A PROPOSITO DI UN CEMENTIFICIO

di Luigi Murolo

 

La mia altro non è che una modestissima considerazione sulla realizzazione del cementificio nell’area di Punta d’Erce. E nasce da un banale dato di fatto. Un’area industriale – ch’io sappia – di solito non viene progettata per ospitare nicchie naturalistiche, ma industrie. Industrie più o meno insalubri: ma sempre industrie (a proposito di queste ultime, qualcuno probabilmente ricorderà il sito della foce del torrente Lebba con il carico di mortalità indotta per l’esposizione degli operai all’amianto). Ma questa vicenda ha interessato qualcuno? Una, due persone. Non di più. La qual cosa vuol dire: è forse servita per discutere sull’utilità della stessa? Ha forse prodotto un tessuto a alta densità occupazionale? In un cinquantennio ha forse generato la croissance economica del Vastese? Se non erro, cinquant’anni equivalgono a mezzo secolo. E mezzo secolo non è forse sufficiente a trarre un bilancio? Oppure si dovrà sempre attendere la futura amministrazione che rinvierà alla successiva per procedere a una sommaria valutazione di quanto accaduto in questo lungo lasso di tempo (sarebbe interessanti sapere quanti sono gli attuali occupati)? Mi chiedo: ha forse prodotto una cultura industriale capace di misurarsi con i problemi posti non dico dall’informatizzazione e dalla robotica (cose lunari?), ma dallo stesso  postfordismo e dalla total quality? Ve l’immaginate? Nel 2018, un’industria che produce cemento! Mi domando: è questa, oggi, oggi, in città l’industrializzazione? Stiamo parlando di una città in crescita demografica insieme con Montesilvano (41634 abitanti al 31 ottobre 2017 rispetto ai 38747 del censimento 2011).

Come si può capire, il problema odierno non è quello di una specifica industria e della sua natura.

In effetti, essa chiede correttamente di insediarsi in un’area industriale. Laddove è prevista. Non cerca altro. Che cosa significa tutto questo? Molto semplice. Che la responsabilità non è dell’impresa. Che essa va ricercata nell’esistenza dell’area stessa. Fin quando essa sussisterà, i problemi non troveranno mai soluzione. Il vero tema è politico: essa va cancellata. Qui e ora. E fin quando in città sarà ancora in auge la cultura industriale dell’Italia del boom economico – parliamo di quella degli anni Sessanta, la stessa che nel 1964 aveva istituito il Nucleo Industriale del Vastese – è bene che non se ne parli più. E tutto questo, per semplice carità di patria.

E’ sempre la governance in carica che deve decidere il cambio di rotta: mai parlare di passato o di futuro. Le scelte sono sempre attuali. Anche sul versante turistico.

L’area di Punta d’Erce è una riserva. E come tale va considerata. Essa può essere visitata, non utilizzata. Proprio perché riserva essa va tutelata. E la tutela viene garantita dalla sua visitabilità, non dalla sua utilizzabilità balneare.

E’ bene essere chiari. Il turismo di massa è distruttivo. Per impedire danni anni ambientali, va regolamentato. Per questo motivo esistono le riserve. Cerchiamo di chiamare le cose con il loro nome. Evitando confusioni o sovrapposizioni di significato.

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