DIALETTO E «COMICO DI PAROLA»

di Luigi Murolo

Partecipe alla première de La fattìure, la commedia dialettale di tipo farsesco scritta da Paolo De Guglielmo (1908-1981) e allestita dal gruppo teatrale La Cungarèlle (rappresentata nel cortile di Palazzo d’Avalos il 24 luglio 2018), ho subito pensato alla possibilità di una recensione non sulla serata, ma sulla funzione del dialetto nel testo in questione. Del resto, se è vero che nel progetto del costituendo Museo di comunità centrato sulla voce emerso nel Corso sulla fonetica e sulla scrittura del dialetto di Vasto, le rappresentazioni teatrali sono considerate essenziali per la documentazione linguistico-antropologica della lénga huaštaréulǝ, credo che sia importante avviare un tentativo di interpretazione della pièce sul versante stesso della comunicazione orale. Consegno queste brevi considerazioni alle amiche e agli amici del Corso o a eventuali altri interlocutori che intendono partecipare a un’auspicabile discussione.

 

 

Come accade in fonematica, dove i fonemi si definiscono in opposizione tra di essi, così nella commedia dialettale la lingua vernacola definisce la sua funzione comunicativa in opposizione all’italiano. Parlo ovviamente dell’idioma locale non certo di quello della koinè. In tale caso, le funzioni sono similari, non divergenti. Va osservato, infatti, che in un ambiente locutorio dialettofono la lingua nazionale viene a profilare un momento di rottura profondo con la scena in cui agisce. Deve per forza connotare qualcosa di totalmente altro rispetto alla Zwittersprache – così il dialettologo tedesco Gustav Rolin definisce la lénga huaštaréulǝ nel 1908: vale a dire, «lingua ibrida» –. Da questo punto di vista, nella commedia del De Guglielmo, l’italiano parlato dal «professore» si trova a delineare una dramatis persona del tutto esterna al luogo. Talmente estranea all’ambiente, che di questo può diventare addirittura figura protettrice, al punto da assumere su di sé i «peccati» (ingerendo volontariamente la pozione «magica» destinata a altri) impliciti nel tentato e risibile «affatturamento» richiesto alla fattucchiera dalla madre impicciona e ruffiana. In buona sostanza, l’onniscienza del «professore» è perfino in grado di prevedere gli eventi (coincide in qualche modo con il narratore onnisciente e eterodiegetico del romanzo). Il suo eloquio piccolo borghese, anche se lo oppone al sermo vulgaris della famiglia che ha «in custodia», non lo differenzia dall’aurea mediocritas linguistica di un buon impiegato di concetto degli anni Cinquanta del Novecento. Nei fatti, un «angelo custode» dalle qualità molto realistiche. E poi, una cosa va ricordata. Che proprio per la ragione di voler scrivere un testo teatrale centrato sull’intrattenimento, Paolo De Guglielmo risulta ben consapevole del fatto che la farsa – perché è ciò che, in qualche modo, ha voluto proporre – è «una forma estrema di commedia che suscita il riso a scapito della logica» (la definizione è di Eric Bentley).

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Paolo De Guglielmo (Vasto, 1908-1981)

