fantoccetti nella infinità varietà di pose e di attributi, escogitati dalla sua mente ferace. Gli è che questo figlio di popolo brillava veramente di un divino raggio di arte. Eppure, questo sereno e infaticabile lavoratore, questo affettuoso e dolce amico dei bambini, questo uomo gioviale e buono ebbe una tristissima fine. Un giorno2 fu trovato assassinato in un solco della Costa di Porta Palazzo, dove era andato a prendere la creta per i suoi lavori. E l’aveva ucciso il fratello Michele, per quistioni d’interesse.

Compagni miei, vicini e lontani, per la gioia che ci dette inchiniamoci un momento ripensando a lui”.

 

 

1- In un’unica stanza a pianterreno di Via Poerio 42, prima proprietà del padre Antonio e dopo la sua morte nel 1877 accatastata a Giuseppe e fratelli; forse oggetto delle controversie, visto che il primogenito  Michele si sentiva defraudato da questa decisione, e poi riaccatastata dopo l’omicidio.

2- Il 18 giugno 1897.

I commenti sono chiusi.