LETTERA A NICOLA D’ADAMO, DIRETTORE DI «NOI VASTESI»

di Luigi Murolo

 

Gentile direttore,

 

ho letto con grande interesse il comunicato stampa da Lei pubblicato sulla presentazione a Roma della grande mostra di Vasto su Filippo Palizzi per il bicentenario della nascita dell’artista. Cose di certo rilevanti per la città. Soprattutto l’aver appreso – con mio sommo stupore – che la cantierazione del sipario del Teatro Rossetti (trafugato sul finire della seconda guerra mondiale) sarebbe stato sollecitato da quel Filippo Palizzi che, bontà sua, carezzava l’idea di dotare il teatro di questo elemento scenico. Davvero singolare tale notizia che ne presupporrebbe la realizzazione dopo il 1874.

C’è da osservare che, dalle deliberazioni del Consiglio Comunale di Vasto, non risulta alcuna committenza ad hoc fino al 1899, anno della morte dell’artista. Non solo. Ma da quanto è dato di sapere non risulta nemmeno un’eventuale donazione di questa struttura mobile posta all’altezza del proscenio. Quasi non bastasse, il 1874 sembra una data molto improbabile se è vero che, stando alle affermazioni di Francesco Ciccarone nei suoi Ricordi: «dolorose circostanze, che si riferivano al nipote G. De Guglielmo, lo tennero [Palizzi, ndr] per molti anni lontano dalla sua città dalla quale egli, con erroneo giudizio, si riteneva offeso e fu solo dopo il 1880 che, chiariti gli equivoci, egli vi fece ritorno e vi si trattenne più giorni». Da questa testimonianza diretta, pare essere escluso ogni possibile «omaggio» nel 1874. Va da sé che sul catalogo troveremo tutte le necessarie informazioni che a noi purtroppo sfuggono. Diverse ovviamente da quelle finora possedute che volevano il sipario dipinto da un Franceschelli di Orsogna (di cui ignoriamo tutto) su bozzetto di De Laurentis tra il 1830 e il 1832 (anno in cui, con delibera decurionale 19 agosto 1832, veniva emanato un regolamento di conservazione e di amministrazione del Teatro). Che dire! La curiosità è tanta. E spero che anche Lei, come me, gentile direttore, sarà felice di leggere i risultati ermeneutici sulla scoperta di questa sconosciutissima progettualità palizziana che, stando ai nuovi critici, avrebbe visto la realizzazione ben quarantadue anni prima che lo stesso artista riuscisse a pensarla!

E poi, caro direttore, sarà ugualmente felice di rivedere, da settembre, la tela di Dopo il diluvio, da noi già vista perché esposta a Vasto nel 1999 (per il centenario della morte di Filippo) nella mostra curata da Giovanna Di Matteo dell’allora Soprintendenza B.A.A.A.S per l’Abruzzo. Magari – aggiungo – con le altre quattro redazioni conosciute (ivi compreso il bozzetto dell’Accademia di Belle Arti di Napoli), ma non presenti in quella circostanza.

Poi un invito. Nella mostra, si esponga il busto di Filippo Palizzi, che fa da usciere al Palazzo di città, opera del grande scultore napoletano Achille D’Orsi (1845-1929) presentata a Vasto da Francesco Paolo Michetti il 15 giugno 1924! È un capolavoro che va custodito gelosamente. Va ricordato che il D’Orsi era succeduto a Palizzi nella presidenza della Galleria dell’Accademia di Napoli (inaugurata però solo nel 1916).

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Achille D’Orsi, Filippo Palizzi (1924), Vasto, Uscio del Palazzo Comunale

Un’ultima considerazione. L’Ecce Agnus Dei della chiesa di San Pietro rappresenta l’ultima grande fatica del maestro Filippo Palizzi. Sarebbe bello vederla a confronto con la pala d’altare del San Teodoro di Amasea a cavallo che il ventiduenne vastese realizza nel 1840 per il protettore di Brindisi conservata nell’omonima cappella della basilica cattedrale. Queste due pale costituiscono l’inizio e la fine di una vita operosa dedicata all’arte. In queste due opere diventa possibile delineare l’evoluzione del genio figurativo di don Filippo, lo stesso che Gabriele D’Annunzio avrebbe colto nello straordinario saggio dedicato alla Gloria di un vecchio.

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Brindisi, Cappella di S. Teodoro, Basilica Cattedrale. La collocazione della Pala d’altare di Filippo Palizzi
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Filippo Palizzi, S. Teodoro di Amasea a cavallo (1840), Brindisi, Basilica Cattedrale                               In basso, a destra, la firma autografa di Palizzi con la data di realizzazione                                         

Tutto qui. Potremmo vedere in questa mostra i due dipinti stendersi la mano a vicenda?

Che cosa ne pensa, caro direttore?

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