Va da sé che tra lingua «alta» del misterioso sapiente e lingua «bassa» della comunità il De Guglielmo pone un’opposizione di tipo verticale. Sul versante antropologico, insomma, la dialettica orizzontale e paritaria della linguistica si trasforma nel suo rovescio: vale a dire, in primato della parlata «culta» su quella volgare. In tale prospettiva, l’uso in funzione «alta» del registro basso-mimetico popolare produce l’effetto comico. Che si realizza nell’accettazione della realtà quotidiana e nel tentativo, sempre goffo e fallimentare, di raggiungere uno status sociale diverso dal proprio. In questo senso non è la gag (tipica del linguaggio corporeo espresso dalla slapstick comedy) a caratterizzare il personaggio ma l’uso della lingua. Ci si trova di fonte a ciò che già, agli inizi del Novecento, Henri Bergson nel suo celeberrimo saggio sul riso chiamava «comico di parola». Quando, cioè, è il linguaggio stesso a diventare comico perché chi lo utilizza, a differenza della platea, non ne conosce la regolarità. L’attore brillante deve saper mostrare al pubblico di essere convinto delle grossolanità che dice. E solo quando si misura con lo spettatore che si presuppone essere connoisseur della regola, il convincimento espresso dall’artista diventa sollecitatore di riso nell’uditore. Proprio perché ispirato dalla comicità radiofonica (che vive nell’ascolto della parola) – e Paolo De Guglielmo ne sottende l’importanza a partire dalle battute iniziali della sua pièce scritta nel 1954 –, la voce costituisce un punto di riferimento per l’autore della Fattìurǝ. E sempre nell’ambito della nozione di «comico della parola» occorre prospettare la distinzione tra la comicità che il linguaggio esprime e quella che il linguaggio crea. Va in ogni caso ricordato che la comicità del linguaggio altro non costituisce che la rappresentazione fonica degli effetti prodotti dal gesto e dalla situazione dimostrando (ancora una volta secondo la prospettiva indicata dal filosofo francese) che «il comico si sviluppa nell’ambito di una coscienza comune». Per cui tra espressività e creazione si può dire che la prima risulta, in qualche modo, traducibile in un’altra lingua (salvo perdere molte delle sue particolarità), la seconda, no.

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Lu ziu spiccicatu!, versione in siciliano di Giovanni Grasso jr.
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Crešte gna váite accuscì pruváite, versione in napoletano di E. Guerrera

Per quanto mi è dato di sapere, la storia della commedia dialettale vastese presenta due versioni in altro idioma, entrambi gli originali di Luigi Anelli di cui si conservano gli autografi trasposti in Archivio Comunale di Vasto: Crešte gna váite accuscì pruváite (resa in napoletano da E. Guerrera e rappresentata al Teatro Comunale Rossetti di Vasto il 15 giugno 1899 con il titolo ‘O cielo comme vede accussì pruvvede!!) e Lu zije spiccicate! (nella traduzione in siciliano di Giovani Grasso jr. dal titolo Lu ziu spiccicatu! con data 3 marzo 1923 rappresentata il 20 novembre dello stesso anno al “Sannazaro” di Napoli). Non entro nel merito del problema perché non è questo l’argomento in questione. Ma se volessimo tener semplicemente conto della tipologia classificatoria bergsoniana (senza considerare le ragioni che hanno condotto alla traduzione) dovremmo parlare di testi espressivi. Ora, il tentativo da compiere tra le amiche e gli amici del Corso sul dialetto di Vasto e gli interessati – in vista della costituzione del Museo di comunità – è quello di capire se esistono le condizioni di traducibilità della Fattìurǝ (ricordo, tra l’altro, che Paolo De Guglielmo ha reso in vastese Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo con il titolo Lu prussèpiǝ di zi’ ‘Ndòniǝ. Se ne avverte l’eco in quella sorta di algoritmo letterario che è «te piåcǝ lu duàggǝ?» rilettura del più celebre «te piace ‘o presepe?» di eduardiana memoria). E qui si tratta di un testo specifico da correlare con altri. Alla fine di questo breve ragionamento sembra restare un unico interrogativo che potrebbe essere così sintetizzabile: di là dalle rappresentazioni teatrali, il «comico di parola» costituisce davvero una funzione del dialetto?

 

 

La fattìure

di Paolo De Guglielmo

 

Regia

Luciano Marchesani

 

Personaggi e interpreti

 

Riccardo

Fabio Cristina

 

Mariuccia

Orietta D’Aurizio

 

Lucia

Anna Naglieri

 

Giovanni

Antonio Muratore

 

Professore

Nicola Marchesani

 

Ingegnere

Nicola Cicchini

 

Michelino

Luigi Gileno

 

Zia Rosa

Anna Scafetta

 

Righelli

Peppino D’Ercole

 

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