QUODLIBET SUL CULTO VASTESE DI S. NICOLA

di Luigi Murolo

Alcuni amici di Facebook mi hanno richiesto notizie sulla festa di S. Nicola di Bari in città. Mi auguro di fare cosa gradita con la seguente risposta.

 

Il primo dato da affrontare è quello relativo al luogo di culto sintetizzabile in questi termini. E cioè, che pur, essendo esistita all’interno del centro antico di Vasto una chiesa intitolata a S. Nicola dei Guarlasi (poi a S. Maria del monte Carmelo), essa non ha mai avuto relazione con gli abitatori autoctoni. Fin dall’istituzione del consolato raguseo in città nel 1523, è stata sede religiosa della ricca comunità mercantile transadriatica qui allocata. Ora, se la festività del santo era patrimonio cultuale dei semplici domiciliati – vale a dire degli stranieri dell’altra sponda –, non lo stesso si può dire per i residenti (la figurazione bizantineggiante del Nicola di Cona di mare è in posizione laterale e sussidiaria rispetto alla tipologia odeigitria della Theotokós vastese). In effetti, l’elenco delle festività da celebrare riportato dagli Statuti comunali di Vasto di metà Cinquecento (I,2; il secondo capitolo del primo libro dal titolo De festiuitatibus celebrandis), non restituisce alcun riferimento al vescovo di Mira (in effetti, oltre alle domeniche e alle feste in onore del Cristo e della Madonna, risulta documentata la venerazione civile e religiosa solo per «Sancto Laurentio, Santo Augustino (…) Santo Matheo,  Sancto Joannj, Sancto Marcho, Santo Angelo de Septenbro [S. Michele], Sancto Stefano, Santo Honofrio, Sancto Rocho, Santo Sebastiano, Sancto Leonardo, Santo Thomasi de Aquino, Santo Nicola da Tollentino»).Tra le ottantasei festività religiose attestate nel documento, l’unica menzione per un Nicola è quella relativa al santo agostiniano Nicola da Tolentino canonizzato nel 1446 e venerato nella chiesa di S. Agostino (oggi S. Giuseppe) di cui esisteva una cappella fino al 1890. Da ciò si evince che risulta posteriore alla metà del XVI secolo il culto per il Nicola baresano se è vero che, stando alla testimonianza dello storico Nicola Alfonso Viti (1600-1649), due cappelle rurali intitolate al suo nome risultavano attive nel Vasto del 1644: s. Nicola della Meta, s. Nicola di Torricella.

Dal punto di vista cultuale, la menzione del pellegrinaggio vastese più antico fino a oggi conosciuto al Santo di Bari si deve alla penna di Diego Maciano nel colportage da lui compilato tra il 1700 e il 1729. Qui l’autore spiega le ragioni del viaggio iniziato il 27 aprile 1714: la confraternita del Carmine si reca a Bari per adempiere al voto sulla guarigione della marchesa del Vasto Ippolita d’Avalos in quel periodo ancora impossibilitata perché convalescente (voto definitivamente sciolto l’anno successivo con un sontuoso viaggio calessato, non a piedi). La lista dei partecipanti all’iniziativa di ringraziamento, redatta sempre dallo stesso Maciano il 26 aprile 1714, veniva annotata sul retro dell’anteporta di un cabreo recentemente scoperto da Paolo Calvano e pubblicato su questo stesso blog il 19 giugno 2017 (Sulla strada di S. Nicola: il 1714 e la via nicolaiana dei vastesi).

image0021.jpg
La lista dei partecipanti al pellegrinaggio del 1714

Come si può osservare, in assenza di una cultualità autoctona, il pellegrinaggio “popolare” nasce come servizio religioso ai signori del luogo. La stessa presenza di ben sei presbiteri (Diego Maciano, Francesco Gatta, Giuseppe Cacciuni, Gio.Carlo Pettine, Giuseppe Impastari, Giacinto Oliuij) avrebbe contributo alla diffusione cittadina della devozione. Al punto che lo stesso nipote di don Giacinto Oliuij, Francesco Oliuij Leone (lo stesso autore dell’Inno alla Sacra Spina in latino) avrebbe composto il testo con una versificazione di facilissima memorizzazione (quartine di settenari piani con settenari tronchi e un solo settenario sdrucciolo) di cui non è pervenuta la partitura musicale. Il brano, rimasto inedito (trascritto a mano dallo storico ottocentesco Luigi Marchesani insieme con tutta la pia guida dei canti laudatori in italiano del Leone, in due volumetti in-24°, dal titolo Parafrasi, ed Inni sagri). Alle pp. 63-66 della seconda parte è contenuto l’Inno a S. Nicola di Bari che riproduco tanto in trascrizione ottocentesca quanto in carattere corsivo times new roman.

2.jpg

3.jpg

4.jpg
Il testo dell’Inno a S. Nicola di Bari

A  San Nicola di Bari (trascrizione)

 

Se vide il cieco, il zoppo

Se ‘l passo die’ spedito,

e al sordo se l’udito perduto

Perduto ritornò,

 

Son questi, o Cristiani,

Le grazie ed i portenti

Che fe sopra i languenti

Il nostro Niccolò.

