TRA CULTURA MATERIALE E STORIA: L’ECOMUSEO DI MACCHIA VALFORTORE

di Luigi Murolo

 

 

Collezionisti? Forse. In tal caso dovremmo limitarci a parlare di una semplice raccolta di oggetti della cultura materiale ordinati più o meno correttamente in un contesto mimetico tenuti insieme da procedure. Ma si tratta solo di questo oppure di un ritorno «alle cose stesse», vale a dire agli atti compiuti (pratiche, comportamenti, pensieri, sentimenti) per intrattenere rapporti con quelle «cose», con quel mondo d’antan nel tempo in cui lo si abita? Tutto questo intreccio di relazioni produce «ricerca di senso». Ed è questa «ricerca di senso» che affascina il visitatore quando si inoltra nel singolarissimo Ecomuseo dei coniugi Mariella Brindisi e Mario Mancini allocato in quel di Macchia Valfortore, piccolo borgo oggi molisano confinante con Capitanata (Puglia) e Campania con cui divide storia e cultura.

Già. Questo comune dà il nome a quella congiura che, nel 1701, aveva visto un gruppo di aristocratici del Viceregno napolitano – tra cui Cesare Michelangelo d’Avalos, marchese del Vasto – insorgere contro quegli stessi francesi che avevano ereditato da Carlo II di Spagna “lo Zoppo” la realtà statuale meridionale (la scelta filoasburgica di questa frazione della nobiltà partenopea avrebbe condotto nel 1707 all’instaurazione a Napoli del Viceregno austriaco durato fino al 1734 e dall’anno successivo tornato nuovamente Regno con Carlo III di Borbone). Che dire! Un fatto sicuramente importante per un centro oggi di 600 abitanti collocato in un ambito internazionale di ancien régime che torna in quelle pagine latine del De coniuratione partenopea, aureo libretto in prosa di Giambattista Vico pubblicato postumo nel 1835. Un mondo che, in tale circostanza, mi piace solo incidentalmente annotare proprio perché del tutto estraneo all’altro di cui intendo qui velocemente discutere.

Innanzitutto l’intitolazione della raccolta. Un neologismo che racchiude in sé il significato greco di οἶκος (òikos) “casa”, “famiglia”: ecomuseo. Che cosa vuol dire? Forse Museo della «casa» in quanto ricostruzione di tipologie abitative di storia materiale e degli utensili di vita quotidiana e produttiva in essa conservati? Certamente, sì. Ma c’è qualcosa che rende questo organismo unico e originale nel suo genere. In effetti, la raccolta di cui sto parlando non costituisce una struttura “altra” o diversa dalla casa in cui i suoi autori dimorano. Anzi, coincide con la stessa abitazione in cui vivono. A dimostrazione del fatto che essa si realizza davvero come «casa della vita», volendo mutuare un’espressione preraffaellitica cara alla penna di Dante Gabriel Rossetti. Per una singolare congerie di circostanze, una dependence di questo luogo della memoria è diventato set per un documentario su Charles Moulin (1869-1960), il pittore di Lille amico di Matisse e Rouault che aveva scelto di vivere da eremita in un rifugio da lui stesso costruito sulla vetta del monte Marrone nel gruppo delle Mainarde. Lo stile di vita prediletto dal maître de peinture ha trovato una coerente rappresentazione in questo basso da tholos di montagna che rende evidente, tra l’altro, le condizioni di esistenza tra Otto e Novecento degli uomini singoli privi di sostentamento: vecchi, senza famiglia, vedovi ecc. (fig. 1).

fig. 1
Fig. 1

E gli strumenti della tradizione musicale popolare? Qui lo stupore diventa sovrano. Mi spiego. Dopo l’ingresso nella falegnameria di metà Novecento (dove spicca la travanëllǝ, una sega che taglia il tronco nel verso della verticalità rispetto al taglio orizzontale della śtrungaturǝ) si incontra una sorta di appenditoio da cucina per stracci (anch’esso disposto verticalmente) ricolmo di tamburelli. Si penserà: decorativi. Più avanti, tra i sali- e -scendi del tortuoso itinerario espositivo, adagiata sulla parete di un muro una chitarra popolare del Gargano fa bella mostra di sé nella sala che Mariella Brindisi chiama dei «segni preterintenzionali». Qui si può osservare la presenza di un chitarrino battente (a dodici corde) di liuteria cerignolese rinvenuto a Macchia che, dal punto di vista dell’esecuzione musicale, fa il paio con i tamburelli di cui si è dato precedentemente conto. C’è da aggiungere, inoltre, che l’ing. Mario Mancini di Arona (felicemente residente a Macchia), è un eccellente costruttore di tamburi a cornice (utilizzati fin dai tempi dell’antico ballo cinquecentesco di Sfessania, base delle tarantelle e delle pizziche tarantate) e di chitarre battenti a fondo piatto. L’intreccio indissolubile di musealità, organologia, etnomusicologia hanno consentito alla straordinaria coppia di coniugi macchiarola di restituire l’intero percorso della materialità musicale. Quasi non bastasse, il significativo archivio sonoro messo insieme nel corso degli anni ha aperto uno squarcio documentale sulle esperienze di raccolta sul campo di testimonianze della cultura orale: canti popolari, storie di vita, interviste ecc. (un materiale ex-novo da aggiungere alle pionieristiche registrazioni di Alan Lomax nell’Italia meridionale condotte tra il 1953 e il 1954, oggi fortunatamente disponibili su You Tube). Dulcis in fundo, l’esecuzione. Mariella Brindisi (chitarra battente) e Mario Mancini (tamburello) come Musicanti della memoria (fig. 2) hanno reso possibile l’ascolto del patrimonio etnomusicologico da loro raccolto.

