LA VIA DEGLI ANFITEATRI. UN PONTE CULTURALE TRA VASTO, LARINO, VENAFRO

di Luigi Murolo

 

L’antichità non è un già-dato, un “oggetto” senza vita messo di fronte a dei meri soggetti osservatori. Non è qualcosa posta lì, a portata di mano, che rimane passiva senza suggerire interrogativi. «L’antichità – come sottolineava Novalis – tocca a noi saperla evocare». Dunque, non è il caso di sottrarsi a questo invito. Un esempio semplicissimo. Si vuole capire la struttura dell’anfiteatro di Histonium di cui rimane qualche traccia muraria visibile in un paramento murario urbico di forma ellittica? Basta visitare l’anfiteatro di Larinum (l’attuale Larino) per averne contezza.

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Larino, Anfiteatro
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Larino, Anfiteatro

Si vuole comprendere che cosa fossero gli altomedievali Guarlasi di Vasto di cui parla il memorialista seicentesco Viti? Sarà sufficiente visitare il Verlasce di Venafro, che ne restituisce (anche se attualmente in uno stato di fortissimo degrado) la forma più compiuta (dal punto di vista architettonico, Guarlasi e Verlasce connotano l’edificazione della città post-romana lungo tutta la cavea dell’anfiteatro con il vuoto dell’arena trasformato in platea publica).

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Venafro, Verlasce
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Venafro, Verlasce

Considerata in tale sequenza, piazza Rossetti di Vasto testimonia l’avvenuto mutamento della forma-Guarlasi attraverso la distruzione dei fabbricati lungo l’anello ellittico occidentale dell’anfiteatro e con il mantenimento di quello orientale per utilizzarlo come parte della cinta muraria tardomedievale.

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Vasto, Piazza Rossetti, Ninfeo

Ora, di là dalla monumentalità dei singoli manufatti (significativa la struttura larinate che con i suoi 15000 posti poteva contenere come spettatori il doppio dell’attuale popolazione comunale), ciò che vorrei mettere in evidenza con questo itinerario di tipo didattico è un tema più astratto di storia degli insediamenti. In buona sostanza, ciò che voglio sottolineare, è l’effetto sul territorio che, nel corso del tempo, le comunità locali hanno prodotto nel rapporto con l’antico. Ad esempio, l’abbandono totale dell’anfiteatro di Larino già in fase gotico-bizantina ne ha consentito la salvezza archeologica. Il suo mancato riuso urbano in fasi storiche posteriori con il trasferimento dell’abitato in un sito diverso (non parlo ovviamente della funzione di cava di materiali edilizi) ha garantito – di fatto – la cura della sua facies originaria (I-II sec. d.C). Al contrario, la rioccupazione altomedievale dell’anfiteatro di Venafro ha determinato la realizzazione di una forma incastellata chiamata verlasce (in qualche modo assimilabile al Parlascio di Lucca) che nulla ha avuto da dividere con il successivo insediamento in altura. La traslazione del paese in altro luogo ha consentito, senza praticare l’abbandono, il mantenimento della struttura insediativa altomedievale posta a debita distanza dall’abitato maggiore (di grande efficacia documentaria la foto del 1886 pubblicata sul Web). Da questo punto di vista, piazza Rossetti dimostra il continuo reimpiego della complessa architettura romana fino alla sua dissoluzione. Dapprima anfiteatro, poi verlasce (guarlasi) e infine segmento della cinta muraria urbica. L’attuale rinvenimento – quasi in superficie – di un organismo absidato in opus latericium (il cui recente scavo, per la verità, condotto in modo piuttosto frettoloso non chiarisce se si tratta di un ninfeo [men che meno di chiesa paleocristiana] – certamente non parte dell’anfiteatro) suggerisce un intervento destrutturante sulla cavea già in epoca tardoantica. Ma il viaggio tra gli anfiteatri non termina qui. Il ritrovamento a Larino di una lastra opistografa bronzea (scritta, cioè, sui due lati) con la registrazione di un senatusconsultum del 19 d.C. (recuperato in modo rocambolesco nel 1972) restituisce, a noi contemporanei, il senso antropologico più profondo dei ludi nell’arena: il rigido divieto fatto ai membri delle élites sociali (il rango senatorio-equestre) di esibirsi, dietro compenso, nel teatro o nel circo. Nel caso di pratica, sarebbero stati condannati come infami, perdendo perfino il diritto agli onori della sepoltura. Il risvolto del teatro e dell’anfiteatro era questo. L’ordo equester poteva finanziare la costruzione dell’anfiteatro (com’è documentato a Larino), sedere nella tribuna riservata (podio), ma non essere protagonisti della scena (Che strano. Sulla base del senatusconsultum larinate Messalla non avrebbe mai potuto partecipare alla corsa delle quadrighe contro Ben Hur regalataci dal regista Fred Niblo nel 1925 e da William Wyler nel 1959!). Era qui, proprio alla presenza dei molti, che, la differenza dei ruoli, sanciva come “visibile parlare” la diversità di status nella società stratificata. La ritroviamo perfino nelle onoranze funebri. L’iscrizione CIL IX, 2885 proveniente da Histonium ricorda che all’ordo decurionum era consentita la realizzazione di un monumento equestre; agli urbani (la plebe) quella di un monumento pedestre. Come si può notare, il gioco della morte è ben diverso dal gioco dell’arena. Ne costituisce il rovescio simmetrico. Nel primo caso sono protagonisti i nobili; nel secondo, i plebei. Posta in questi termini, la Via degli anfiteatri può diventare un progetto da discutere con tutti i Licei delle aree interessate. Magari con l’apporto dei progetti europei (sempre che la vecchia Europa sappia resistere alle tempeste da cui è agitata. E qui si aprirebbero percorsi di longlife learning molto interessanti). Ma la domanda che mi pongo è un’altra: di là dall’universo dell’apprendimento e della formazione (che non è cosa di poco conto) c’è (o potrebbe esserci) un mercato di nicchia disposto ad accogliere itinerari culturali di questo tipo? Lo si può costruire all’interno di un’economia slow che possa trovare maggiori spazi di intervento proprio a partire dall’alternativa al modello vacanziero oggi in ribasso? Mi limito a queste brevi considerazioni. Lascio ad associazioni come Italia Nostra il compito di ragionare su tali argomenti in un contesto di formazione permanente (e non di semplici gite con l’ausilio della guida di turno), riprendendo magari in mano la Pro Aulo Cluentio habito di Cicerone che ha il suo centro proprio in Larino e che, nella strategia del dibattito processuale, si trova a affrontare la quaestio de sicariis et veneficiis e che Quintiliano avrebbe utilizzato nella sua Institutio oratoria per la formazione dell’oratore. A dimostrazione di un fatto: che la nuova attenzione per la cultura classica, ricollocando la letteratura antica nei luoghi in cui si è originata, può restituire una percezione più acuta e penetrante di quel genius loci che abbiamo purtroppo dimenticato.

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