 

Ovunque sta’ ‘l pericolo

In terra, in aria, o in mare,

Ognun che ‘l sa pregare

In salvo può condur,

 

Oh quanti naviganti,

Quante partorienti,

Da grandine cadenti

Quanti salvati fur!

 

Con giubilo rammento

Quel vago giovanetto,

Ch’era tra lacci stretto

In cruda schiavitù.

 

Il giovane piangea,

e ‘l Turco lo schernisce;

Ma ratto gli sparisce,

e nol rivede più,

 

è Niccolò colui,

Che per la chioma il prende,

e in un momento il rende

Al mesto genitor.

 

Son di memoria degne

Anche le tre donzelle.

Che meste e poverelle

Si pascon di dolor.

 

Ma il Niccolò che in loro

Qualche periglio vede

Di notte le provvede

Di quanto bisognò.

 

L’autor del ricco dono

Il padre curïoso

Volle spiarne ascoso,

Lo vide, e ‘l pubblicò.

La Manna poi mirabile

Che scatorisce in Bari

Dall’ossa singolari

Del nostro Protettor.

 

Non è un portento assiduo

Che per la meraviglia

Ci fa inarcar le ciglia

E ci consola il cuor?

 

Oh Bari avventurato,

Che ‘l gran tesor possiedi

E te i divoti vedi

A folla frequentar.

 

Chi reca gemme ed oro

In grato e pio tributo,

E chi novello ajuto

Concorre ad implorar.

 

Deh Niccolò, gradisci

D’ogni fedele i voti,

E me fra’ tuoi divoti

Ti piaccia custodir.

 

Acciò da te protetto

Sempre m’ajuti Dio,

E alfin clemente e pio

Mi voglia il Cielo aprir

Aggiungo ancora che l’iconografia dell’antico stendardo in seta della Congrega del Carmine (con l’immagine di S. Nicola nel recto e con quella di S. Maria del Carmelo con le anime purganti nel verso) – probabilmente lo stesso innalzato dallo «stannardiere» Paolo Di Roscio nel pellegrinaggio del 1714 e oggi conservato presso la cattedrale di S. Giuseppe – si trova alla base (ma in forma rovesciata) del motivo su tela che il pittore Giulio Cesare de Litiis (1734-1816) realizza per la chiesa del Carmine nell’olio dal titolo la Madonna del Carmine con san Nicola e sant’Andrea.

stendardo.jpg
Stendardo

Non vi sono dubbi. In questo periodo viene strutturandosi l’impianto antropologico-religioso della festa nicolaiana. A chiarire aspetti significativi di questa vicenda giunge la deliberazione n.213/13 ottobre 1879 con cui il consiglio comunale di Vasto provvedeva alla cessione ad uso di culto della chiesa rurale di S. Nicola della Meta di patronato laicale del Municipio a favore del sacerdote sig. Giuseppe Miscione. Nella domanda ad hoc presentata dal presbitero il 5 marzo 1875 si faceva presente che, nel 1874, veniva riattivata per la prima volta la funzione religiosa della cappella dopo 38 anni di totale sospensione della solennità. A partire dal 1836, dunque, con l’istituzione di un camposanto provvisorio soppresso nel febbraio 1844 grazie all’apertura del nuovo cimitero in contrada Catello, la festa di S. Nicola era stata cancellata. I 1750 cadaveri deposti nelle fosse colà scavate impedivano nel luogo ogni ragionevole celebrazione festiva. Unica clausola di rispetto prevista dalla cessione: impedire ai «pastorelli» il pascolo nell’area ex-sepolcrale.

DSC_0505
La deliberazione del 13 ottobre 1879

Un’ultima questione. Dopo il 1893 la festa viene nuovamente sospesa (non si conoscono le ragioni) per essere riattivata nel 1903. Nel n. 14 di quell’anno, il settimanale «Istonio» registra quanto segue: «Domenica 10 [maggio] dopo tanti anni si è celebrata nella nostra città la festa di S. Nicola per voto di tutti i pellegrini che non avevano potuto recarsi a Bari per le infezioni di vaiolo manifestatesi nelle Puglie, con un concorso straordinario e considerevole di popolazione ed anche di forestieri». Già. Una sorta di sollevazione popolare richiedeva soprattutto la pratica processionale dalla cappella in città quale meccanismo sostitutivo dello sbarco del Santo e del pellegrinaggio da Vasto a Bari.

Che cosa dire di più! Penso soprattutto ai pastorelli esclusi dal pascolo. A me torna in mente il Pastorello Abruzzese dipinto da Filippo Palizzi che con la sua zampogna poggiata sulla terra pare raccogliere l’aria degli abitanti ipogei. Una suggestione. Nient’altro che una suggestione. Ma che, a duecento dalla nascita dell’artista (16 giugno 1818-16 giugno 2018), riconduce l’attenzione sul misterioso poggio di S. Nicola che, nelle sue profondità, nasconde ancora le tracce dell’ottocentesco campo sepolcrale.

pastorello.png
F. Palizzi, Pastorello abruzzese, cm 65 x 51    (da Filippo Marino, Vasto Gallery)

I commenti sono chiusi.