utriculus328
Fig. 2: Mariella Brindisi e Mario Mancini in una performance al Festival della Zampogna di Scapoli, 2009 (da “Utriculus”, n. 47, 2014)

Un’ulteriore breve considerazione, intanto, sui già citati «segni preterintenzionali» con cui gli autori del museo intendono arnesi interessati da mutamenti accidentali sopravvenuti rispetto alla iniziale funzione. Più che di interpretazione semiotica strictu senso, parlerei di oggetti trasformati dagli effetti dell’uso continuativo determinanti forme casuali e involontarie sottratte a ogni tipo di progettualità. Da tale punto di vista si presentano come scarti di un percorso d’uso con un significato che non può essere diverso da ciò che è: scarto, scoria, per l’appunto. In questa accettazione nichilistica dell’essente ha poca importanza sapere se a ciò cui ci riferiamo altro non costituisce la tavola su cui il vecchio artigiano sgrossava il legno per la costruzione delle zampogne (fig. 3). Sappiamo solo che è un rifiuto capace di sollecitare la nostra attenzione. In tale prospettiva, il segno di cui si sta qui parlando è ciò che è capace di suscitare la nostra risposta, di là dal contenuto originariamente espresso.

image 002
Fig. 3: Tavola per la sgrossatura del legno per zampogne

In una pagina de Il Fuoco Gabriele D’Annunzio sottolinea come «[…] i discepoli del Vinci erano dal maestro consigliati di guardare nelle macchie dei muri, nella cenere del fuoco, nei nuvoli, nei fanghi e in altri simili luoghi per trovarvi “mirabilissime invenzioni” e “infinite cose”». Proprio l’operazione che Mariella ama compiere. A riconferma e precisazione di questo punto di vista, vale la penna ascoltare l’altro aforisma del D’Annunzio melanconico in quel topos del Libro segreto che testualmente recita: «I rifiuti della vita, i frammenti di utensili, le scorie – un pezzo di ferro, un chiodo torto, una scheggia, un truciolo, un pezzo di fune, una scatola di latta vuota. Tutto parla, tutto è segno per chi sa leggere».

Dal rifiuto al recupero il passo è breve. Mariella e Mario stanno avviando una storia di quest’ultimo aspetto sottolineando la straordinaria capacità della cultura materiale nel riuso. Dai sacchi del lontano Piano Marshall (fig. 4) per la ripresa europea (European Recovery Program, 1946) utilizzati per la realizzazione di una camicia da notte (fig. 5) alla tendina antispiriti fatta con tappi di bottiglia (fig. 6), un lungo itinerario di strategie del risparmio giunge alla vista di una società usa-e-getta sommersa dalla spazzatura e perfino incapace di attuare la raccolta differenziata.

fig
Fig. 4: Sacco del piano Marshall
f.jpg
Fig. 5: Camicia da notte realizzata con sacchi del Piano Marshall
fi.jpg
Fig. 6: Tendina “antispiriti” realizzata con tappi di bottiglia

L’Ecomuseo di Macchia Valfortore è tutto questo e molto di più. Da tale punto di vista torna utile limitarsi solo a qualche notoletta alla buona per lasciare al visitatore interessato il gusto della scoperta. Capire, tra l’altro, come il rapporto con l’antico si coniuga con l’analisi sismologica dei terremoti e con l’osservazione astronomica (forse a non tutti è chiaro che abbiamo dimenticato il tempo qualitativo della vita e dell’agricoltura). In questa magica scatola di memoria e tecnologia, l’infinitamente piccolo della comunità ci consegna una riflessione sintetizzabile in queste parole di Walter Benjamin cui tutti dovremmo sforzarci di tendere l’orecchio: «C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra [perché] il cronista che enumera gli avvenimenti senza distinguere tra i piccoli e i grandi, tiene conto della verità che nulla di tutto ciò che si è verificato va dato perduto per la storia».

I commenti sono chiusi.